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L’OSTENSIONE DELLA SINDONE NON PIACE AI VALDESI: TEOLOGIA DELL’IMMAGINE E SPRECO DI DENARO PUBBLICO

Tratto da: Adista Notizie n° 51 del 05/07/2008

34505. TORINO-ADISTA. “È una bella notizia, una notizia che aspettavamo. La città è pronta. Certo l'ostensione è innanzitutto un fatto religioso ma è anche un fatto culturale che contribuirà a far conoscere ulteriormente Torino nel mondo”. Così il sindaco Sergio Chiamparino ha commentato l’annuncio dato lo scorso 2 giugno da papa Benedetto XVI di una nuova ostensione della sindone, in programma per la primavera del 2010. La spesa preventivata dalle istituzioni locali (Regione Piemonte, Comune e Provincia di Torino) è di 10 milioni di euro: soldi pubblici, versati dai contribuenti – cattolici e non – e utilizzati per finanziare un evento che attirerà nel capoluogo piemontese centinaia di migliaia di pellegrini da tutto il mondo.

Ma non tutti si sono associati al coro di consensi che ha unito gerarchie ecclesiastiche e vertici delle istituzioni locali. Sul settimanale protestante Riforma (24/08) il pastore valdese di Torino Giuseppe Platone ha scritto: “Ci sentiamo liberi di dissentire come credenti e come cittadini visto che l’operazione Sindone la paghiamo anche noi che cattolici non siamo”. Le critiche di Platone investono anche questioni teologiche molto importanti e assai delicate sul piano del dialogo ecumenico. “Come protestanti che non hanno né il culto delle immagini”, “né praticano la venerazione di oggetti o reliquie né lucrano indulgenze - ha affermato il pastore valdese - prendiamo distanza da certe pratiche religiose. Dal sangue di san Gennaro al culto di Padre Pio, le cui spoglie mortali sono state riesumate e finemente restaurate a uso dei fedeli, sino al ‘sacro lenzuolo’ di Torino emerge una teologia dell’immagine che intercetta un profondo bisogno di religione”.

“Appare, una volta di più - ha aggiunto Platone - l’enorme distanza che ci separa dalla Chiesa di Roma. Al di là della considerazione che il denaro pubblico potrebbe essere meglio investito rispetto all’alimentare queste pratiche devozionali popolari, non credo che i cristiani debbano arrendersi al prorompente bisogno religioso di toccare, vedere, sentire la divinità. Quasi che Dio fosse questione d’immagine. La Parola di Dio da sola, testimoniata nelle Scritture, non è forse sufficiente? L’immagine ha solo un valore pedagogico, didattico. Non mi sembra che l’evangelo vada nella direzione del culto o se si vuole della venerazione di raffigurazioni. Contemplare un ipotetico volto di Cristo, pregare davanti a una reliquia non aggiunge nulla alla fede”.

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