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Sparatorie, falsa sicurezza e “armi comuni”

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 15 del 25/04/2015

Ha suscitato impressione e turbamento ciò che è accaduto il 9 aprile scorso al Palazzo di Giustizia di Milano: l’immobiliarista fallito, Claudio Giardiello, entrato nel Palazzo per un’udienza ha ucciso tre persone e ne ha ferite gravemente altre due. La maggior parte dei commentatori ha concentrato l’attenzione sulle falle nel sistema di sicurezza, altri sulla delegittimazione dei magistrati, altri ancora sull’idea latente ma sempre più diffusa di farsi giustizia da soli. Poco si è riflettuto, invece, su un aspetto. Lo ha messo in luce la madre del giovane avvocato ucciso, Alberta Brambilla Pisoni, con queste parole: «Questa tragedia deve servire a qualche cosa, può servire a dire basta a queste armi nelle case e in giro con questa estrema facilità». 

Stando alle fonti di stampa, per commettere l’assassinio Giardiello ha usato una Beretta calibro 9x21 alimentata da un caricatore da 15 colpi di cui 13 sparati in Tribunale per compiere la sua follia omicida. Giardiello, nonostante il parere negativo dei carabinieri, era infatti in possesso di regolare porto d’armi e si esercitava assiduamente al poligono di tiro. L’arma e il caricatore non sono dettagli di poco conto per una sparatoria: quelle usate dall’assassino sono armi poco diverse da quelle in dotazione alla polizia. E sono armi sempre più richieste per la difesa personale: allo “HIT Show”, il nuovo salone delle armi di Vicenza che ha rimpiazzato la fiera bresciana EXA, erano tra le più ricercate dagli appassionati insieme ai black-rifle, i fucili semi-automatici che somigliano molto a quelli militari anche perché il progetto da cui derivano è spesso di tipo militare. Ma sono tutte classificate e vendute, anche in Italia, come “armi comuni”. 

Armi comuni di cui l’Italia è il maggiore esportatore mondiale: ne esporta più degli Stati Uniti, della Germania e della Russia tanto da ricoprire quasi un quinto di tutto il mercato mondiale. Il business è in crescita e – secondo gli ultimi dati ISTAT analizzati dall’Osservatorio OPAL di Brescia – nel 2014 l’export dall’Italia di “armi comuni” ha raggiunto, con oltre 405 milioni di euro, un record storico trentennale.

Armi in gran parte fabbricate nella provincia di Brescia in cui hanno sede le maggiori aziende del settore (Beretta, Breda, Dallera, Franchi, Perazzi, Tanfoglio), ma anche a Urbino dove ha sede la Benelli (che con la Franchi e la Uberti da anni fa parte del gruppo Beretta). Armi spedite sempre di più nelle zone di maggior tensione del mondo: a cominciare dai Paesi del Medio Oriente e Nord Africa (Mena) verso i quali le esportazioni di “rivoltelle e pistole” tra il 2013 e il 2014 sono più che decuplicate tanto da raggiungere la cifra record di oltre 22 milioni di euro, a cui vanno aggiunti altri 10 milioni di euro di “fucili e carabine”. Si tratta, in gran parte, di armi inviate agli apparati di polizia e di sicurezza, pubblica e privata, di regimi che negli anni scorsi hanno visto le manifestazioni e le rivolte della “primavera araba”. È il caso dell’Egitto dove nel luglio del 2013 il generale al-Sisi ha preso il potere con un colpo di Stato mettendo subito in atto una repressione sanguinosa degli oppositori politici: nonostante il permanere della decisione dell’Unione Europea di «sospendere le licenze di esportazione all’Egitto di ogni tipo di materiale che possa essere utilizzato per la repressione interna», lo scorso anno sono state esportate dalla provincia di Brescia in Egitto 30mila pistole per un valore di quasi 8 milioni di euro. Ma anche alle forze di sicurezza dell’Algeria sono state inviate lo scorso anno, sempre dalla provincia di Brescia, più di 28mila pistole per un valore di quasi 9 milioni di euro. E poi all’Oman (13mila pistole per oltre 3,3 milioni di euro) e finanche al Libano a cui sono state inviate, nonostante il permanere dell’embargo di armi dell’UE, più di 5mila pistole per oltre 1 milione di euro e 2,7 milioni di euro di fucili e carabine, e al Bahrein (oltre 3mila pistole). Considerando anche quelle di tipo militare, nel 2014 l’Italia ha esportato nel Medio Oriente infuocato da guerre e conflitti più di 157 milioni euro di armi e al Nord Africa attraversato da continue tensioni un record di 46 milioni di euro di armi. 

Certo gli Stati Uniti restano il maggiore acquirente delle armi comuni italiane, anche se nel 2014 hanno visto una forte contrazione le esportazioni di pistole e rivoltelle (28 milioni di euro) e sono risultate stabili quelle di fucili e carabine (123 milioni di euro). Ma occorre ricordare che, paradossalmente, proprio gli annunci di possibili restrizioni sul possesso delle armi da parte dell’amministrazione Obama a seguito delle varie stragi e sparatorie locali, avevano fatto registrare nel 2013 un boom di esportazioni soprattutto di “armi comuni” proprio dal distretto armiero bresciano. 

Papa Francesco si è ripetutamente pronunciato contro gli “imprenditori di morte” che vendono armi ai Paesi in conflitto e nella Evangelii Gaudium ha denunciato con forza l’inganno delle armi per risolvere i problemi della sicurezza (E.G. 59-60). E il mondo delle associazioni e degli intellettuali cattolici?

* dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (OPAL) di Brescia

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