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PAROLE A MARGINE. Mediocrità

PAROLE A MARGINE. Mediocrità

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 7 del 25/02/2023

Aurea mediocritas scriveva Orazio, ma non pensava quello che noi oggi intendiamo per mediocrità. Per lui era una linea di equilibro, una “via di mezzo” che non si esprime negli eccessi. Un’espressione legata alla saggezza di vivere. I sinonimi di mediocrità che leggiamo oggi sono: bassezza, inefficienza, inettitudine, pochezza, piattezza, banalità. Dante, nel Canto III dell’Inferno, parla di «color/ che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo»: sono quelli, poi detti “ignavi”, che non si schierano mai, che non conoscono il rischio e la divina ubriacatura dell’immaginazione. Fanno parte di una zona grigia in cui si nasconde la parte vigliacca e indifferente, opportunista degli umani. Mediocrità fa rima con banalità. Come ci ha insegnato Hannah Arendt la stessa “banalità del male” nasce da questa inquietante zona grigia in cui si precipita quando si rinuncia a pensare. Le cose più orribili possono essere figlie della banalità del male.  La mediocrità certo esiste, è inquietante che sia coltivata, promossa, finanziata. Uno dei segnali evidenti è nel linguaggio che perde profondità e diventa mercificato e banale come quello di una certa TV spazzatura che trasforma tutto in chiacchiera, litigio, violenza.

La mediocrità rompe gli argini: entra nella politica, nella scuola, nella religione. Rende il mondo impermeabile alla passione, all’indignazione, al rischio. 

La poesia è bandita, emarginata, rinchiusa, perché è la maggior nemica della mediocrità. Il “rischio della vita poetica” di cui parlava Hölderlin sarebbe oggi necessario. 

La stessa religione, la stessa Chiesa rinunciando all’utopia del vangelo possono coltivare e propagare mediocrità.

Come direbbe il Grande Inquisitore di Dostoevskij, se Cristo è venuto solo per i perfetti, come il cardinale crede, è a quest’ultimo spetta di occuparsi della grigia massa dei mediocri, quelli “sanza ‘nfamia e sanza lodo” disposti, per un pezzo di pane, a genuflettersi per sempre. È meglio accettare un sistema mediocre che dà pane ma toglie il pensiero, che non apre i cieli e non insegna a volare? Per contrastare la mediocrità serve la profondità. Più ancora della genialità. Un vecchio contadino mi insegnava a leggere il vangelo raccontandomi degli alberi e della vite, dei semi che germogliano. Che bisogna temere il temporale (di cui pure parla la pagina evangelica) che viene dal Lago. Quello che viene dalla montagna non fa paura, «Prendi la zappa e va’ in campagna …», diceva. La profondità salverà il mondo più della bellezza.  

Fa pensare che il Festival nazional-popolare di Sanremo a suo modo metta in evidenza temi sociali che una politica miope e arrogante vorrebbe censurare e un’opposizione debole e litigiosa non riesce ad affrontare.

È discutibile, certo, che un rapper provocatore come Fedez strappi in diretta Rai la foto di un viceministro. Ma è impressionate e sconfortante che lo “scandalo” su cui discutere sia questo e non quello di un viceministro della Repubblica che si veste da nazista. Dov’è è finito il pensiero? Questo si domandava Giorgio Gaber. E noi ce lo chiediamo ancora? 

Antoine de Saint-Exupéry scrive nel Piccolo principe: «Io conosco un pianeta su cui c’è un certo signor Chermisi. Non ha mai respirato un fiore, non ha mai guardato una stella. Non ha mai voluto bene a nessuno. E tutto il giorno ripete come te: “Io sono un uomo serio! Io sono un uomo serio” e si gonfia di orgoglio: ma non è un uomo, è un fungo!».

Il vero problema, in fondo, è il Signor Chermisi che è in noi…

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