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Un prete sposato confessa:  “Spero che il Sinodo apra le porte al celibato facoltativo”

Un prete sposato confessa: “Spero che il Sinodo apra le porte al celibato facoltativo”

L'articolo che pubblichiamo qui di seguito, sulla speranza che il prossimo Sinodo apra anche alla possibilità di un celibato opzionale per i preti di rito latino, è stato scritto da Fernando Bermúdez López, presbitero sposato che vive nella diocesi di San Cristóbal de las Casas, Chiapas, in Messico. È stato pubblicato il 28 ottobre scorso sul portale di informazione religosa Religión Digital (www.religiondigital.com)

Titolo originale: "Un cura casado se confiesa: "Espero que el Sínodo abra la puerta al celibato opcional". Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli. L'articolo è consultabile a questo link

 

 

Nel 1986 ho sposato Mari Carmen García nella diocesi di San Cristóbal de las Casas, Chiapas. Entrambi lavoravamo lì come missionari e membri dell’équipe pastorale di Chicomuselo e Frontera Comalapa, con il sostegno e la benedizione del vescovo Samuel Ruiz, un grande profeta dell'inculturazione del Vangelo nel mondo indigeno. La celebrazione del nostro matrimonio si è svolta alla presenza del prete, delle Sorelle religiose e dei missionari laici dell’équipe pastorale.

Più tardi in Guatemala l’arcivescovo Próspero Penados del Barrio ci ha accolto come missionari dell’Arcidiocesi. Operavamo nella pastorale delle zone marginali nelle periferie della Capitale in collaborazione con il vescovo Juan Gerardi, che mi disse: “Hai rinunciato al ministero presbiterale, ma non al ministero pastorale e profetico”. E mi ha nominato membro del Consiglio Pastorale dell'Arcidiocesi, in rappresentanza delle aree marginali. In questo periodo abbiamo formato in Guatemala il gruppo HANUMI (Verso una nuova ministerialità) con diversi preti e religiosi sposati e le loro mogli. Informato l’arcivescovo, mi ha dato un elenco di preti sposati per poter consigliare loro di non abbandonare il lavoro pastorale nelle parrocchie dove vivono.

Dopo il martirio di Gerardi, (assassinato dai militari due giorni dopo la Relazione da lui presentata sul Recupero della memoria storica), siamo stati ricevuti dal vescovo di San Marcos, Álvaro Ramazzini, oggi cardinale, come missionari della sua diocesi. Mari Carmen ha lavorato nella pastorale diocesana della Salute e io ho lavorato come coordinatore del Programma per i Diritti Umani della diocesi.

Oggi, dopo 35 anni dal nostro matrimonio, rimango fiducioso che il Sinodo convocato da papa Francesco apra una porta al celibato facoltativo per esercitare il ministero presbiterale.

Condivido la Lettera che allora ho inviato agli amici, comunicando la nostra scelta di vita:

Ogni volta che ho fatto una scelta importante nella mia vita, ho voluto renderne conto, esprimendo le motivazioni più profonde che mi hanno spinto a fare questo passo, seguendo quel consiglio della prima lettera di Pietro: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15).

   Questo intendo fare con questo comunicato, che altro non è che il risultato di una riflessione che faccio con me stesso, dopo un mese di silenzio e di preghiera nel monastero benedettino di Weston Priory (Stati Uniti). Dopo diversi anni di discernimento e di analisi della traiettoria della mia vita, sono arrivato a prendere la decisione di rinunciare al celibato e di intraprendere la vita matrimoniale.

    La riflessione che mi ha portato a prendere questa decisione è stata accompagnata da un dialogo permanente con Dio e da una consultazione con alcune persone, tra le quali vi sono diversi preti diocesani e religiosi. Alla luce della preghiera ho maturato questa decisione. Il mio atteggiamento è stato e continua ad essere la ricerca della volontà di Dio. Il grande maestro spirituale sant’Ignazio di Loyola afferma che Dio manifesta la sua volontà infondendo pace, gioia, forza e generosità al servizio degli altri. Nel mio libro “La sfida dell'essere cristiani” (CUPSA, Messico), ho scritto: “Per essere cristiani è necessario vivere la nostra umanità con ogni profondità e ricchezza, il che significa essere uomini e donne realizzati in tutti gli aspetti della nostra vita esistenza. Saremo uomini e donne realizzati quando vivremo pienamente la nostra capacità di amare... Se condividere la vita con un’altra persona nel matrimonio o scegliere di vivere il celibato ci riempie di pace, gioia, felicità e forza per impegnarci per il regno di Dio, questo sarà il cammino che Dio ci indica per essere persone realizzate” (pp. 29-30). È su quest’esperienza di molti anni che mi baso per la rinuncia al celibato e per la scelta della vita matrimoniale.

     Quando il celibato comporta situazioni di solitudine permanente, che si manifestano in uno stato di tensione e di angoscia, si deve decisamente rifiutare perché è un ostacolo alla crescita del nostro essere persona al servizio degli altri. E questo è quello che sta succedendo a me. “Non è bene che l'uomo sia solo”, dice Dio. Se questa è la sua volontà, sembra inconcepibile che costringa coloro che chiama al ministero presbiterale a rinunciare all'amore nel matrimonio, se desiderano liberamente coniugare i due sacramenti.

    Sono profondamente convinto che l’unica cosa che conta nella vita è essere liberi di amare, intendendo come amore il servizio al popolo e l’impegno per la causa della sua liberazione. Tutto il resto è secondario. Dio giudica l’essere umano non per la sua condizione di sposato o di celibe, ma per il suo amore per il prossimo (Mt 25, 31-46). Ciò che importa è amare, amare sempre in libertà e con gioia, passare per il mondo facendo del bene e contribuire al processo storico di liberazione dei popoli. Nella logica di Dio questo è ciò che conta. Sia il matrimonio che il celibato devono essere in funzione di questa vocazione esistenziale e storica.

    Non si può dire che solo perché sei celibe sei più libero di servire e donarti agli altri rispetto all’essere sposato. Credo che lo spirito di servizio e di dedizione al popolo non dipenda tanto dallo stato di vita quanto dalla generosità e dalla disponibilità personale.

    Nel ritiro che ho fatto poco prima della mia ordinazione ho scritto: “Ho optato per il ministero presbiterale. Sento una chiamata per questo. Tuttavia, non vedo chiaramente la vocazione al celibato; attualmente non è un problema per me. Per questo, con il rischio che esso comporta, accetto liberamente il celibato per il Regno, assumendolo oggi come progetto di vita. Tuttavia, non mi chiudo alla possibilità che un giorno, se Dio lo deciderà, lascerò il celibato per condividere la mia vita con una donna che sia animata dalla stessa causa del Regno. Ciò che importa è che uno si senta libero e centrato nella propria vita per un servizio totale al popolo”. Ho ripreso questa riflessione nel libro “Il credo che dà senso alla mia vita” (Edicol, México, 1985, p. 128).

    Non ho mai accettato che un carisma si trasformi in legge. Ne ho discusso in più di un’occasione con il vescovo che mi ha ordinato, Alberto Iniesta. Apprezzo profondamente il carisma del celibato per il “regno dei cieli”, che non è né migliore né peggiore del carisma del matrimonio, solo diverso, come diverso è il carisma del ministero presbiterale. La Chiesa istituzionale ha associato il carisma del ministero presbiterale a quello del celibato. Quest’imposizione celibataria deriva da un’estensione indebita della spiritualità dei religiosi alla situazione dei preti secolari, come sottolinea José María Castillo (Il sacerdozio ministeriale, Madrid 1971).

    Nell’anno 1139, nel secondo Concilio Lateranense, fu imposto come legge il celibato obbligatorio per i preti di rito latino. Credo che quest’imposizione celibataria sia un errore, perché all’inizio non è stato così. La Sacra Scrittura non li associa (1Tm 3,2; Tt 1, 5-6). Il celibato ecclesiastico non è un dogma. È una legge della Chiesa. E quando il celibato si impone come legge, cessa di essere un carisma per diventare un peso. Un carisma non può mai essere un peso, ma una forza liberatrice. L’imposizione forzata del celibato è la causa per cui molti preti che si manifestano pubblicamente come celibi, nella loro vita privata vivono repressi, con gravi problemi affettivi e sessuali, e perfino - come osservo in molti preti dell’America Latina - mantengono rapporti con una o varie donne.

    Confesso che in più di un’occasione sono stato tentato di optare per una terza via. Apparentemente sarebbe più comodo, poiché eviterebbe una serie di fraintendimenti e, soprattutto, mi impedirebbe di perdere la sicurezza offerta dalla stessa struttura clericale. Tuttavia, alla luce del Vangelo la terza via è un’infedeltà incompatibile con la radicalità che il Regno esige sia nel celibato che nel matrimonio. Questa terza via è inoltre incompatibile con la chiamata del Vangelo ad essere uomini liberi, liberi dalla paura e liberi da ogni sorta di sicurezza (Mt 6, 25-34). Questa libertà da ogni tipo di sicurezza ci pone realmente in uno stato di autentica povertà evangelica. E credo che solo a partire da una situazione di povertà evangelica si può essere testimoni del regno di Dio.

    Prendo questa decisione con profondo rispetto per il popolo. Perché l’essenza stessa del rispetto sta nella sincerità. Ritengo che il fariseismo, l’ipocrisia siano un’autentica mancanza di rispetto per il popolo.

    Da parte mia non rinuncio al ministero. Teologicamente non c’è incompatibilità tra il sacramento dell’Ordine e il sacramento del Matrimonio. Oggi lascio il ministero cultuale pubblico, ma non il ministero pastorale e profetico.

 

    Nel ritiro prima della mia ordinazione scrivevo: «Io non sono ordinato per il culto nei templi (Gesù sposta il baricentro del culto sull’uomo: Gv 4, 21-24; Mt 9,13), ma per l’annuncio e la proclamazione del Regno, per l’animazione delle comunità e la celebrazione dell’Eucaristia… Non considero il ministero come una dignità o uno stato di privilegio all’interno della struttura ecclesiastica, né come una professione o un ufficio. Il ministero è semplicemente un carisma di servizio alla comunità cristiana…”. La concezione del ministero e la motivazione che mi hanno spinto ad essere ordinato continuano a sussistere e credo sinceramente che questo risponda alla tradizione apostolica (Rm 12,4-8; 1Cor 12,4-11 e 28- 30). José María Castillo ricorda che “Gesù ha istituito l’Eucaristia, ma non il celibato”.

    Infine, faccio quest’opzione superando pregiudizi e tabù. La nostra più grande vocazione è la libertà. «Siete stati chiamati alla libertà», scrive Paolo ai Galati (5,13). La vocazione alla libertà è una sfida ai tabù e ai pregiudizi che le stesse istituzioni ecclesiastiche hanno infondatamente creato intorno all’amore umano e alla sessualità. Non c’è niente di più bello, più umano, più cristiano e più divino dell’amore. Non per niente un libro della Bibbia, il Cantico dei Cantici, è interamente dedicato al canto dell’amore.

    L’amore umano non toglie nulla all’amore, al servizio e alla consacrazione a Dio. L’autentica consacrazione ci è data dal battesimo. Tutti noi cristiani siamo uomini e donne consacrati a Dio mediante la morte e risurrezione di Gesù Cristo (Ef 1, 4-5). Non c’è consacrazione più grande di questa. L’amore umano non solo non toglie nulla al servizio, all’amore e alla consacrazione a Dio, ma può potenziarli, perché l’esperienza dell’amore tra l’uomo e la donna acquista un significato profondamente religioso. È un flash dell’amore, della tenerezza, del dono e dell’unione di Dio con l’uomo e di Cristo con la sua Chiesa. Questo è un grande mistero, dice Paolo (Ef 5,23). È un dono che procede dalla stessa sorgente dell’amore: lo Spirito Santo di Dio.

    Occorre sottrarre l’amore tra uomo e donna da un lato alla sottovalutazione di certi ambienti ecclesiastici e religiosi, e dall’altro alla manipolazione “borghese” del mondo capitalista, per dargli il valore che Dio ha voluto che avesse. L’amore umano può essere mediazione per la mistica più elevata.

   Optare per la vita matrimoniale non presuppone neanche, come potrebbe affermare qualcuno, una divisione nei nostri cuori, perché l’amore per Dio e per il prossimo sono inseparabili. L’idea che nel condividere l’amore si divide il cuore, risponde alla concezione dualistica che ci portiamo dietro nella Chiesa come peso ed eredità del platonismo, che non ha nulla di cristiano.

   L’amore umano autentico non è in conflitto con l’amore per Dio e per il popolo. Le figure di Giuseppe e Maria di Nazareth ne sono una chiara testimonianza. Solo l’egoismo è in contraddizione con l’amore di Dio. L’amore umano vissuto in tutte le sue dimensioni esalta l’impegno di servizio e di fedeltà a Dio e al popolo.

    Dio ha voluto che io e Mari Carmen ci incontrassimo nel cammino della vita. Siamo uniti non solo dall’amore ma anche – e direi fondamentalmente – dalla radicalità per il Regno di Dio e dalla causa dei poveri e degli emarginati, che è, in definitiva, una conseguenza di tale opzione per il Regno.

    Per tre anni abbiamo lavorato insieme nella pastorale di base a Tehuantepec (Messico). Ci sentiamo molto identificati e integrati sia negli approcci teologici che nella linea e nei metodi pastorali. Quest’esperienza di lavoro missionario ci ha aiutato a conoscerci meglio e per me personalmente mi ha aiutato successivamente a chiarirmi riguardo ad una presa di posizione.

    Ecco perché quest’opzione nella mia vita - nelle nostre vite - non è un cambio di direzione, ma un passo in più sulla strada del regno di Dio. Nello stesso tempo in cui vi comunico questa determinazione, vogliamo rendervi partecipi della nostra gioia e chiediamo la vostra comprensione, il vostro sostegno e la vostra preghiera.

    Uniti nella causa di Gesù e dei poveri.

              Fernando Bermúdez

              Chicomuselo-Frontera Comalapa, Chiapas, 19 ottobre 1986

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