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Medioriente in fiamme: all’orizzonte una frammentazione etnica

Medioriente in fiamme: all’orizzonte una frammentazione etnica

Tratto da: Adista Notizie n° 10 del 14/03/2026

Forse è presto per dirlo, ma l’ingresso in scena dei guerriglieri curdi, il cui obiettivo, come da loro annunciato, è quello di ottenere la caduta del regime di Tehran e più ampia autonomia, sarebbe uno sviluppo molto importante del conflitto in corso. Davvero intendono fermarsi all’autonomia, o non vorrebbero qualcosa di più? Se l’azione miliziana di sei gruppi curdo-iraniani sarà favorita realmente, sarà difficile escludere che altri gruppi autonomisti o separatisti si sentano autorizzati a fare altrettanto: soprattutto i beluci, vicini al turbolento confine con il Pakistan, e gli arabi del Khuzestan, regione ricca di giacimenti petrolieri e vicina al Kuwait. Poi ci sono azeri e armeni. Le minoranze vivono tutte lungo i confini dell’odierno Iran e dunque ne potrebbe uscire una cartina geografica modificata se non ci si limitasse a immaginare un percorso autonomista ma si giungesse al separatismo. Stati etnici? Forse la netta ed esplicita contrarietà turca, che ha tentato di fermare l’operazione nei territori autonomi dei curdi iracheni, si spiega anche così. La grande novità avviata da Ocalan, disarmo curdo in cambio di una vera cittadinanza in una Turchia plurale, che fine farebbe? Ha scritto il New Lines Institute (importante istituto di politica internazionale guidato dall’arabo americano Ahmed Alwani e attento soprattutto ai rapporti tra Usa e mondo islamico): «Sulla scia della guerra di 12 giorni che ha opposto l'Iran a Israele e agli Stati Uniti, Teheran ha intensificato la repressione contro le minoranze nel Paese, prendendo di mira particolari gruppi etnici e religiosi. Il governo iraniano ha giustificato le sue azioni più recenti come una questione di sicurezza nazionale. Tuttavia, il suo modello di esclusione sistematica e persecuzioni mirate si è protratto per decenni». La disattenzione è stata rilevante e andrebbe meglio capita. Il New Lines Institute nel testo appena citato osserva: «Dalla guerra dei 12 giorni, la repressione di Teheran nei confronti delle minoranze etniche e religiose suggerisce che la Repubblica Islamica consideri queste vaste minoranze come sacrificabili e pericolose per la sopravvivenza del regime».

La divisione, o frammentazione, avrebbe conseguenze militari evidenti per chi la preferisce. Ma c’è un altro risvolto e cioè la possibile nascita di Stati etnici, che difficilmente sceglierebbero l’incontro, la formazione di cittadinanze, il superamento del tribalismo. Un altro epicentro della crisi è quello siro-libanese. Anche qui c’è stata disattenzione, ma il fallito progetto iraniano che trova oggi nei vertici di Hezbollah l’ultimo alleato fedele alla boccheggiante leadership khomeinista ha riaperto il fronte miliziano contro Israele, con attacchi missilistici che hanno prodotto una difficoltà evidente, quella del governo libanese. Riaprendo il conflitto nonostante avessero accettato un cessate il fuoco che imponeva al Partito di Dio il disarmo, che in parte è avvenuto per mano dell’esercito libanese, i vertici di Hezbollah sembrano aver detto di preferire l’occupazione israeliana, l’unica che rilegittimerebbe a loro avviso la loro lotta armata. La decisione del governo di Beirut di dichiarare fuori legge ogni loro azione armata, ordinando l’arresto di chi ha sparato e l’espulsione di tutti i pasdaran, è stata condivisa dall’altro partito sciita, Amal. Tra di loro non si era mai verificata una simile spaccatura, che però potrebbe essere tardiva. Israele ha ordinato l’evacuazione di tutto i residenti al di sotto del fiume Litani, un’area che ha una profondità di circa quindici chilometri, che si estenderebbe alla città di Tiro.

Se Hezbollah davvero desiderava una nuova occupazione, potrebbe presto essere accontentato, e le sue forniture di armi presto cessare per la sopraggiunta scomparsa del fornitore, i pasdaran. Questa riorganizzazione o ridefinizione potrebbe collegarsi al nuovo assetto nell’attiguo sud della Siria, anche questo favorito dagli ideologismi nazionalisti del passato regime.

Riccardo Cristiano è giornalista e saggista, fondatore dell’associazione Giornalisti amici di padre Dall’Oglio, già inviato in Medio Oriente e coordinatore dell’informazione religiosa di Radio Rai

 

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