Per il verso giusto. La cicatrice
Che anche lei
la cicatrice
persino lei
la cicatrice
possa
un giorno
diventare
quasi
felice?
Viviane Lamarque
Mi piace la poesia di Vivian Lamarque perché è come lei, vera, innocente e al momento giusto, affilata, disarmante. Potrei citare a proposito una osservazione folgorante di Sereni, ma non lo farò, per non avallare l’idea che per parlare del valore di una donna, bisogna dire cosa un uomo pensa di lei. C’è nella poesia della Lamarque la nenia, la filastrocca, la canzone imparata da bambina, che subito rivela una verità disincantata che solo i bambini sanno dire senza reticenze. Scrive in un suo testo:
Sono una poetina media / normale / da due righe e mezzo / sulla garzantina universale (da “Una quieta polvere”).
In quelle due righe e mezzo non c’è solo la caratteristica brevità dei suoi versi, ma l’altezza microscopica di una bambina, una Alice nel Paese delle Meraviglie, che attraversa il mondo tra regine cattive e cappellai matti, conservando intatta la sua piccola sublime verità.
Ho scelto la poesia “La cicatrice” forse perché, come lei ricorda, i poeti e le poete parlano anche per noi, e ci danno le parole quando le nostre le abbiamo smarrite e possiamo invece specchiarci nelle loro per ritrovarci tutti interi. In questa breve poesia si può scorgere come una cifra della nostra poeta. Lamarque racconta della sua storia biografica, la scoperta di essere stata adottata e la ricerca delle sue origini. La convivenza dell’anima della madre e dell’altra madre, quella che troverà più tardi. Suggestiva e struggente l’immagine di lei ragazzina che cerca tra le tombe le possibili tracce della sua origine:
Gli anni in cui cercavo i miei genitori, la mia famiglia d’origine, e non sapevo dove cercarli, mi ricordo che andavo nelle tombe a leggere i nomi, perché conoscevo il nome di mia madre. Allora giravo nei cimiteri a cercare i nomi, quando avevo dodici o tredici anni.
Forse è questa, chissà, la cicatrice che sta sul fondo di questa poesia. La parola cicatrice alcuni linguisti la fanno derivare dalla radice indoeuropea Kak che indica la “saldatura” del tessuto strappato che inizia a guarire. La poeta che ha fatto i conti con la sua originaria cicatrice diventa attenta osservatrice delle cicatrici degli altri. Lo scrive in un’altra poesia dalla raccolta Madre d’inverno dal titolo “Cicatrici”. Lamarque dice Con gli anni i miei amici / sono diventati / tutti ricamati / (…) cuciti e ricuciti / (…) chi sul petto / proprio dove sotto / gli batte il cuore / ( …) e chiude Al mare alla bella luce / del sole come risplendono / le care cicatrici / dei miei amici.
Non so se questo può rendere più felice una cicatrice, ma so che un dolore, cui si offre un “canto” (come parola o come spazio, come casa), provoca una piccola, grata felicità. Amo questa poesia perché termina con un punto di domanda, sbaraccando le solenni affermazioni paternaliste dei teologi amici di Giobbe (che disquisiscono ai massimi sistemi sul dolore degli altri), ma crea al lettore, lettrice, lo spazio per il proprio viaggio, per fare una ricognizione delle proprie cicatrici, una memoria, un sostare nell’asciutto della ferita, nella saturazione del tessuto biografico slabbrato.
I versi di questa “poesia bambina” sono in realtà l'ecografia di un percorso psicanalitico paziente in cui dare un nome, dare del tu alla propria ferita. E poi quell’avverbio, quel “quasi” che rende meno ridondante la parola “felicità”.
Una cicatrice “quasi felice” non significa limitare la felicità, ma renderla più autentica, più onesta. La cicatrice porta tutta la sua storia con sé ed è antidoto all’oblio, resistenza creativa alla cancellazione di ogni possibile elettroshock…
Mettere insieme cicatrice e felicità è tenere quel “quasi” come garanzia di un incontro non artificiale, non cosmetico, ma profondo come profondo è il dolore e profonda la stessa felicità. Vivian Lamarque, come la bambina che è stata, con una mano cerca di afferrare la felicità che vola in alto, e con l’altra rimane attaccata alla terra, sulle pareti asciutte del proprio dolore, convinta che solo così ognuna potrà essere “quasi” felice…
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