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“Il papa ordini al prete accusato di tortura di consegnarsi alla giustizia”. Lettera degli attivisti argentini a Francesco

“Il papa ordini al prete accusato di tortura di consegnarsi alla giustizia”. Lettera degli attivisti argentini a Francesco

MENDOZA-ADISTA. E’ datata 23 aprile 2019 la lettera con cui diverse organizzazioni che lavorano nel campo dei diritti umani in Argentina, tra cui la Federazione delle chiese evangeliche (FAIE), hanno chiesto a papa Francesco di ordinare al sacerdote Franco Reverberi, oggi residente in Italia, «che si presenti in Argentina e si metta a disposizione della giustizia».

Nel Paese sudamericano, il sacerdote è imputato penalmente per la presunta partecipazione ad atti delittuosi commessi nell’ambito del terrorismo di Stato esercitato dalla dittatura civico militare del 1976/1983. Secondo le testimonianze di numerose vittime, sarebbe stato visto praticare atti vessatori nei confronti dei detenuti nel centro di detenzione “La Departamental” della città di San Rafael (provincia di Mendoza), il giorno 9 luglio 1976. Per questo ed altri episodi simili, privi di riferimenti temporali precisi ma con altrettanti testimoni che riferiscono di aver subito violenza “psicologica e spirituale” dal prete finalizzata all’ottenimento di “confessioni”, nel 2012 era stato emesso un mandato di cattura internazionale con cui si sollecitava l’estradizione di Franco Reverberi allo Stato Italiano, dove il sacerdote si era rifugiato un anno prima. La richiesta, tuttavia, era stata rigettata dalla Corte d’appello di Bologna e, in ultima istanza, dalla Cassazione, che con sentenza definitiva del 17 luglio 2014 ha negato l’estradizione del sacerdote perchè nel codice penale italiano non è contemplato il reato di tortura (pur ammettendo si trattasse di un “paradosso” dell’ordinamento italiano). «Così, non essendo l’imputato fisicamente in Argentina, si impedisce che il processo giunga al termine», recita la lettera. «Di conseguenza, la nostra richiesta concreta è che il processo giudiziario si concluda in virtù del potere di Sua Santità» conferitogli dal diritto canonico, a cui gli scriventi chiedono di ordinare al prete di consegnarsi alla giustizia argentina.

«Nel tempo della dittatura molti sacerdoti e le gerarchie della chiesa cattolica sono stai coinvolti in episodi di violenze e sparizione di persone» ha detto Nestor Miguez, presidente della FAIE, all’Agenzia NEV. «Numerose persone che sono riuscite a sopravvivere a quei centri di tortura e di morte hanno riconosciuto Reverberi come uno di coloro che era presente durante la tortura e svolgeva nel centro un ruolo ambiguo, presentandosi come cappellano quando in realtà stava utilizzando la sua investitura sacerdotale per cercare di estorcere informazioni e confessioni ai detenuti e alle detenute, una vera e propria violenza psicologica e spirituale» ha detto.

«Se si è riusciti a dare disposizioni perché i responsabili di abusi sessuali siano giudicati, la partecipazione alle torture fisiche, psicologiche e spirituali non è meno aberrante - ha detto ancora Miguez -. Sappiamo che il Vaticano ha le sue armi per obbligare Reverberi, che mantiene le sue prerogative sacerdotali, a presentarsi davanti ai tribunali argentini per provare la sua innocenza».

Intanto, però, Don Franco è a Sorbolo, in provincia di Parma, dove è ospite del parroco ed esercita le sue funzioni regolarmente.  «Mai saputo che a San Rafael c'erano quelle cose. Sì, io ero cappellano militare, il vescovo mi disse di andare a preparare i soldati per la comunione; celebravo messa, confessavo, facevo catechesi. Ho giurato e detto soltanto la verità: mai saputo e tantomeno assistito a sessioni di tortura» ha detto qualche anno fa (2012) in un’intervista a Mario Gerevini del Corriere della Sera.

Ma gli attivisti dei diritti umani e la Federazione delle Chiese Evangeliche non ci stanno. «Crediamo che sia molto importante, per la credibilità della chiesa cattolica e per la giustizia del nostro paese, che sia legalmente che eticamente si possa chiarire questa situazione. Per questo ci appelliamo alla sua (del papa, ndr) intermediazione» conclude la lettera.

*Foto di Jaluj tratta da Wikimedia Commons. Immagine originale e licenza

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