Nessun articolo nel carrello

Papa Leone XIV al tempo delle guerre

Papa Leone XIV al tempo delle guerre

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 12 del 28/03/2026

Nell’età del caos e del “grande bastone”, inaugurata dalla seconda presidenza Trump, Robert Francis Prevost è il profilo opposto a The Donald. In quello che papa Francesco definiva il “cambio di epoca” – l’estendersi dei movimenti populisti sovranisti contrari alla liberaldemocrazia e il trionfo elettorale negli Stati Uniti di una leadership fortemente autoritaria, che governa per decreti, scavalca il parlamento, piccona gli organismi di solidarietà sociale e scardina il sistema multilaterale internazionale e le sue istituzioni – gli elettori del conclave hanno scelto come papa proprio un americano, religioso, colto, oriundo della città melting pot Chicago, con un’ampia esperienza del mondo e allo stesso tempo anche con cittadinanza peruviana e dunque sensibile all’odore della povertà, dello sfruttamento, della criminalità, dell’ansia di riscatto di tante popolazioni dell’emisfero meridionale.

Leone XIV non intende tuttavia presentarsi come antagonista di nessuno. Semmai come promotore, anche nella dimensione mondiale, di relazioni non polarizzanti. Certo ci sono delle costanti, che in ambito internazionale fanno parte del patrimonio corrente della Santa Sede: il sostegno alle Nazioni Unite e ad un ordinamento multilaterale, l’appoggio agli ideali dell’Unione europea, il supporto alla soluzione dei due Stati in Terrasanta, il dialogo con la Cina nonostante i limiti dell’accordo con Pechino, il rifiuto dell’anti-islamismo e il contrasto a ogni utilizzo delle religioni per seminare morte e violenza. In questa fase è evidente, tuttavia, in Vaticano lo sforzo di rimodulare il proprio modo di agire. I primi interventi di Leone XIV dopo l’elezione sono stati chiarissimi e hanno riflessi anche sul modo di presentarsi del Vaticano sulla scena internazionale. «I papi passano, la curia rimane», ha dichiarato subito. «Non sarò un condottiero solitario», sottolineò all’inaugurazione del pontificato. Significava avere colto una critica basilare emersa nelle riunioni pre-conclave, relativa al rischio di “de-istituzionalizzazione” (copyright card. Ruini) che aveva contrassegnato lo stile personalistico di Francesco.

Leone, uomo di governo, “tessitore” intenzionato a ricucire le fratture prodotte dalla guerra civile tra ultraconservatori e riformatori che ha segnato il pontificato bergogliano, vuole che l’istituzione centrale della Chiesa sia pienamente funzionante e con uno stile di lavoro collegiale (rafforzato dalla consultazione permanente con il collegio cardinalizio). Nasce da qui la decisione di tornare a valorizzare fortemente il ruolo del segretario di Stato. Come primo pilastro della politica estera. L’effetto è stato immediato. Alcune delle dichiarazioni più caratterizzanti di questo primo anno sono del cardinale Parolin. Ottobre scorso, quando già Leone aveva ribadito con forza – a proposito di Gaza – le leggi internazionali sul «divieto di punizione collettiva, di uso indiscriminato della forza e spostamento forzato della popolazione», Parolin era intervenuto con durezza per condannare la strategia dell’esercito e del governo d’Israele, definendo «inaccettabile e ingiustificabile ridurre le persone umane a mere vittime collaterali… Persone uccise mentre cercavano di raggiungere un tozzo di pane, persone rimaste sepolte sotto le macerie delle loro case, persone bombardate negli ospedali, nelle tendopoli, sfollati costretti a spostarsi da una parte all’altra». Lapidario, Parolin aveva aggiunto: «Rischiamo di assuefarci a questa carneficina». Un marchio. La parola aveva fatto infuriare l’ambasciata israeliana, ma di rincalzo Leone dichiarava ai giornalisti: «Il cardinale Parolin ha espresso molto bene quella che è l’opinione della Santa Sede».

Egualmente, allo scoppio dell’attacco globale di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, è stato Parolin a pronunciare il giudizio politicamente più rilevante: «Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme». Con un commento rivolto chiaramente alla strategia di Trump e Netanyahu, il cardinale ha scandito: «Alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato». È una posizione che rifiuta ogni adesione a un’ipocrita crociata contro l’Iran. Così come molto precisa è stata la presa di posizione papale sul blitz anti-Maduro operato da Trump il 3/1. Al seguente Angelus domenicale Leone XIV mise immediatamente in risalto due punti: «garantire la sovranità del Paese» e assicurare lo «stato di diritto iscritto nella Costituzione». Un atteggiamento ancora una volta antitetico all’amministrazione Usa, interessata a mettere le mani sul petrolio venezuelano e del tutto disinteressata a rimettere in moto i meccanismi democratici del Paese.

C’è un terreno su cui Leone, peraltro, si muove – sempre con stile discreto – con una visione diversa da quella di Francesco: riguarda l’Ucraina. Bergoglio sentiva fortemente la dimensione geopolitica delle radici di un conflitto, che il politologo americano Ian Brenner, ha qualificato come «guerra ibrida tra Nato e Russia». E per questo invitava a non ridurre il conflitto alla «favola di Cappuccetto Rosso dove è chiaro chi è il cattivo e chi è la buona» e spingeva insistentemente a un negoziato, criticando contemporaneamente la corsa al riarmo europea (posizione scontratasi con il gelido silenzio di Nato e UE, ma in sintonia con la grande maggioranza del Sud globale).

Prevost già da vescovo di Chiclayo in Perù aveva denunciato l’evento come «autentica invasione imperiale russa» esortando ad essere più chiari sulle «malvagità che la Russia sta compiendo». Da pontefice, Leone si è silenziosamente avvicinato alla posizione dell’Ucraina e dei cosiddetti Volenterosi europei, che chiedono ancor prima dei negoziati di pace un cessate il fuoco di trenta o sessanta giorni. Richiesta inusuale nel corso di conflitti armati, che viene respinta dalla Russia e non suscita l’interesse di Trump.

Il secondo pilastro dell’azione internazionale della Chiesa cattolica consiste per Leone nell’appoggiare le iniziative dell’episcopato locale. Vale in primo luogo per gli Usa dove l’episcopato, sostenuto dal papa, sta contestando sistematicamente la violenta politica anti-immigrati di Trump. Vale per la Terrasanta dove il patriarca Pizzaballa denuncia puntualmente la politica di sopraffazione del governo israeliano ai danni dei palestinesi. Vale per l’Italia dove il presidente della Cei card. Zuppi ha indetto la giornata di preghiera per la pace, denunciando le guerre spietate che riducono i civili a «obiettivi spazzatura» e mettendo in luce l’attuale violazione di ogni parametro nei rapporti internazionali: «Si arriva a uccidere gli interlocutori con cui si deve o si dovrà negoziare, tradimento infame di qualsiasi regola del dialogo e del rispetto!». Papa Leone ha criticato l’uso smaccato della religione da parte dell’amministrazione Trump, chiedendo se i cristiani con «responsabilità gravi nei conflitti armati» hanno il coraggio di fare un serio esame di coscienza.

C’è un tema, tuttavia, in cui si sente la mancanza di un intervento diretto e deciso del pontefice: la catena senza fine di pogrom, uccisioni e violenze in Cisgiordania da parte dei coloni e dell’esercito israeliano, che in due anni ha già provocato più di mille morti palestinesi, di cui oltre duecento bambini. È palpabile la riluttanza del papa ad arrivare a una contrapposizione frontale con il governo d’Israele come era avvenuto con Francesco. Ma la situazione non si può sminuire. Dal 2025 il governo Netanyahu ha affermato con chiarezza che non ci sarà mai uno Stato palestinese e i coloni spingono apertamente i palestinesi ad andarsene. Di fronte a questa strage che continua le parole di Leone, durante il viaggio in Medio Oriente nell’autunno scorso, restano al di qua dell’urgenza. «La Santa Sede – dichiarò allora – già da diversi anni pubblicamente appoggia la soluzione di due Stati ma sappiamo tutti che in questo momento Israele ancora non accetta questa soluzione». Troppo poco a fronte del sangue che continua a scorrere.

Marco Politi è saggista, giornalista, già vaticanista a “la Repubblica”, scrive su “Il Fatto Quotidiano” e su altre testate. Ha pubblicato di recente “La rivoluzione incompiuta: La Chiesa dopo Papa Francesco” per Il Millimetro.

*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza 

Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.

Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!

Condividi questo articolo:
  • Chi Siamo

    Adista è un settimanale di informazione indipendente su mondo cattolico e realtà religioso. Ogni settimana pubblica due fascicoli: uno di notizie ed un secondo di documentazione che si alterna ad uno di approfondimento e di riflessione. All'offerta cartacea è affiancato un servizio di informazione quotidiana con il sito Adista.it.

    leggi tutto...

  • Contattaci

  • Seguici

  • Sito conforme a WCAG 2.0 livello A

    Level A conformance,
			     W3C WAI Web Content Accessibility Guidelines 2.0

Sostieni la libertà di stampa, sostieni Adista!

In questo mondo segnato da crisi, guerre e ingiustizie, c’è sempre più bisogno di un’informazione libera, affidabile e indipendente. Soprattutto nel panorama mediatico italiano, per lo più compiacente con i poteri civili ed ecclesiastici, tanto che il nostro Paese è scivolato quest’anno al 46° posto (ultimo in Europa Occidentale) della classifica di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa.