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Legno, oro, petrolio: la denuncia del modello predatorio estrattivista in tre ritratti di

Legno, oro, petrolio: la denuncia del modello predatorio estrattivista in tre ritratti di "eroi della terra"

Tratto da: Adista Documenti n° 45 del 26/12/2020

DOC-3104. ROMA-ADISTA. Nessuno più di loro meriterebbe omaggi e riconoscimenti: mentre una parte dell'umanità si è trasformata nella più implacabile macchina di distruzione planetaria, condannando all'estinzione le altre specie e conducendo anche la nostra sul bordo del precipizio, sono loro, i difensori delle foreste, delle acque, dei suoli, della biodiversità a tenere accesa la speranza. Eppure, il destino che li attende è, molto spesso, quello della persecuzione e persino della morte, a cui sono condannati dal quel processo di appropriazione violenta dei beni comuni noto come modello estrattivista: l'accaparramento – da parte di grandi interessi privati, nazionali e stranieri, ma anche dello Stato – delle risorse presenti sui territori, contro gli interessi delle comunità locali e degli ecosistemi in cui esse vivono (che si tratti dell'industria degli idrocarburi e dei metalli preziosi o di monocolture di soia, palma, canna da zucchero, eucalipto o di grandi infrastrutture necessarie all'esportazione).

Ed è proprio della resistenza a questo processo che, attraverso la vicenda di tre suoi protagonisti, ci parla il peruviano Joseph Zárate, uno dei più importanti esponenti del giornalismo narrativo in lingua spagnola, nel libro Guerre interne (pp. 156, euro 15), edito da gran vía, una casa editrice attenta alla letteratura latinoamericana e spagnola contemporanea in tutte le sue forme (nonfiction novel, memoir, reportage): tutti e tre abitanti di quel Perù tanto poco ospitale per i difensori dell'ambiente quanto generoso con le imprese minerarie, a cui di fatto è stato ceduto oltre il 20% del territorio nazionale.

Tre ritratti attraverso cui, nel suo libro – tra i 10 migliori testi di non fiction in lingua spagnola del 2018 secondo il New York Times –, Zárate fa suo, con respiro poetico e forza narrativa, il compito di «rimpicciolire la storia fino a farle assumere una dimensione umana», come dice Svetlana Aleksievic nell’epigrafe che apre il volume.

Tre ritratti legati ad altrettanti elementi del modello estrattivista predatorio – legno, oro e petrolio – e alle corrispondenti lotte per contrastarlo. Come quella contro il disboscamento illegale presso la comunità amazzonica di Saweto che il leader asháninka Edwin Chota, noto come il Chico Mendes del Perù, ha portato avanti fino a quando, nel 2014, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco da trafficanti di legname insieme ad altri tre dirigenti indigeni. 53 anni e «magro come un ramo secco», con il suo sorriso «largo, esagerato, contagioso» in cui risaltava lo spazio vuoto dovuto alla perdita di un dente davanti, Edwin Chota non era nato asháninka: ci era diventato in seguito, quando aveva abbracciato la causa di un popolo che non era suo. Da allora, nel tentativo di proteggere la foresta, aveva denunciato ripetutamente i gruppi di taglialegna illegali, ma senza successo. «Nessuna delle denunce di Edwin contro questi figli di puttana è andata a buon fine. Nemmeno una», avrebbe dichiarato dopo la sua morte un amico. Ma Edwin sapeva bene a cosa andava incontro: «Combatterò in prima linea per la mia comunità. Forse qualcuno deve morire perché si accorgano di noi».

È l'oro invece a segnare l'esistenza di Máxima Acuña, il cui appezzamento di terra a Tragadero Grande, tra le montagne della regione di Cajamarca, diventa di ostacolo ai piani della compagnia mineraria Yanacocha, di proprietà della statunitense Newmont mining corporation, decisa ad ampliare l'area di sfruttamento della locale miniera d'oro a cielo aperto, la più grande dell’America Latina. Sotto il suo terreno, di fronte a uno dei quattro laghi di montagna, la Laguna Azul, che andrebbero distrutti con il progetto minerario, c'è l'oro a cui mira la Yanacocha, ma Máxima non vuole cederlo a nessun prezzo.

E, in una rivisitazione andina del mito di Davide contro Golia, la comunera analfabeta alta nemmeno un metro e mezzo riesce ad avere la meglio, malgrado pressioni, persecuzioni e calunnie di ogni tipo, sulla potente impresa mineraria. È infine il petrolio al centro dell'ultima storia raccontata da Zárate, quella dell'undicenne awajún Osman Cuñachí, diventato famoso grazie a una foto che lo ritrae sporco di petrolio dopo aver raccolto il greggio fuoriuscito da una conduttura dell’Oleodotto Nordperuviano nel 2016, nella poverissima regione di Amazonas. Un ritratto indimenticabile, il suo, di cui qui, per gentile concessione della casa editrice, riportiamo alcuni stralci.  

* Foto di Felipe Werneck - Ascom/Ibama - Brasil, tratta da wikimedia commons, licenza Creative Commons

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