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Confusione e cautela. Sul risultato del 4 marzo la Chiesa dice poco o niente

Confusione e cautela. Sul risultato del 4 marzo la Chiesa dice poco o niente

Tratto da: Adista Notizie n° 10 del 17/03/2018

39283 ROMA-ADISTA. Il risultato delle elezioni sembra aver tramortito anche la Chiesa italiana. Pochi commenti e decisamente cauti, in linea con il profilo scelto dai vertici ecclesiastici già durante la campagna elettorale. Come abbiamo ampiamente documentato su Adista (v. 10/2, 24/2, 10/3), gli ultimi mesi, in particolare, sono stati caratterizzatida un evidente senso di smarrimento di fronte a un sistema politico che, prima ancora di questi risultati, appariva difficile da governare, minato dalla corruzione morale e, soprattutto, privo di punti di riferimento credibili per il mondo cattolico e adeguatamente coerente dal punto di vista programmatico. Confusione e frammentazione erano e sono dunque ancora la cifra della stagione post-ruiniana, quella del fallimento dei progetti di riaggregazione susseguitisi da Monti a Letta. L’altra sembrava essere il rifiuto del populismo demagogico e xenofobo, ma i risultati, che hanno premiato nettamente il M5S, sembrano imporre una parziale rettifica. Saltata l’ipotesi di un Gentiloni-bis di larghe intese, che era evidentemente la preferita, ci si trova ora a fare i conti con nuove ipotesi di alchimie.

Commentando a caldo i risultati di domenica, Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, ha parlato di una rivoluzione in corso e di stravolgimento del sistema politico. Netta e inequivocabile la sconfitta del Pd e delle sinistre radicali. Catastrofico l’esito «delle mini-aggregazioni e partitini germinati dalle progressive frantumazioni delle formazioni che in ogni dove si sono richiamate alla mortificata tradizione del popolarismo cattolico». Di fronte all’avanzata della Lega (con il suo «stile lepenista»), Tarquinio considera un errore la possibilità di tornare alle urne: «Sancirebbe un’impotenza. E non del presidente della Repubblica-arbitro, ma di giocatori senza gioco, senza visione, senza generosità». Con queste parole

ha ribadito la linea il giorno seguente l’editoriale di Leonardo Becchetti: «Non possiamo aspettare cinque anni per prenderci una qualche “rivincita”, abbiamo bisogno di una guida salda e saggia del nostro Paese in una stagione decisiva come quella che si aspetta. L’ideale sarebbe un timoniere e una squadra di governo con un mix di esperienza,

competenze e innovazione. La realtà dice che bisognerà accontentarsi di quanto sarà possibile

estrarre dal Parlamento».

Nell’associazionismo cattolico confermano le preoccupazioni Carlo Costalli del Movimento Cristiano Lavoratori e Roberto Rossini delle Acli, mentre la gerarchia si è espressa con posizioni meno limpide. Interrogato dai

giornalisti mentre apriva i lavori dell'Assemblea plenaria della Commissione internazionale cattolica per le migrazioni, il segretario di Stato card. Pietro Parolin ha precisato che l’impegno della Chiesa per i migranti non sarà condizionato dall’esito del voto, anche se le condizioni potranno «essere meno favorevoli». «La Santa Sede deve lavorare in qualsiasi

condizione sorga», ha dichiarato il porporato a Agensir.it. E per questo anche nella nuova situazione politica italiana Parolin ha assicurato che la Santa Sede continuerà la sua opera di educazione perché la gente «comprenda che le migrazioni sono una caratteristica del nostro tempo, e che i Paesi

più sviluppati hanno un debito nei confronti

dei migranti di cui si conoscono le terribili condizioni di vita che li spingono a partire».

Mons. Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata, ha spiegato con queste parole il successo

della Lega nella città recentemente sconvolta dal terrorismo contro un gruppo di migranti: «Qui si sono sommati più problemi. In primo luogo, il problema del terremoto. Epoi, il risultato della Lega qui è anche legato a un altro elemento. Qui la Lega ha presentato un amministratore locale noto, rispetto ad altri partiti che hanno mandato candidati decisi a Roma e arrivati qui senza nessun rapporto con il territorio. E quando una popolazione si sente sola e percepisce delle figure

che conosce, questo fatto incide».

Un’analisi più articolata è arrivata dall’arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte. «Mi chiedo se non sia da avviare una riflessione nella Chiesa italiana su una terza via possibile tra il collateralismo, ormai inaccettabile, e il rischio di irrilevanza», ha dichiarato al Corriere della Sera. E ancora: «Ci sono stati tanti credenti tra gli elettori, anche nelle forze

emergenti, ma la loro voce si è sentita poco o niente, fino a far ritenere a qualcuno che la Chiesa non abbia voluto, o saputo, farsi sentire.

E invece è giusto desiderare interventi incisivi dei vescovi su questioni come il lavoro, la giustizia sociale, etc.». Il nodo posto da Forte è quindi ancora tutto da sciogliere e probabilmente il prossimo Consiglio permanente della Cei, fissato per il 19 marzo, rappresenterà un primo momento di riflessione postelettorale. Per il momento domina nella Chiesa la cautela. (alessandro santagata)

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