Tutela dei minori e responsabilità istituzionali: in Sardegna il confronto tra Garante regionale e vescovi
Tratto da: Adista Documenti n° 11 del 21/03/2026
DOC-3442. SASSARI-ADISTA. «A fronte di quasi 200 vittime note, ci sono appena 5 condanne definitive. Questo significa che la quasi totalità delle persone abusate non ha ottenuto giustizia, né in sede civile né in quella canonica»; «per 35 casi su 37 non risulta nemmeno avviato un procedimento nella Chiesa». Sono i dati allarmanti sugli abusi clericali in Sardegna che la Garante regionale per l’Infanzia e l’adolescenza della Sardegna, Carla Puligheddu (FI), sulla scorta dei dati diffusi dalla Rete L’Abuso, ha comunicato il 14 gennaio scorso in una lettera di allarme a mons. Giuseppe Baturi (arcivescovo di Cagliari e segretario della Cei) e alla Conferenza episcopale sarda (CES, v. Adista Notizie n. 11/26). Silenzio tombale.
Solo 48 giorni dopo, in seguito a un’intervista a Puligheddu, realizzata e mandata in onda dalla RAI, la CES ha interrotto il suo ostinato silenzio inviando un comunicato: non a lei, ma all’Ansa (3/3). Vi esprime «sconcerto e rammarico» per le dichiarazioni della Garante, che denoterebbero «superficialità e disinvoltura» per aver esposto dati «senza nessun reale fondamento, nonché per la gratuità di riferimenti e di accuse di rilevanza penale che i vescovi respingono con determinazione e sdegno». I dati dell’Osservatorio di Rete l’Abuso, insomma, non sarebbero che «notizie destituite da qualsiasi fondamento», che espongono «un'istituzione del Consiglio regionale a una comunicazione senza nessun dato credibile». Puligheddu, però, non si lascia intimorire. «Io non ho fatto altro che il mio dovere di garante», dichiara al quotidiano Unione sarda (3/3). «Ho divulgato dei dati che riguardano fatti che vedono dei minori come vittime. Fuori dalla Chiesa, soprattutto, perché i numeri peggiori arrivano dalle famiglie. Ma anche al suo interno». I vescovi, rilancia, «si guardassero in casa, anziché rilasciare note che definirei “velate minacce”. E se scoprono abusi mandino gli atti al tribunale ordinario, anziché procedere con trasferimenti di chi viene coinvolto». I vescovi sardi non sono stati gli unici a reagire scompostamente: a correre in aiuto della CES, lo stesso 3 marzo, tramite un comunicato, il Consiglio regionale della Sardegna presieduto da Piero Comandini (PD), dichiara di «prendere le distanze» da quanto affermato da Puligheddu e parlano di «generalizzazione e sensazionalismo» che «non favoriscono né aiutano la ricerca della verità e il difficile percorso avviato da tempo dalla stessa Chiesa».
La controversia è proseguita con una controreplica della Garante – che ha anche manifestato la sua intenzione di inviare il dossier all’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza – e manifestazioni di sostegno alla stessa da parte di Rete L’Abuso e del Coordinamento di vittime e familiari delle vittime.
Il Report sui Centri d’ascolto diocesani
Nel frattempo il 24 febbraio è stato presentato da Rete L’Abuso un report dal titolo “Da Bolzano in giù” sugli sportelli anti-abusi, basato su un campione dei centri presenti in 32 diocesi italiane. Un lavoro di quasi due anni, mirante a documentare quanto accade. «Rileviamo 3 strutture blindate tra loro», spiega Francesco Zanardi, presidente della Rete. «La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale, deciderà se procedere all’indagine previa e a inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede». Lo sportello «raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima, ignorando però se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote». Resta facoltà del vescovo avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che la ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma».
Il tema, ha detto l’avvocato di Rete L’Abuso Mario Caligiuri, «meriterebbe una riflessione che tocca il piano nazionale e anche internazionale: quando giunge una notizia di reato i centri di ascolto previsti dalle linee guida Cei non conducono formalmente a una indagine ma ne costituiscono più che altro un punto di accesso informale, ascoltano, talvolta verbalizzano e trasmettono al vescovo». La prima carenza che si percepisce, ha detto, «è la carenza di informazioni e il fatto che c’è una valutazione di credibilità della notizia che resta però concentrata sull’autorità gerarchica». Il punto è che «l’istituzione ecclesiastica risponde innanzitutto a se stessa con la rivendicazione di autonomia dell’ordinamento canonico»; «l’assenza di controllo esterno e indipendente non è un dettaglio ma incide sulla sostanza della prevenzione». La prevenzione messa in atto dalla CEI, insomma, risente di tre criticità: il ruolo non indipendente dei centri di ascolto diocesani nell’indagine previa; l’assenza di un obbligo di trasmissione alla procura della Repubblica; la mancata piena sottoposizione della Chiesa alle Convenzioni di Lanzarote e di Istanbul.
Di seguito riportiamo: la lettera della Garante Pugligheddu alla CES; i comunicati del Consiglio regionale e dei vescovi sardi; una riflessione di Emanuela Provera con un’intervista alla Garante; la lettera di sostegno di Zanardi e del Coordinamento delle famiglie delle vittime; il ringraziamento di Puligheddu.
*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza
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