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I giovani nelle piazze: una mobilitazione che interroga e parla al sindacato e alla politica

I giovani nelle piazze: una mobilitazione che interroga e parla al sindacato e alla politica

ROMA-ADISTA. Bruno Manghi, sociologo e grande artigiano della formazione e del sindacato, suscitatore di “fuoco” in generazioni di giovani sindacalisti, concludeva così un testo di qualche anno fa: «Per quelli di oggi e di domani servirà a rispondere alla seguente domanda: Da dove veniamo? Che certo non risolve tutto, ma ci sorregge su altri interrogativi: chi siamo e dove andiamo?»

In tanti, di fronte alle mobilitazioni prevalentemente giovanili e studentesche per il diritto alla democrazia, allo studio, al lavoro, alla casa in Serbia, Francia, Spagna, Germania (con un più forte profilo pacifista e antimilitarista) e, infine, anche in Italia, si sono chiesti: «Ma chi sono questi giovani, dove stanno andando? Ce li siamo, forse, persi?». Probabilmente sì, almeno per ora ce li siamo proprio persi, vale per il sindacato in ogni declinazione, vale per la politica, vale, forse un po’ meno, anche per le grandi associazioni. I giovani, dove si prendevano decisioni che incideranno sul loro presente e, soprattutto sul futuro loro e del pianeta, non c’erano e, se c’erano, non erano e non sono né visti, né ascoltati.

Affermava, quindici anni fa, il cardinale Carlo Maria Martini, nel suo ultimo bellissimo, ultimo libro: Conversazioni notturne a Gerusalemme, citando il profeta Gioele: «I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni». Per costruire, sindacalmente, socialmente, politicamente un’agenda alternativa, come ben rilevato nell’articolo di Diego Motta su Avvenire del 27 ottobre, si può ripartire proprio da un’altra frase dell’ex arcivescovo di Milano: «Forse basta solo partire dai bisogni e dalle domande dei giovani e non da quello che si desidera loro insegnare».

Il sindacato è, insieme, poesia e prosa, pane e rose, ideali e necessità concrete, cielo e terra. Lottare contro il carovita, l’economia dello scarto e dello sfruttamento, la precarietà che da lavorativa si trasforma in esistenziale, significa, facendo propria e attualizzando la lezione di un grande, indimenticato sindacalista “da marciapiede” come Pierre Carniti, considerare il lavoro, ma anche lo studio, un «fatto sociale e relazionale».

Sta qui, nelle relazioni, certo non prive di conflitto, il nuovo alfabeto dei giovani che dobbiamo imparare, per ascoltare e contribuire a risolvere le domande urgenti, che sono, innanzitutto, domande di futuro e, quindi, di speranza. Le fratture, infatti, non sono solo le vetrine rotte, ma molto di più: siamo di fronte a una società della repressione, sempre più militarizzata, in cui la guerra e la crisi climatica rischiano di essere considerate la nuova normalità. Allora cresce un’onda, una grande, transnazionale, domanda di partecipazione e democrazia, perché i giovani di oggi, un po’ come i loro nonni nel 1973, con la grande conquista contrattuale delle 150 ore per il diritto allo studio, partita dai metalmeccanici e poi diffusa in tutto il mondo del lavoro, vogliono, da un lato, avere il tempo, lo spazio, la legittimità del desiderio di «imparare a suonare il clavicembalo» del nostro tempo, e dall’altro, hanno anche esigenze concrete, quotidiane, urgenti, contrattuali, magari senza sapere cosa sia un contratto.

Il sindacato, come seppe fare negli anni Settanta in tempi certamente di maggiore forza e potere, deve cominciare guardare oltre se stesso, ricucire le ferite, a partire dal lavoro e dai lavori, attraversare la modernità digitale, le solitudini, oggi frequenti anche nel mondo del lavoro, dello smart working, della logistica, delle partite Iva, siano esse reali o fasulle… Il sindacato deve porre il suo sguardo ai confini della città del lavoro, proprio come indicava papa Francesco, rappresentare uno spazio aperto, inclusivo, organizzato, ma non soffocante, libero. Uno spazio coerente con l’etimologia della parola sindacato: in cui «essere insieme giustizia».

La cosiddetta “Generazione Z” che a Genova 2001 non era ancora nata è questo e molto di più: non ragiona più solo per settori, territori, nemmeno per ideologie, ma ha un’idealità tenace, una gratuità politica che, a volte con comprensibile rabbia, parla e ci parla. È una generazione che prova a sperimentare anche nuovi modelli di leadership, non autoritari, non maschilisti o paternalisti: ed è anche per questo che non torna quanto viene imputato dalla Procura di Milano, abbastanza incredibilmente, ad uno di loro, solo con qualche anno in più: il giovane bresciano di seconda generazione Youssef Siher, per fortuna scarcerato. Senza ovviamente essere vincolati alle sue discutibili posizioni, non lasciamolo solo Siher, costruiamo con pazienza e tenacia, anche a partire dalle condizioni di lavoro, un mondo nuovo e possibile per tutti e per ciascuno, in cui riconoscersi soggetti non significa cedere all’individualismo e al nichilismo, in cui la “rivolta è senza armi”, ma pretende anche di essere sentita e vista.

Questi giovani non chiedono una nuova politica, sono, con le loro contraddizioni, con i loro opportuni errori, loro stessi una politica nuova, potenzialmente anche un sindacato nuovo, attuale, reale, necessario.

Unire le lotte significa ricucire la speranza, condividere l’orizzonte: ne abbiamo bisogno tutti e tutte, oltre le generazioni. L’intero, la società nel suo complesso vive oltre le proprie ferite, avendone cura, cerca di comprendere se stessa, anche per costruire alternative su dove andare, su come camminare, domandando, verso il futuro. «I giovani hanno visioni. I vecchi fanno sogni», lo diceva il profeta Gioele, ben prima di questo rovente, furioso, ma anche potenzialmente, laicamente benedetto 2026. Non dimentichiamolo.

 

Francesco Lauria è formatore Cub (Confederazione Unitaria di Base), Mattia Scolari è segretario generale Cub Milano

Foto di Orna da Pixabay

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