Barcellona: contro il caos sovranista la sinistra mondiale fa quadrato
Tratto da: Adista Notizie n° 17 del 02/05/2026
42607 BARCELLONA-ADISTA. La capitale catalana ha vissuto due giorni intensi, il 17 e il 18 aprile, per due manifestazioni politiche che si sono svolte in parallelo, la Mobilitazione Globale Progressista e il IV incontro “In difesa della democrazia”. Oltre trenta gli eventi tra conferenze, tavole rotonde e convegni, cui hanno partecipato più di cento relatori, politici, sindacalisti e attivisti provenienti da oltre 40 Paesi. Almeno 6.000 i partecipanti (il cui numero ha doppiato le previsioni), accolti da musica e giochi di luce, lesti a sventolare bandiere e gridare slogan come “Palestina libera” e “No alla guerra” per una kermesse presentata come la “CPAC progressista” (la CPAC, Conferenza di Azione Politica Conservatrice, raduno annuale dell’estrema destra mondiale, è stata definita da Steve Schmidt, stratega politico ed ex agente della campagna di George W. Bush e John McCain, «uno spettacolo di fenomeni estremisti che conserva questa qualità ma ha preso il potere politico negli Stati Uniti. Secondo qualsiasi definizione ragionevole, quello che stai guardando è un raduno di fascisti, estremisti politici che si uniscono, una fusione del braccio giovanile, del braccio nazionalista cristiano, del braccio estremista cattolico Maga», v. Adista Notizie n. 8/25).
A organizzare il summit, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, il presidente del Partito dei socialisti europei (Pse) Stefan Löfven e il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, intenzionati a riunire a Barcellona forze progressiste da tutto il mondo per rafforzare la cooperazione tra istituzioni democratiche e governi locali impegnati nella difesa dei diritti e dello Stato di diritto. Dal podio, i relatori, tutti critici sulla politica belligerante nordamericana, sul negazionismo della crisi climatica delle destre e sulle disuguaglianze economico-sociali di cui si pasce il neoliberismo, hanno concordato sulla necessità di istituire una tassa sui super-ricchi, concretizzare la transizione verso le energie pulite, regolamentare la tecnologia e rinnovare il funzionamento delle Nazioni Unite.
Le personalità presenti, fra le quali, oltre al già citato Lula, la presidente messicana Claudia Sheinbaum, i presidenti di Colombia e Uruguay, Gustavo Petro e Yamandú Orsi, quello sudafricano Cyril Ramaphosa, hanno partecipato agli eventi di entrambi le kermesse.
Lula: il silenzio delle Nazioni Unite
Sono andati a Lula e a Sánchez gli applausi più scroscianti. Il brasiliano leader del Partito dei Lavoratori si è rivolto ai governanti di Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito e Francia, che godono del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: «Per amor di Dio – ha detto con toni appassionati – adempite ai vostri obblighi di garantire la pace nel mondo, convocate un incontro e fermate questa follia della guerra, perché il mondo non ne può più». Ha lamentato l’assenza dell’Onu in questo frangente di terribili guerre: «Le Nazioni Unite non possono rimanere in silenzio e guardare ciò che accade nel mondo», non rappresentano più l'obiettivo per cui sono state create, mentre i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza prendono decisioni «unilaterali» senza l'intervento di altre nazioni. Sulla violenza contro Gaza Lula ha parlato di «genocidio», raccordandosi al sudafricano Cyril Ramaphosa che aveva denunciato «l'ascesa di nazionalismi miopi... di guerre illegali e genocidi in luoghi come la Palestina, basati sull'ideologia della supremazia». La condanna della guerra a Gaza è stata apprezzata da Mohammad Shtayyeh, ex primo ministro palestinese, «a nome delle 72.000 persone innocenti che hanno perso la vita» sotto l'offensiva militare israeliana.
Democratici USA contro Trump
Di Gaza, di Iran, di Israele e dunque di Donald Trump si è detto da parte di un po’ tutti. È stato il convitato di pietra contro il quale sono state pronunciate parole dure anche dai senatori democratici statunitensi partecipanti alla Mobilitazione globale progressista. Chris Murphy, del Connecticut, ha definito Trump «la più grande minaccia alla democrazia dalla Guerra Civile», poiché, a suo parere, ha «preso il controllo dei media, dei tribunali e messo a tacere l'opposizione». Di rincalzo, il governatore del Minnesota Tim Walz ha denunciato: «Abbiamo un presidente che si immischia in una guerra quando non ci sono nemmeno minacce, nessun conflitto pianificato e nessuna arma nucleare. Questo è fascismo, e bisogna chiamarlo con il suo vero nome».
La presidente del Messico: piantare alberi, non seminare guerra
Neanche Cuba è stata dimenticata: Claudia Sheinbaum, per esempio, ha annunciato di voler promuovere «una dichiarazione contro l'intervento militare a Cuba» ventilato da Trump («Cuba è solo questione di tempo, prima dobbiamo chiudere questa faccenda (l'Iran)», ha detto qualche giorno fa). «Che prevalgano il dialogo e la pace», ha auspicato la presidente messicana. La quale ha anche insistito su una proposta che aveva già accennato al G20: «Destinare il 10% della spesa globale per gli armamenti a un programma globale che permetta a milioni di persone di riforestare milioni di ettari... invece di seminare la guerra, seminiamo la pace e la vita». La leader messicana ha sostenuto la rivendicazione dei popoli indigeni e degli eroi dell'indipendenza e ha presentato un elenco di dieci punti per l’agenda dei progressisti fra i quali «il principio di non intervento, la risoluzione pacifica delle controversie, l'uguaglianza giuridica degli Stati, la necessità di cooperazione internazionale per lo sviluppo e la lotta permanente per la pace».
Elly Schlein e Roberto Gualtieri
Per l’Italia ha partecipato al summit mondiale dei progressisti a Barcellona la presidente del Partito Democratico Elly Schlein, che, riferisce il Domani (18/4), ha avuto una serie di bilaterali con i leader dell’opposizione di Turchia, Francia e Giappone e con la capogruppo dei socialisti al Parlamento Europeo Iratxe García Pérez. «Non possiamo lasciare l’internazionalismo ai nazionalisti. E non possiamo batterli senza costruire un’agenda fatta di pace, democrazia, giustizia sociale e ambientale. È il nostro momento», ha dichiarato tra gli applausi alla plenaria di chiusura.
Parlando dell’Italia ha ricordato che le forze di destra al governo «non sono imbattibili, anzi: le abbiamo già battute alle regionali e al referendum». Ma per farlo, i progressisti, in Italia come altrove, hanno bisogno di essere uniti e «dimostrare che un mondo diverso è possibile, un mondo dove a vincere non è la legge del più forte e del più ricco». «Stanno infiammando il mondo con guerre, dazi e caos», mentre l'agenda progressista ha nel dna la pace, la protezione sociale e lotta alle disuguaglianze. E ha lodato Sánchez che è riuscito a tutelare i salari aumentando il salario minimo nonostante la crisi e ha trasformato il sistema energetico del Paese, arrivando nel 2025 a coprire con le rinnovabili il 56 per cento dei consumi. Tutt’altra e distruttiva la scelta di Meloni: «Il governo italiano ha scelto di dichiarare guerra alle rinnovabili e limitarsi a promuovere decreti che vengono immediatamente superati dalle decisioni dei suoi alleati». Alla Global Progressive Mobilisation ha partecipato anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che è intervenuto al tavolo di confronto tra sindaci e amministratori locali di diverse città, tra cui Barcellona, Buenos Aires, Toronto, Atene, New York e Freetown.
Sánchez: affidiamo l’ONU a una donna
L'ultimo oratore è stato Pedro Sánchez, «emerso come figura progressista a livello globale – scrive France24 (19/4) – per le sue critiche a Donald Trump e Benjamin Netanyahu e per la sua opposizione al riarmo». In un precedente intervento, aveva già allertato sui pericoli per l’umanità derivanti da «attacchi al sistema multilaterale, tentativi di sfidare le norme del diritto internazionale e una pericolosa normalizzazione dell'uso della forza». «Non basta resistere – ha dichiarato nel discorso di chiusura –. Dobbiamo prendere l’iniziativa, guidare, dimostrare che la democrazia non solo si difende, ma si rafforza ogni giorno». «Hanno cercato più e più volte di farci vergognare delle nostre idee e della nostra storia, ma oggi a Barcellona tutto questo è finito: il 18 aprile 2026 la vergogna cambia schieramento».
Come Lula, Sánchez ha affermato che sono necessari dei cambiamenti alle Nazioni Unite e ha avanzato una proposta politica simbolica e singolare: che l'ONU sia guidata da una donna al termine del mandato di António Guterres come segretario generale. In ciò sostenuto anche da Gabriel Boric, ex presidente del Cile, per il quale la proposta del collega spagnolo «è una grande opportunità».
Sánchez ha convenuto, come tutti i partecipanti all’incontro, sulla necessità di imporre una tassa sui super-ricchi, come anche la regolamentazione delle piattaforme tecnologiche, altro tema discusso durante le conferenze. Sánchez ha definito i proprietari dei social network «tecno-oligarchi», avvertendoli: «Non permetteremo loro di arricchirsi a spese della salute mentale dei nostri giovani».
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