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Religiose, il lungo cammino dall’abuso alla rinascita. Intervista ad Anna Deodato

Religiose, il lungo cammino dall’abuso alla rinascita. Intervista ad Anna Deodato

Tratto da: Adista Notizie n° 6 del 16/02/2019

39686 ROMA-ADISTA. Sta cadendo, forse, l’ultimo tabù. A distanza di 17 anni dalla pubblicazione dell’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa del Boston Globe, che segnò l’esplosione della grande crisi tuttora in corso, sembra che lentamente si stia dissipando la nebbia intorno a un altro versante, ancora più nascosto e oscuro, della stessa piaga: l’abuso sessuale sulle religiose (v. Adista Notizie n. 4/19). Ne ha anche parlato papa Francesco durante il viaggio di ritorno dalla visita negli Emirati Arabi, il 5 febbraio, in riferimento a un articolo pubblicato nell’inserto mensile “Donna Chiesa, Mondo” dell’Osservatore Romano (2/2): «Il problema esiste nella Chiesa», ha detto, menzionando sacerdoti e vescovi che hanno abusato, «Io credo che si faccia ancora, ma ci stiamo lavorando». Caso dopo caso, le istituzioni ecclesiali da tempo hanno cominciato a farsi carico del problema, sepolto da un muro di omertà difficile da scalfire anche per via del rapporto gerarchico che spesso lega vittima e predatore: un rapporto segnato da abusi di potere prima che psicologici e sessuali, in cui la vittima è spesso cercata e individuata tra donne vulnerabili, fragili e inconsapevoli.

Diversi sono i contesti in cui avviene l’abuso sulle religiose, donne che difficilmente riescono a elaborare e superare il trauma subìto per la vergogna e il senso di colpa che avvertono, stante, oltretutto, la diffidenza di cui spesso sono oggetto quando riescono a denunciare il fatto. Donne che appena sopravvivono. La loro storia è raccolta da Anna Deodato, dell’Istituto delle Ausiliarie Diocesane di Milano. Dopo gli studi di Pedagogia si è laureata all’Istituto superiore di Scienze Religiose di Milano e ha conseguito la laurea magistrale in Scienze della formazione all’Istituto Superiore per Formatori, collegato all’Istituto di Psicologia della Pontificia Università Gregoriana. Da diversi anni svolge il suo servizio di ascolto e accompagnamento delle religiose abusate al Centro per l'accompagnamento vocazionale di Milano. Nel 2016 ha scritto un libro, Vorrei rinascere dalle mie ferite. Donne consacrate e abusi sessuali (ed. Dehoniane), unico nel suo genere, che di questa realtà racconta contesti, dinamiche, protagonisti, dolore, ricerca, rinascita. Un libro forte, duro, in cui «la presa di posizione è molto chiara e drastica, e questo è comprensibile non solo perché l’autrice ha ascoltato e ha accompagnato le donne abusate che parlano della loro esperienza, ma anche perché questo testo vuole svegliare la coscienza e motivare a rompere il silenzio», scrive nella presentazione il gesuita p. Hans Zollner, preside dell’Istituto di Psicologia della Pontificia Università Gregoriana (di cui è vicerettore), presidente del Centre for Child Protection (CCP) della Gregoriana stessa, membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori. Abbiamo posto ad Anna Deodato alcune domande. 

Anna, il tuo lavoro comporta un accompagnamento umano, psicologico e spirituale di religiose abusate da preti o superiori. Si tratta di una figura nuova, inedita, all’interno della Chiesa. Come sei arrivata a ricoprire questo ruolo?

Il mio ruolo è cresciuto e si è sviluppato nel tempo accanto alle persone che ho incontrato e iniziato ad accompagnare. All’équipe di cui faccio parte, al Centro per accompagnamento vocazionale di Milano, normalmente si rivolgono persone, uomini e donne, che sono all’inizio del loro cammino di discernimento o che già vivono una scelta di vita consacrata o sacerdozio che stanno attraversando tempi particolari della loro vita o che chiedono un aiuto per una maggiore conoscenza di se stessi in vista, appunto, della scelta vocazionale. La prima donna consacrata, vittima di abuso sessuale, l’ho incontrata nei primi anni del 2000 ed è stato per me l’entrata in un mondo e in un vissuto di dolore e di sofferenza profondo e travolgente. Sapevo della realtà dell’abuso, ma l’incontro con una persona che portava in se stessa questa ferita è stato l’impatto con una realtà ben più tremenda di quanto i “testi di studio e di formazione” illustrano. Può sembrare una affermazione banale, ma ha una portata molto seria: una vittima è una persona, non un caso! Ha una storia estesa e profonda e mai riconducibile e ristretta a ciò che ha subito. L’abuso sessuale di donne consacrate è molto più diffuso di quanto si possa pensare. La via di rielaborazione, rilettura e, se ce ne sarà spazio, di riconciliazione con il trauma subito è molto lunga, complessa, conosce passi avanti, ma anche frenate e soste che vanno rispettate affinché ogni persona, nella unicità della sua storia, possa recuperare e comprendere che passo fare.

In che cosa consiste, specificamente, il tuo lavoro? Qual è il percorso che compi insieme alle donne che segui?

Per tutte le donne che ho conosciuto i primi incontri si sono svolti in condizione di «emergenza»: la sofferenza era già in fase acuta, espressa secondo le caratteristiche proprie di ogni persona, del contesto relazionale e vocazionale in cui viveva. In generale, ci si deve disporre a un ascolto vigile, paziente e capace di «portare» l’altro senza invadere, senza costringere, né tanto meno forzare l’intimità, accettando di camminare a fianco, sostenendo senza mai sostituirci in nulla, ma con una vera e profonda partecipazione affettiva. È necessaria fedeltà e lealtà nella relazione per creare lo spazio per la nascita di un nuovo legame vitale. Si piange e si gioisce, si procede e ci si arresta; la lotta è sempre dura e il timore di non farcela è spesso presente, ma a chi accompagna è chiesto di credere con speranza. Credere che nel cuore umano risiedono forze, a volte inesplorate, che possono sostenere e trasformare la vita.

Quali sono le resistenze che incontri?

L’iniziale processo nell’accompagnamento di ciascuna è, per mesi, quello di lasciare spazio a ciò che pian piano scelgono di dire: è necessaria un’accorta vigilanza nel trovare la delicatezza e la sollecitazione affinché possano – comunque – sentire una relazione sicura e abbiano la forza di parlare. Anche la pazienza, da parte mia, di accettare lunghi tempi di silenzio e la forza di portarlo hanno la loro rilevanza, è importante far sentire una presenza accogliente, calda, rassicurante. Con qualcuna, a un certo punto, ho deciso di dare la possibilità di scrivere e di scrivermi non tanto come via sostitutiva della parola, ma come aiuto ad essa. Con tutte abbiamo lavorato molto sui confini della loro intimità, le ho inviate a non rivelare, neanche alla superiora o alla responsabile, ciò che dicevano, né ciò che accadeva, né tanto meno, ciò che esse vivevano e ricordavano. Per qualcuna è stato molto difficile a causa dell’intrusione sistematica della superiora che per nessun motivo voleva perdere il controllo sulla suora. A tale riscontro io stessa ho dovuto più volte sottrarmi e ristabilire più volte l’autonomia necessaria per l’accompagnamento.

Quante tra esse sono riuscite a superare il trauma dell’abuso? A quali condizioni?

Purtroppo non tutte le situazioni di dolore e sofferenza sono approdate a una risoluzione e a una stabilità, ma per ciascuna persona va cercato il «passo concreto verso il miglior bene possibile per lei». Si lotta anche per dare spazio ai desideri e ai sogni. È – sempre – importante dare credito alla vita, dare fiducia alla vita che vince la morte. Ci si sostiene insieme nella fede, solo così è dato di scoprire che la compassione e la condivisione con chi è più ferito e vulnerabile è davvero un’esperienza pasquale. Ciascuna di loro lotta per tornare a ritrovare una dignità interiore che le permetta di ripartire nella vita senza sentirsi sempre diversa, mancante, sbagliata, perché purtroppo questo è ciò che la società e a volte anche le istituzioni ecclesiali implicitamente rimandano alle vittime.

Quali sono le dinamiche che rendono possibile l’abuso? Puoi farci un identikit della figura dell’abusatore e descriverci i tratti ricorrenti della religiosa abusata?

Una persona adulta può trovarsi in una situazione di vulnerabilità temporanea e transitoria. Sul versante istituzionale pensiamo a ciò che accade quando nelle comunità religiose la relazione di obbedienza e la leadership carismatica non sono mediate da persone umanamente e spiritualmente mature, quando il superiore o la superiora della comunità obbliga ad avere un solo confessore, magari lo stesso prete che poi partecipa a decisioni che riguardano le singole religiose, creando così un invischiamento pericoloso tra potere istituzionale e accompagnamento di coscienza. La stessa persona potrebbe trovarsi in un momento di fragilità sia per il ripresentarsi di fatiche e dubbi vocazionali, sia per dinamiche affettive sofferte e mai rielaborate che possono riguardare delle sue esperienze precedenti ed essere facile preda di manipolazioni che sono già segnali di una relazione abusante.

Quanto all'abuso in sé, ogni intrusione in uno spazio corporeo privato può essere traumatica come una grave ferita fisica. Tale invadenza e aggressione normalmente viene patita all’interno di relazioni asimmetriche di potere individuale, di anzianità, di forza, ma anche di potere di ruolo. Quando si tratta di un abuso sessuale compiuto da un prete che vive verso la donna il ministero di confessore o di direttore spirituale, o da parte di un superiore (sia esso il fondatore o la superiora) all'interno di una comunità religiosa, vi è un’aggravante morale: la persona che abusa è espressiva di un insieme di valori che dovrebbero, al contrario, tutelare l’intimità della persona stessa e favorirne la crescita umana e spirituale.

Chi abusa di un’altra persona si trova quasi sempre in una situazione di potere sulla vittima. Potere che spesso alimenta la sua forza malvagia proprio dalla conoscenza “intima e profonda” che deriva da una relazione di fiducia e affidamento precedentemente favorita: questo potere pone la donna in uno stato di sudditanza e di vulnerabilità assoluta. Nel nostro caso, l’adulto vulnerabile è da intendere come colui o colei che porta in sé una debolezza di cui lui non è del tutto consapevole, ma che rende particolarmente fragile la struttura stessa della sua personalità, soprattutto se ha subìto un abuso nei tempi dell’infanzia e non ha ancora potuto rielaborarlo e ricostruire le proprie difese in modo sufficientemente organizzato ed equilibrato. Vulnerabili sono anche le persone esposte a condizioni fisiche ed emotive di particolare fragilità, come bisogni affettivi, situazioni di forte stress e frustrazione o che, per loro predisposizione, sono poco di difendersi, di proteggersi e di venire in aiuto a se stessi se offesi, svalutati o maltrattati emotivamente. Pensiamo anche all'impronta di vulnerabilità che perdura nella nostra persona a fronte di figure parentali particolarmente dominanti, invischiate, anaffettive o con qualche blocco affettivo importante nella relazione con i figli. O al contrario, con qualche legame affettivo eccessivamente intrusivo, seduttivo e marcatamente colpevolizzante. Esperienze tutte che tendono a indebolire gravemente lo strutturarsi di quel senso di coesione del sé e di identità sufficientemente solido, integro e necessario per una buona base di fiducia in se stessi.

Colui o colei che abusa è spesso una persona con tratti di personalità narcisisti che ama gestire il suo potere con manifestazioni di grandiosità, eccessiva sicurezza, una marcata predisposizione ad allargare sempre di più il suo potere anche attraverso modalità apparentemente spirituali. Sono persone normali, non dobbiamo andare alla ricerca di “mostri”. Purtroppo come la stragrande maggioranza dei casi di abusi di minori avviene all'interno del clan familiare, così nel caso di un abusi accaduto all'interno della Chiesa e delle comunità religiose, chi abusa è una persona stimata e apparentemente integerrima nel vivere la sua vocazione.

L’abuso sulle religiose non ha ancora avuto l’attenzione che merita nella Chiesa. Quali sono le ragioni di questo silenzio?

Come dicevo, l’abuso sessuale di donne consacrate è più diffuso di quanto si possa pensare. Mentre le dinamiche di abuso di potere, di coscienza e sessuale sono parole che stanno entrando nella nostra “conoscenza”, almeno per quanto riguarda il sapere, in questi anni mi sono accorta che si tace il dramma della fede che è il dolore ultimo, più profondo e più difficile da rielaborare. Una donna consacrata che ha donato la sua vita a Gesù, quando subisce un abuso sessuale da parte di un prete, perde radicalmente quella fiducia e quell'orizzonte di fede che l’ha sempre sostenuta! «Ho donato la mia vita a Lui e alla sua Chiesa e proprio a causa della Chiesa ora mi ritrovo con un dolore che scende e attraversa ogni fibra della mia persona. Sono senza futuro perché non so più dove, come e in chi porre la mia fiducia » (sono parole di una vittima!). Lo smarrimento, la paura, l’angoscia scritte nel corpo si inscrivono anche nel cuore e nell'anima. Per ciascuna di loro si apre una lunga via di rielaborazione e di ricerca di un nuovo modo di essere credente… Per molte questo segnerà l’uscita dalla loro congregazione e il peso di ricominciare una vita nuova senza nessun appoggio e con pesi difficili da portare e da affrontare concretamente: casa, lavoro, amicizie... un futuro molto incerto!

L’impressione è che, in mancanza di linee guida universali, ogni congregazione religiosa o ogni Chiesa locale gestisca in autonomia i percorsi di formazione delle religiose pensati per prevenire gli abusi, anche se molto è stato fatto dall'Unione delle superiore maggiori che ha invitato a non avere paura a denunciare...

Le stesse congregazioni, gli istituti religiosi e di vita consacrata alle volte tendono a sminuire e, purtroppo, anche a nascondere sofferenze di sottomissione e abuso di potere che le religiose vivono. Si tende a risolvere i problemi “in casa”… piuttosto che cercare vie di denuncia che porterebbero – così ancora si pensa – più scandalo che giustizia. Così facendo si collude con colui o coloro che hanno abusato. Credo andrebbe avviata una volta per tutte e con determinazione una riflessione su queste dinamiche di abuso, rifocalizzando bene anche il concetto di vulnerabilità che si utilizza nella riflessione riguardante la stesura delle Linee guida per la prevenzione degli abusi sessuali su minori e adulti vulnerabili. Bisogna abbattere il muro di omertà che impedisce non solo alle vittime di denunciare, ma ributta su di loro responsabilità che invece devono essere assunte da altri! Inoltre bisogna favorire il passaggio ad una ottica di osservazione - reale e concreta - dell'intero vissuto valoriale, relazionale, pastorale: come viene vissuto il Vangelo in ogni sua espressione e declinazione? È solo un'ottica sistemica che può favorire uno sguardo capace di cogliere ciò che accade e in seguito capace di avviare percorsi di giustizia, rinnovamento e prevenzione!

Nel 2016 hai scritto un libro, Vorrei risorgere dalle mie ferite. Donne consacrate e abusi sessuali, in cui metti a nudo dinamiche, contesti, caratteristiche, puntando coraggiosamente il dito contro una cultura, un brodo di coltura che rende possibile e in certi casi alimenta l’abuso, e indicando responsabilità, distorsioni, disfunzioni. Che reazioni ha suscitato?

Il libro ha camminato e sta camminando. Altre vittime si sono fatte vive, sia chiedendo un aiuto sia condividendo ciò che era accaduto, altre donne, anche sposate, si sono riconosciute e sentite interpretate e hanno bussato alla porta chiedendo un aiuto. Vorrei che questo libro fosse una testimonianza della fede e della tenacia di queste donne che hanno sofferto nella Chiesa, a causa della Chiesa. I fatti di cui racconto sono tutti accaduti in Italia. Gli abusi sono avvenuti prima e/o durante l’esperienza di vita consacrata, all’interno e all’esterno di comunità di diverse espressioni di vita religiosa e consacrata, da parte di donne e di uomini. Sono donne che sono state abusate in età diverse della loro vita. L’abuso ha avuto un peso e dei risvolti diversi circa la scelta e il vissuto vocazionale. Hanno iniziato il percorso di accompagnamento in età differenti. Nonostante tutte queste diversità, il cammino di accompagnamento, di cura e di riscatto che ne è seguito è stato contrassegnato da passaggi comuni, da fasi regressive e progressive che si sono presentate in modi e tempi significativamente simili. Mi sembra molto importante sottolineare questo aspetto perché mette al centro la persona e la sua lotta per liberarsi dal dolore che la memoria dell’abuso incide nella vita soggiogandola a un tormento tremendo.

Alla luce della tua analisi, che cosa deve cambiare, nella Chiesa, perché la Chiesa cambi?

Troppa omertà porta ancora a tacere e coprire questa ingiustizia e questa prevaricazione sulla donna consacrata. La Chiesa, ora più che mai, è chiamata a chiedere perdono per questa complicità col male.

Penso con tristezza a tutte quelle donne che ancora sono drammaticamente sole con il loro dolore perché non hanno con chi condividerlo e a chi consegnarlo. A coloro che sono senza speranza perché la violenza subìta ha spento in loro la voglia di vivere e a quelle che ancora lottano per la loro dignità e ora si sentono lontane dalla fede. La loro presenza nascosta e muta ha bisogno di essere raccolta e testimoniata. Una donna violata si sente «una cosa sporca, qualcosa che è stato usato e poi è stato buttato in un angolo come la spazzatura». A causa dell’abuso è persa non solo la dignità, ma anche il senso globale dell’esistenza soprattutto se questa era stata collocata in una scelta religiosa e la violenza è avvenuta proprio all’interno di quella realtà, la Chiesa, per la quale ciascuna aveva deciso di giocare tutta la sua vita.

L’attuale condizione della donna nella Chiesa, nonostante le riflessioni che si stanno facendo e gli sforzi di promuovere una collaborazione ed una reciprocità, rimane ancora concretamente vissuta con diverse forme di sottomissione e sfruttamento palesato in forme solo apparenti di vera partecipazione alla vita della Chiesa. Va promossa una formazione umana, affettiva e sessuale più seria e cammini di discernimento più veri e coraggiosi sia nei seminari che negli Istituti di vita consacrata. Bisogna combattere e superare il clericalismo e in questo vanno coinvolti anche i laici, uomini e donne! Occorre riflettere su come nella comunità cristiana, nei seminari, negli Istituti sia stata superata la logica dello scarto dei più deboli e ci si sia mossi verso scelte di inclusione e non di esclusione e sfruttamento. Soprattutto non bisogna più colludere con il male! Non bisogna più nascondere ciò che “non va”... ma affrontarlo con coraggio e parresia. Bisogna dare parola alle vittime e credere a ciò che con sofferenza testimoniano. Con determinazione, umiltà e coraggio va superata la tentazione di cui scrive papa Francesco nella Evangelii Gaudium: «A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano». La Chiesa deve essere in prima linea nel testimoniare questa via di riscatto, giustizia, prevenzione, cultura della vita!

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