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In Yemen crimini di guerra con armi europee: la CPI decide di non indagare

In Yemen crimini di guerra con armi europee: la CPI decide di non indagare

Tratto da: Adista Notizie n° 19 del 23/05/2026

42628 ROMA-ADISTA. “La Corte Penale Internazionale non indagherà sulla complicità delle aziende d’armi nel conflitto in Yemen”: così titola la nota, diramata l’11 giugno dalla Rete italiana Pace e Disarmo (RiPD) e da altre organizzazioni umanitarie, fortemente critiche sul rifiuto da parte della CPI di aprire un’inchiesta sulle aziende militari europee che hanno venduto armi impiegate nel drammatico conflitto scatenato nel 2015 da una coalizione militare a guida saudita per frenare l’avanzata in Yemen dei ribelli sciiti del movimento Ansar Allah (Houthi), supportato dall’Iran. Anni di bombardamenti indiscriminati sullo Yemen, denunciati da molti osservatori come veri crimini di guerra, hanno provocato decine di migliaia di vittime, migrazioni di massa e una crisi umanitaria che ancora non trova soluzione.

Nel corso di questi anni, Adista ha seguito da vicino la grande mobilitazione della società civile pacifista, italiana ed europea, che ha portato alla luce e condannato il commercio di materiale bellico ai Sauditi e ai loro alleati (tra cui Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Giordania, Marocco, Sudan, Egitto e Qatar) in contraddizione con la Posizione Comune del Consiglio d’Europa 2008/944/PESC e con il Trattato Internazionale sul Commercio di Armi (ATT), i quali impediscono l’export di armi a Paesi coinvolti in guerre o che non rispettano i diritti umani.

In particolare, Adista ha raccontato da vicino il caso emblematico dello stabilimento Rwm (del gruppo tedesco Rheinmetall) di Domusnovas in Sardegna, che per anni ha inviato ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi bombe da aereo impiegate negli attacchi contro lo Yemen, in barba alla Legge 185 del 1990. Il caso delle ambigue forniture era balzato agli onori della cronaca nel 2016, dopo il ritrovamento dei resti di una bomba, inequivocabilmente prodotta nello stabilimento Rwm, che aveva sterminato una famiglia di sei persone a Deir Al-Hajari. L’impiego di ordigni “sardi” in attacchi contro obiettivi civili (mercati, zone residenziali, ecc.) è stato in seguito confermato anche dai rapporti degli esperti ONU che avevano sollevato il sospetto di crimini di guerra.

Di fronte ai profitti commerciali delle aziende europee che, con la complicità di governi e istituzioni, alimentavano il conflitto sulla pelle degli yemeniti, ECCHR (European Center for Constitutional and Human Rights), la ONG yemenita Mwatana per i Diritti Umani, Amnesty International, Campaign Against Arms Trade, Centre Delàs e RiPD avevano presentato alla CPI, l’11 dicembre 2019, una formale Comunicazione di 350 pagine ai sensi dell’articolo 15. L’Articolo 15 dello Statuto di Roma (trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale) stabilisce che «il Procuratore può iniziare le indagini di propria iniziativa sulla base di informazioni relative ai crimini di competenza della Corte», valutando l’affidabilità delle “Comunicazioni” ricevute da soggetti non statali (singoli individui, Ong, associazioni di vittime, organizzazioni internazionali ecc.).

Il Procuratore ha valutato, ma sulla Rheinmetall e sulle altre industrie armiere coinvolte in quel drammatico conflitto – che nel frattempo hanno maturato profitti da capogiro – ha scelto di non indagare. E, a quanto pare, senza fornire motivazioni. «I civili yemeniti hanno subito un ennesimo colpo negativo nella loro ricerca di giustizia internazionale», denunciano le organizzazioni. «Dopo oltre 6 anni di esami preliminari, l’Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI) ha confermato che non aprirà un’indagine sulla responsabilità legale dei governi europei e delle aziende d’armamenti in presunti crimini di guerra in Yemen».

Nella nota, Radhya Al-Mutawakel (presidente della ONG yemenita Mwatana per i Diritti Umani) ha puntato il dito contro «il radicamento dell’impunità» il quale, lungo tutto il decennio di conflitto, ha «aggravato la catastrofe umanitaria» e ha «anche alimentato la persistenza e l’escalation delle ostilità». Di fatto, conclude il presidente di Mwatana, questa impunità ha «concesso un “via libera” a tutte le parti, incluso il gruppo armato Ansar Allah (Houthi), a continuare a commettere gravi violazioni che aggravano la sofferenza umana e minano qualsiasi prospettiva di stabilità nello Yemen».

La Comunicazione, spiega la nota, «è stato il primo nel suo genere a chiedere alla CPI di affrontare la questione della responsabilità nel commercio di armi. Descrive in dettaglio informazioni fattuali su 26 attacchi aerei condotti dalla coalizione saudita-emiratina (su edifici residenziali, scuole, ospedali, un museo e siti patrimonio dell’umanità) che potrebbero configurarsi come crimini di guerra ai sensi dello Statuto di Roma. Nonostante le chiare e documentate istanze di attacchi indiscriminati e sproporzionati, aziende d’armamenti di Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna hanno continuato a rifornire i membri della coalizione con armi, munizioni e supporto logistico. Ministri e funzionari governativi hanno facilitato queste esportazioni concedendo licenze di esportazione». In un contesto storico segnato dall’instabilità geopolitica, dalla proliferazione di conflitti e crisi umanitarie, alimentati da armi di fabbricazione europea, con il Medio Oriente in fiamme, «il ciclo dell’impunità persiste, perpetuato dal fallimento del sistema internazionale di giustizia nel ritenere responsabili i potenti attori dell’industria della difesa».

Fortemente critica la posizione di Chloé Bailey (consulente legale senior presso lo ECCHR): «Deploriamo la decisione della CPI di non esaminare la complicità delle aziende europee d’armamenti nelle violazioni del diritto internazionale umanitario durante il conflitto in Yemen». «La CPI ha un ruolo essenziale da svolgere nel perseguire la responsabilità di tutti gli attori del conflitto, comprese le aziende e le industrie di armi».

Sulla stessa linea Patrick Wilcken di Amnesty International: nonostante la CPI abbia rifiutato di indagare, «i principi delineati nella Comunicazione restano validi». Pertanto «sia i funzionari statali che i dirigenti aziendali hanno una diretta responsabilità quando forniscono consapevolmente armi utilizzate per commettere crimini di guerra».

La nota si conclude con le parole di Francesco Vignarca (coordinatore Campagne della RiPD): «Le vittime e le loro famiglie meritano giustizia, e le vendite di armi che mettono in pericolo vite civili innocenti devono essere fermate». 

*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza 

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