Nessun articolo nel carrello

Tante domande che toccano la coscienza

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 12 del 31/01/2009

Noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, che cosa comprendiamo di Gaza o di Sderot? Forse poco. Certamente vi siamo implicati. Da Israele si vede Hamas non come una realtà palestinese circoscritta, ma come punta di una forza aggressiva enormemente più vasta, crescente, il fondamentalismo islamico di massa che può destabilizzare gli stessi regimi arabi, e che è fomentato da uno stato, l’Iran, quasi ormai potenza nucleare. Minacce reali, non immaginarie, per l’esistenza stessa di Israele, e anche per l’Europa e non solo.

Dalle nostre rive la scena appare diversa: una potenza militare, Israele, sta schiacciando un popolo che essa stessa opprime. Visione reale, non immaginaria. Da queste due visioni, entrambe vere, dobbiamo trarre le nostre considerazioni. Le mie, che seguono, sono certo viziate dal privilegio del silenzio in cui mi trovo a scrivere; angosciato sì, per quello che Israele sta facendo, e sta facendo anche a se stesso, ma lontano dal sangue e dalla paura immediata.

Chiamiamo le cose col loro nome: se terrorismo è il massacro indiscriminato (tentato o eseguito) di civili, terroristi sono i missili Qassam che Hamas lancia sulle città di Israele; e terroristi sono i bombardamenti israeliani su Gaza. Ma su scala 500, 1000 volte maggiore. Col terrorismo Hamas esprime la sua aspirazione a eliminare Israele, e, stando alla sua Carta, gli ebrei in quanto tali, vuole punire gli ebrei in genere, in quanto genericamente sostenitori di Israele. Col terrorismo Israele pratica una sanguinaria punizione di massa sulla popolazione di Gaza perché genericamente implicata con Hamas.

E che cosa chiamiamo aggressione? I missili Qassam, certo. Ma il blocco di Gaza non era già un’aggressione? Nel 1967 Israele chiamò giustamente aggressione il blocco degli stretti di Tiran fatto da Nasser, e reagì con la guerra dei sei giorni. Dal blocco di Gaza, che già in sé ha creato emergenze umanitarie, ora si è passati alla guerra. Ma è guerra? Non ci sono due eserciti in campo, ma un esercito da una parte e gruppi fondamentalisti e terroristici immersi in una popolazione che si dice la più densa del mondo.

In condizioni pacifiche esiste una fattispecie giuridica che si chiama “abuso di legittima difesa”. Se Israele ha diritto morale a una legittima difesa, che ne è dell’abuso? L’abuso è questo intollerabile massacro. Ci sono i morti. E i feriti? A migliaia, persone distrutte, senza gambe, senza braccia, sventrate, spezzate nell’anima, spesso senza sangue o in cancrena per mancanza di medicine, di medici, di acqua, di corrente elettrica, di cibo, già a causa dell’embargo, poi della distruzione. Che cosa vale tutto questo?

Si dice, spesso a ragione, che i terroristi si fanno scudo dei civili. Dunque i civili sono ostaggi. Si massacrano gli ostaggi? La pratica degli scudi umani è ignobile perché cinicamente espone degli esseri umani al sacrificio, ma perché sarebbe meno ignobile l’azione di chi quel sacrificio lo compie sparando comunque? O forse la convivenza della popolazione con Hamas è intesa di per sé come connivenza, nell’idea aberrante di una “colpa collettiva” a giustificazione del massacro. Ma non è questa idea esattamente simmetrica a quella dei terroristi contro cui si combatte, non solo per necessità ma anche in nome dei “nostri principi superiori”?

Il numero di morti e feriti ci dice cose che già sappiamo: non esistono bombe intelligenti o selettive. O se esistono, dovremmo pensare che uno degli eserciti più addestrati del mondo non sia tecnicamente capace di usarle né sia all’altezza di selezionare i suoi bersagli, o che sia troppo indifferente agli eufemistici “effetti collaterali”, o che il massacro faccia parte della strategia. Quale strategia? C’è un primo obiettivo dichiarato: far cessare l’aggressione dei missili Kassam. Giusto? Giusto.

C’è un secondo obiettivo: spazzare via Hamas. Hamas è un nemico, non solo militare ma soprattutto politico. I palestinesi l’hanno votato in massa in polemica con la corruzione di Fatah e di fronte alla continua frustrazione di obiettivi politici ragionevoli, di risultati positivi, di fronte alla continua umiliazione subita ai check point e sotto occupazione.

La presa di Hamas sui palestinesi è prima di tutto responsabilità dei palestinesi, e in particolare di Fatah e della  corruzione con cui ha dilapidato ingenti aiuti internazionali. Ma a quella frustrazione e umiliazione, che hanno favorito Hamas, la politica di Israele ha tenacemente contribuito, con l’espansione degli insediamenti, con la durezza vessatoria dei check point e dell’occupazione dei territori, con l’esproprio di terre e la distruzione delle coltivazioni, con il blocco che ha affamato Gaza, con il nulla di fatto diplomatico.

Tutto ciò ha favorito la presa di Hamas sui palestinesi. È un caso, un “effetto collaterale”? O l’oltranzismo di Hamas è utile a tutti coloro, tra i palestinesi e tra gli israeliani, che non vogliono compromessi ma solo vincere in cielo, in terra e in mare; che si valgono dell’oltranzismo altrui per poter dire: “non ci sono alternative”, che pongono la questione israelo-palestinese non in termini di trattativa per una convivenza, ma di vittoria definitiva e totale degli uni sugli altri?

Il terzo obiettivo è di spezzare la convivenza della popolazione con Hamas, mostrandone l’enorme prezzo in vite umane, in distruzione e macerie. I volantini in arabo lanciati dall’esercito israeliano sulla striscia di Gaza dicevano: “denunciate gli esponenti di Hamas”, che è come dire: fatevi ammazzare da loro, così non avremo bisogno di farlo noi. Tramutate il nostro assalto in guerra civile tra voi. Tramutatevi in nostri collaboratori in una vostra guerra civile. Ma i collaboratori palestinesi di un’aggressione israeliana ai palestinesi hanno forse qualche prospettiva politica o di vita tra i palestinesi? Basta mettersi nei panni di un palestinese nemico di Hamas per vedere come il dilemma proposto dai volantini israeliani sia insostenibile. O sia propaganda, un alibi per poter dire: una via di uscita gliel’abbiamo proposta.

(dall’articolo per Paralleli e Italianieuropei)

Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.

Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!

Condividi questo articolo:
  • Chi Siamo

    Adista è un settimanale di informazione indipendente su mondo cattolico e realtà religioso. Ogni settimana pubblica due fascicoli: uno di notizie ed un secondo di documentazione che si alterna ad uno di approfondimento e di riflessione. All'offerta cartacea è affiancato un servizio di informazione quotidiana con il sito Adista.it.

    leggi tutto...

  • Contattaci

  • Seguici

  • Sito conforme a WCAG 2.0 livello A

    Level A conformance,
			     W3C WAI Web Content Accessibility Guidelines 2.0

50 anni e oltre

Adista è... ancora più Adista!

A partire dal 2018 Adista ha implementato la sua informazione online. Da allora, ogni giorno sul nostro sito vengono infatti pubblicate nuove notizie e adista.it è ormai diventato a tutti gli effetti un giornale online con tanti contenuti in più oltre alle notizie, ai documenti, agli approfondimenti presenti nelle edizioni cartacee.

Tutto questo... gratis e totalmente disponibile sia per i lettori della rivista che per i visitatori del sito.