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Quando la fede diventa identità e non Vangelo

Quando la fede diventa identità e non Vangelo

PALERMO-ADISTA. Le parole dell’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, sul dovere di soccorrere chi rischia la vita nel Mediterraneo hanno riaperto una frattura profonda nel cattolicesimo italiano contemporaneo.

Il suo intervento, limpido e privo di retorica, riafferma un principio elementare: ogni vita possiede una dignità inviolabile. Non è un’affermazione politica, né un sostegno a modelli migratori specifici. È la riproposizione del nucleo evangelico: la persona prima di tutto. Eppure, proprio questa semplicità ha generato reazioni violentissime da parte di ambienti mediatici tradizionalisti (articolo pubblicato su voxnews.org il 22 febbraio scorso), che hanno accusato Lorefice di “tradimento”, “buonismo”, “complicità nell’islamizzazione”. La durezza di tali reazioni non si spiega solo sul piano teologico: è il sintomo di una trasformazione sociologica del cristianesimo in identità culturale, più che in fede vissuta. La critica rivolta a Lorefice non nasce dal Vangelo, ma da un paradigma identitario. In questo schema: la fede diventa un marcatore culturale, la Chiesa un presidio dell’Occidente, l’altro un potenziale nemico, la misericordia un segno di debolezza.

È un cristianesimo che non interpella la coscienza, ma difende un confine. Non chiede conversione del cuore, ma protezione dell’appartenenza. È il passaggio dalla tradizione al tradizionalismo: la prima è viva, dinamica, capace di incarnarsi nella storia; il secondo è un culto del passato, un’estetica della sicurezza, un’identità da brandire. Il Vangelo non conosce categorie come “compatibilità culturale”, “rischio di islamizzazione”, “integrazione impossibile”. Conosce solo persone. E chiede di soccorrerle. Dire che ogni vita ha dignità non significa negare le difficoltà dell’integrazione né ignorare la complessità geopolitica. Significa rifiutare l’idea che la dignità umana possa essere graduata in base alla religione o all’utilità sociale. Non si può accogliere solo chi ci assomiglia. L’affermazione secondo cui “l’integrazione è impossibile” è sociologicamente infondata e teologicamente irricevibile. È infondata perché esistono percorsi di integrazione riusciti e strumenti concreti per favorirla. È irricevibile perché, se fosse vera, significherebbe che l’incontro tra culture è destinato al fallimento: un’idea che contraddice l’antropologia cristiana, fondata sulla capacità dell’uomo di dialogare, crescere, trasformarsi. La retorica dell’“islamizzazione” rivela un’altra dinamica sociologica: la paura della perdita identitaria. È una paura comprensibile, ma non può diventare un criterio etico. La Chiesa, quando richiama le istituzioni a scelte più umane, non fa politica: offre una prospettiva morale. Salvare vite non è un’opzione, è un imperativo. La risposta non è demonizzare chi arriva, ma politiche serie e competenti, cooperazione internazionale, contrasto ai trafficanti, percorsi di integrazione reali e verificabili.

La paura non può sostituire la responsabilità. Per secoli gli italiani sono stati migranti. Non venivano accusati di “invadere”, ma cercavano dignità, lavoro, futuro. Erano accolti, aiutati, integrati. Chiedere oggi umanità verso chi arriva sulle nostre coste non è buonismo: è coerenza storica e fedeltà alla nostra tradizione. Mons. Lorefice ricorda che il cristianesimo si misura sulla capacità di vivere il comandamento dell’amore. Potrebbe essere definito l'undicesimo comandamento o l'invito ad amare senza confini proprio perché l'amore non può essere imposto. Non un amore astratto, ma concreto, incarnato, che si sporca le mani. Il cristianesimo identitario, invece, parla molto di Rosario e poco di misericordia, molto di tradizione e poco di giustizia, molto di identità e poco di persone. La Chiesa che salva vite non tradisce il Vangelo. Lo tradisce chi riduce il Vangelo a un baluardo. Il grido di mons. Lorefice non è politico: è evangelico. È un invito a trovare soluzioni senza perdere l’umanità. È un richiamo a non confondere la fede con l’identità, la tradizione con il tradizionalismo, la sicurezza con la chiusura. Il Mediterraneo oggi è uno specchio: riflette ciò che siamo. E la reazione contro Lorefice mostra quanto sia difficile, per una parte del cattolicesimo, accettare un Vangelo che non difende confini, ma custodisce persone.

* Arturo Formola è docente di Sociologia generale presso l’Istituto superiore di scienze religiose Interdiocesano, Capua; Imma Piccolo è segretaria dell’Issr interdiocesano Capua.

 

Immagine: opera di Ebrima Danso, pittore migrante ospitato a Vicofaro (Pt) - foto di Luca Kocci

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