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L'Italia della

L'Italia della "sicurezza" e la Spagna dell'integrazione: quando la propaganda frena lo sviluppo

“L’Italia continua a creare irregolari mentre le imprese cercano lavoratori”. Così titola la nota diramata ieri dall’Associazione Don Bosco 2000 di Piazza Armerina (EN), che si occupa di cooperazione internazionale e di accoglienza.

Il confronto, anche su questo tema, è con la Spagna di Pedro Sanchez che ha scelto la via dell regolarizzazione e dell’emersione a differenza dell’Italia che ancora associa il tema dell’immigrazione a quello della sicurezza e affronta la questione con politiche sicuritarie ed emergenziali. Sanchez invece «ha avviato una nuova riforma sull’immigrazione che punta a regolarizzare centinaia di migliaia di migranti già presenti nel Paese, favorendo così l’inserimento lavorativo e contrastando il lavoro nero e l’emarginazione sociale».

La prospettiva spagnola, secondo la Don Bosco 2000, «dovrebbe aprire una seria riflessione anche in Italia, dove migliaia di persone restano senza documenti pur essendo pronte a lavorare e richieste dalle aziende».

Spiega il presidente dell’associazione Agostino Sella che il sistema produttivo italiano chiede «oltre un milione di ingressi destinati a lavoratori immigrati. Confcommercio parla di oltre 250 mila lavoratori mancanti solo nei settori del commercio, della ristorazione e del turismo». Eppure, continua Sella, «mentre le imprese ci chiedono personale, continuiamo a creare irregolarità. Tantissimi ragazzi presenti nei centri di accoglienza non riescono ad ottenere un documento e quindi non possono lavorare regolarmente, nonostante abbiano competenze, formazione e opportunità concrete».

E mentre interi settori produttivi (ristorazione, turismo, logistica, edilizia, agricoltura, assistenza alle persone…) rischiano di fermarsi per assenza di manodopera, la politica continua a rinchiudere la forza lavoro immigrata nei centri di “accoglienza” senza concedere permessi, accusa Sella: «Così finiscono nel lavoro nero, nello sfruttamento oppure ai margini delle città». Quello spagnolo è un «modello pragmatico da osservare con attenzione», che richiede coraggio, concretezza e umanità, perché «il lavoro resta il più grande strumento di integrazione, dignità e sicurezza sociale».

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