Pepe Mujica, non solo un ricordo. Una rievocazione di Tonio Dell'Olio
Oggi, Tonio Dell'Olio dedica il suo “Mosaico dei giorni”, rubrica di di Mosaico di pace, a José “Pepe” Mujica nel primo anniversario della morte, anniversario che, scrive Dell’Olio, «è un filo rosso che ci riconcilia con la politica. Ce ne fa cogliere il senso ultimo e il fascino perché “la politica – diceva – non è una professione, è una passione. Un modo per servire, non per servirsi”».
«Mai come in questa fredda stagione di calcoli e geostrategie in cui la guerra è tornata ad essere via legittimata e percorribile e la corruzione pratica diffusa e tollerata – scrive – la voce di chi ha pagato con 12 anni di carcere duro e di torture, assume il valore di una reliquia. È una testimonianza che parla al cuore e nello stesso tempo dà respiro alla mente. Rifiutarsi di abitare nel palazzo presidenziale per restare fedele alla sua chacra (casolare) di campagna non è stato il vezzo anticonformista di un presidente controcorrente ma la scelta coerente di chi ha sempre creduto che la politica è stare con la gente per capirne le fatiche quotidiane. La sua lotta contro il consumismo era politica: “Non possiamo continuare a essere governati dal mercato – ripeteva –. Dobbiamo governare il mercato”. Un appello che oggi, davanti alla militarizzazione dell’economia, sembra un grido disperato e lontano. Eppure abbiamo bisogno proprio di quel grido per ritornare a rimettere la politica e la sua pratica sulla strada maestra della vita».
Mujica, presidente dell’Uruguay
Pepe Mujica negli anni ’60 aderì al neonato movimento dei MLN-Tupamaros (Movimiento de Liberación Nacional), organizzazione di guerriglia ispirato dalla Rivoluzione cubana e di stampo marxista, fece 12 anni di carcere per la sua attività politica. Insieme a altri dirigenti tupamaros e ad altri gruppi di sinistra, creò il Movimento di Partecipazione Popolare (MPP), all'interno della più ampia coalizione progressista chiamata Frente Amplio. Fu presidente dell'Uruguay dal 1º marzo 2010 al 1º marzo 2015, e definito il «presidente più povero del mondo», per aver devoluto la quasi totalità dei suoi guadagni da capo dello Stato a un programma di edilizia popolare, tenendo per sé solo 800 euro al mese. Durante il suo mandato il tasso di disoccupazione diminuì dal 13 al 7%, quello di povertà dal 40 all'11%; il salario minimo aumentò del 250%. Secondo la Confederazione sindacale internazionale, l'Uruguay divenne il Paese più avanzato nelle Americhe in termini di rispetto dei «diritti fondamentali del lavoro, in particolare la libertà di associazione, il diritto alla contrattazione collettiva e il diritto di sciopero».
*Foto ritagliata di ProtoplasmaKid tratta da Commons Wikimedia, immagine originale e licenza
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