Festa e forca
Cari amici,
non si era mai visto un cappio come decorazione di una torta per una festa di compleanno. È successo in Israele per festeggiare i 50 anni del ministro Ben Gvir, che insieme al suo collega Bezalel Smotrich e a Netanyahu governa sulla regione che va dal Giordano al mare, ed è oggi trionfante per essere riuscito a introdurre per legge la pena di morte ai palestinesi che lottano contro l’oppressione. Una festa celebrata perciò esibendo come trofeo un patibolo. C’è da dire che anche i cristiani celebrano le loro feste innalzando come loro gloria un patibolo. La differenza è che la forca di Ben Gvir celebra il boia, la croce dei cristiani esalta la vittima. Entrambi a Gerusalemme.
Non poteva esserci una rappresentazione più plastica del rovesciamento del senso della storia. La profezia era che dal popolo ebraico sarebbe uscita la vittima che avrebbe trasformato le lance in falci e la morte in vita; ed ecco invece lo Stato “ebraico” che trasforma la guerra in genocidio e la festa in forca. Il pio ebreo, il servo di Jahvè, “stabilito per far uscire dal carcere i prigionieri”, “per dire ai prigionieri: uscite” si schiera invece tra “i flagellatori” (Is. 42, 7-50, 6). E attorno a un popolo impiccato indice balli di giubilo.
E allora c’è da farsi un’altra domanda: se questo è il boia, chi sono le vittime? Anche qui ci sono due immagini speculari. Certo, sono i palestinesi, ma al di là di loro sono gli stessi Ebrei. Perché è contro di loro che di fatto si ritorce, come sempre accade, l’odio così accumulato. E qui si vede quale errore è stato fatto dal ministro degli Esteri Abba Eban, durante la Guerra dei Sei Giorni, quando ha dato la direttiva alle Ambasciate che in tutto il mondo le critiche allo Stato di Israele dovessero essere qualificate come antisemitismo. Ciò dura finora: anche adesso lo Stato di Israele, qualunque cosa faccia, sterminio a Gaza o tabula rasa in Libano o aggressione con Trump all’Iran, gode di questa franchigia, perché non gli si può fare un lamento, una critica, o imporgli una sanzione che non passi per antisemitismo, ossia per razzismo antiebraico, cosa che non solo è perversa, ma anche eticamente impensabile dopo la Shoà. E questo gli Ebrei dello Stato di Israele lo sanno benissimo, perché hanno imparato che cosa è un genocidio, sia quando lo subiscono che quando lo compiono. Il guaio è che lo ritengono legittimato, o addirittura prescritto da Dio, quando leggono in modo tribale e idolatrico gli editti di sterminio citati nelle loro Scritture (eventi peraltro non storici, ma epici), contro diversi popoli, dagli Ittiti, ai Gergesei, agli Amorrei, ai Cananei, ai Perizziti, agli Evei, ai Gebusei (Dt. 7,2), a Gerico (Giosuè, 5, 15 seg.), e oggi quello vero, a Gaza.
Dunque il problema è di salvaguardare il popolo ebraico dal pericolo di essere confuso con il boia che oggi è esaltato perfino sulle torte e di essere portato alla rovina da lui. Noi capiamo quegli Ebrei della diaspora, sparsi nel mondo, che non riescono a dissociarsi dallo Stato di Israele; c’è troppa storia dietro. Ma noi, a favore loro, abbiamo il dovere di farlo. Perciò la proposta è che tutti i giornali, tutte le televisioni, e anche i militanti della Flotilla, non dicano più “lo Stato ebraico”, e nemmeno “Israele”, e dicano invece “lo Stato sionista”. Dispiace per il sionismo, perché anch’esso, al netto delle cadute teocratiche, ha una storia non priva di nobiltà. Ma dire così, non certo perché lo Stato d’Israele non debba esistere, ma perché sia uno Stato come gli altri, un Leviatano come sono i nostri, avversabile per le sue politiche, e gli Ebrei possano restare nel nostro cuore per sempre.
Nel sito pubblichiamo l’omelia pronunciata da papa Leone a Roma, per l’ordinazione di quattro vescovi ausiliari, che ha causato l’ira di Trump, e una lettera pastorale del patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, che denuncia la guerra come oggetto oggi di un culto idolatra.
Con i più cordiali saluti,
da “Prima Loro” (Raniero La Valle).
*Immagine generata con IA
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