Report Oxfam: così i super-ricchi guadagnano sia sulle emissioni sia sui disastri climatici che provocano
Disaster Divide. Come la crisi climatica aggrava la disuguaglianza e accresce la ricchezza di pochi: è il titolo del nuovo report di Oxfam diffuso in vista della Cop 31 sul clima (in programma ad Antalya, Turchia, dal 9 al 20 novembre). Il report diffonde dati allarmanti su disuguaglianza e crisi climatica: in estrema sintesi i super-ricchi contribuiscono enormemente alla crisi climatica, ne traggono benefici economici e ne scaricano il costo sulle fasce più povere della popolazione mondiale.
Ogni anno, dichiara Oxfam il 27 ottobre, in una nota che accompagna il lancio del report, le 8 milioni di persone più ricche del mondo «produce, a causa del proprio tenore di vita e di investimenti in attività inquinanti, più emissioni di CO2 in atmosfera di quelle generate da circa 3,5 miliardi di persone. Uno qualsiasi di questi super-ricchi in media contribuisce ad alimentare le attuali e sempre più forti ondate di calore ben 400 volte di più, rispetto ad una persona appartenente alla metà più povera della popolazione mondiale».
Denuncia Oxfam che nel mondo c’è una «ristretta élite» che non solo contribuisce in modo esponenziale alla crisi climatica, ma guadagna ingenti profitti anche dai disastri naturali. Spiega Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia, che «mentre i Paesi e le persone più povere sono inermi di fronte ad eventi climatici sempre più estremi e imprevedibili, i super-ricchi riescono a trovare vie d’uscita: bunker sotterranei ipertecnologici, squadre antincendio private o polizze a copertura delle proprie perdite. Non solo, si arricchiscono grazie a una crisi climatica che essi stessi hanno contribuito ad aggravare. Quello a cui assistiamo è un vero e proprio crimine, oltre che uno dei fattori che incide maggiormente su livelli di disuguaglianza ormai parossistici».
Il report incrocia gli effetti delle disuguaglianze con le proiezioni della crisi climatica e il dato che ne emerge è inquietante: «L'1% più ricco del pianeta ha causato un quinto (il 20%) del riscaldamento globale registrato dal 1990 a oggi», spiega Oxfam. Inoltre, «le emissioni del top 1% in un anno provocheranno 1,9 milioni di vittime a causa delle ondate di calore anomale, con il 78% di questi decessi che si verificherà nei Paesi a basso e medio-basso reddito, nonostante siano responsabili di appena l'8% delle emissioni globali». Infine, «le emissioni dell’1% più ricco sfioreranno i 53.000 miliardi di dollari di danni entro il 2050».
Oltre il danno, la beffa: secondo il report Oxfam «la crisi climatica si sta trasformando anche in un affare sempre più redditizio». Cresce senza limiti infatti il mercato delle attività di gestione dei disastri: «Un fenomeno speculativo fotografato dal nuovo Destroy & Rebuild Index di Oxfam, che ha analizzato 217 grandi aziende capaci di generare profitti per i loro facoltosi investitori su entrambi i fronti della crisi climatica: dalle attività altamente inquinanti che la alimentano, fino agli interventi di risposta, mitigazione e ricostruzione post-catastrofe».
Un inaccettabile paradosso, denuncia Petrelli: «I super-ricchi prima incendiano il pianeta e poi ci presentano il conto per gli estintori. Guadagnano due volte, prima inquinando e poi facendo profitti per la ricostruzione e riparazione dei disastri climatici che contribuiscono a generare». E così, anche un disastro si può trasformare «nell’ennesima occasione per orientare le privatizzazioni a vantaggio di pochi. Il risultato è un ciclo economico completo profondamente ingiusto».
Alla luce del nuovo report, Oxfam chiede ai governi che si riuniranno ad Antalya di «adottare una strategia incisiva» mirata a: «Applicare il principio “chi inquina paga”, imponendo tasse permanenti sui grandi patrimoni, sulle corporation dei combustibili fossili e sui beni di lusso ad altissimo impatto (come i jet privati), così da disincentivare il ricorso ai beni inquinanti e spingere i grandi inquinatori a un drastico e rapido taglio delle emissioni»; «garantire risorse adeguate al Sud globale e incrementare la finanza climatica, privilegiando i finanziamenti pubblici a fondo perduto ed evitando prestiti che alimenterebbero il debito dei Paesi più poveri, triplicando inoltre i fondi destinati all'adattamento entro il 2035»; «ridurre drasticamente la disuguaglianza, anche attraverso investimenti per il potenziamento di un sistema di welfare disegnato tenendo conto dei nuovi rischi economici e sociali associati alla crisi climatica»; infine «fermare la speculazione sui disastri climatici, contrastando la concentrazione dei mercati energetici dominati da attori oligopolistici, introducendo forme più incisive di regolamentazione dei prezzi di beni energetici e ripensando le politiche industriali pubbliche in materia di energia per accelerare una transizione ecologica giusta».
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