I preti contro il genocidio scrivono ai vescovi italiani: è ora di parlare chiaro contro i crimini di Israele
ROMA-ADISTA. Non è possibile continuare a tacere. La rete internazionale dei preti contro il genocidio scrive ai vescovi italiani - che da lunedì 25 e fino al 28 maggio terranno in Vaticano la loro Assemblea generale con la partecipazione anche di papa Leone XIV - perché dicano una chiara parola di condanna contro i crimini dello Stato di Israele contro il popolo palestinese e contro gli attivisti della Global Sumud Flottilla, recentemente sequestrati in acque internazionali, deportati in Israele, sottoposti e violenze di ogni tipo e umiliati pubblicamente da Itamar Ben-Gvir, ministro per la sicurezza nazionale e leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit
«Eminenze, eccellenze carissime - si legge nella lettera - nella notte tra il 18 e il 19 maggio 2026, la marina militare israeliana ha abbordato con la forza almeno ventidue imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in acque internazionali, a centinaia di miglia dalle coste di Gaza. A bordo c'erano volontari disarmati (medici, infermieri, attivisti, civili) che trasportavano aiuti umanitari verso una popolazione sotto assedio. Tra i fermati, oltre venti cittadini italiani. Durante l'operazione sono stati sparati proiettili di gomma contro le navi. Gli attivisti hanno trascorso quaranta ore su pavimenti allagati. Poi sono stati espulsi senza accuse formali».
Quindi, a nome dei presbiteri, dei vescovi e dei cardinali che hanno firmato il documento comune della Rete Internazionale Preti contro il Genocidio (oltre 2.200 sacerdoti, 25 vescovi, 2 cardinali, in 58 Paesi), vi scriviamo questa lettera, non «per contrapporci, ma per condividere una ferita. Non scriviamo per giudicare, ma perché il dolore di Gaza, della Cisgiordania, del Libano e di tutta la Terra Santa non ci lascia più dormire tranquilli. Non scriviamo per sostituirci ai pastori, ma perché tanti preti, comunità, religiose, religiosi, laici e anche vescovi non si sentano soli nel compito, sempre più urgente, di illuminare le coscienze davanti a ciò che sta accadendo al popolo palestinese».
Prosegue la lettera: «Desideriamo anzitutto esprimere il nostro incoraggiamento a papa Leone XIV che, di fronte a chi lo accusava di mettere a rischio la sicurezza mondiale per aver predicato la pace, ha risposto con una parola sola: "Vado avanti." E anche noi andiamo avanti, con lui e dietro di lui per una pace “disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza” (Camerun, 15 aprile 2026).
Rendiamo grazie anche al cardinale Matteo Maria Zuppi per i suoi instancabili sforzi di mediazione, per il richiamo costante alla via del dialogo e della diplomazia, della speranza e della giustizia.
Vogliamo infine esprimere tutto il nostro sostegno, con affetto e con ammirazione, al Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme: un pastore che non ha scelto la distanza sicura, ma è rimasto in mezzo al fuoco, testimone e voce di un popolo che soffre. Le sue parole risuonano come un mandato per tutta la Chiesa: «Abbiamo solo un'arma: la parola. E dunque, continueremo a parlare. Senza vergogna e senza paura».
Sappiamo bene che molti vescovi, molti sacerdoti e molte comunità in Italia stanno pregando, parlando, raccogliendo fondi, promuovendo incontri, sostenendo la popolazione civile, cercando ponti dove altri innalzano muri. Di questo rendiamo grazie al Signore. Ma sentiamo anche che il tempo presente chiede un passo ulteriore.
Le Chiese di Palestina, attraverso il cammino di Kairos Palestine, ci hanno rivolto da anni un appello che oggi risuona con una forza ancora più drammatica: non possiamo restare neutrali davanti all’ingiustizia. Non possiamo rifugiarci in una falsa equidistanza quando un popolo viene schiacciato. Perché, in certe ore della storia, essere “equidistanti” rischia di significare semplicemente restare distanti dalla gente che soffre.
Per questo desideriamo camminare in comunione con realtà ecclesiali e profetiche come Pax Christi, con il progetto Ponti non Muri, e Kairos Italia e tutte le donne e gli uomini che, nella Chiesa e nella società civile, cercano una pace fondata sulla giustizia, sulla verità e sul diritto.
E proprio per amore della Chiesa, vi chiediamo con forza: aiutateci a non fermarci alle parole.
Continuiamo a nutrire un profondo apprezzamento per la tradizione giudaica, dalla quale abbiamo ricevuto gli insegnamenti di Gesù e respingiamo ogni forma di antisemitismo, ma la nostra è una ferma condanna della leadership politica israeliana e di quelle scelte militari, economiche e diplomatiche che stanno producendo morte, fame, espulsione e disperazione».
E dopo questa ampia premessa, i Preti contro il genocidio avanzano una serie di proposte e di richieste.
«Chiediamo che la Ceri, i vescovi italiani e i pastori di ogni comunità sollecitino con maggiore chiarezza la società civile e il governo italiano, perché alle dichiarazioni di preoccupazione, agli appelli per il cessate il fuoco e alle parole di vicinanza seguano finalmente atti concreti.
Tra questi atti concreti riteniamo necessario indicare con coraggio anche il boicottaggio mirato, il disinvestimento, le sanzioni e l’embargo militare verso tutto ciò che sostiene direttamente l’occupazione, la colonizzazione, l’apartheid, la distruzione di Gaza e ora del Libano e la violenza contro i palestinesi.
La storia ci insegna che il boicottaggio contro l’apartheid sudafricano non fu un atto di odio contro i sudafricani, ma una leva morale e politica per isolare e costringere un sistema ingiusto a cambiare. Oggi chiediamo una simile lucidità: non per far male, ma per fermare il male; non per negare la sicurezza di Israele, ma per affermare che nessuna sicurezza può essere costruita sulla distruzione di un altro popolo. Anche il documento di Kairos Palestine, che Mons. Giovanni Ricchiuti, a nome di Pax Christi, porterà come dono alla vostra assemblea, ricorda al numero 2.5 che il boicottaggio e il disinvestimento appartengono alla logica della resistenza pacifica, non della vendetta, chiedendo al numero 4.5, un grido profetico di perseveranza per il bene di quella terra e di tutta l’umanità.
Facciamo nostro questo grido.
Quello che accade in Israele, a Gaza, in Cisgiordania e in Libano non è semplicemente una delle tante guerre, tra quelle ricordate e dimenticate. È una ferita spirituale che attraversa il corpo dell’umanità. È una tragedia che tocca le radici della nostra fede, perché avviene nella terra di Gesù, ma soprattutto perché avviene contro uomini, donne e bambini nei quali Cristo continua a essere crocifisso.
Per questo il nostro silenzio non è neutrale. Le nostre parole tiepide non sono innocenti.
Le ambiguità dei governi, delle istituzioni e talvolta anche delle comunità cristiane rischiano di diventare complicità.
Quando alcuni politici e rappresentanti cristiani continuano a sostenere lo Stato di Israele senza denunciare con chiarezza l’occupazione, l’assedio, la fame usata come arma, la distruzione sistematica e la violenza contro i civili, feriscono il Vangelo della pace e scandalizzano i piccoli.
La Chiesa non può limitarsi a invocare genericamente la pace.
La Chiesa deve annunciare il Vangelo della pace.
Deve sostenere chi rischia la vita per la pace.
Deve difendere gli operatori di giustizia, i testimoni nonviolenti, i giornalisti, i medici, gli insegnanti, i religiosi, i civili, i bambini.
Deve illuminare le coscienze dentro e fuori la comunità credente, perché nessuno si volti dall’altra parte e nessuno usi parole di circostanza solo quando vengono toccati i propri interessi.
Eminenze, Eccellenze carissime,
vi chiediamo che dall’Assemblea Generale della CEI si levi una parola più netta, più profetica, più concreta.
Una parola che chieda il cessate il fuoco immediato e permanente.
Una parola che chieda la fine dell’assedio di Gaza e l’ingresso libero e sicuro degli aiuti umanitari.
Una parola che chieda il riconoscimento pieno dei diritti del popolo palestinese.
Una parola che solleciti il Governo italiano a interrompere ogni complicità militare, economica e diplomatica con politiche di occupazione, apartheid e distruzione.
Una parola che incoraggi le comunità cristiane a discernere forme concrete di pressione nonviolenta: boicottaggio mirato, disinvestimento, sanzioni, educazione alla pace, informazione libera, sostegno ai cristiani di Palestina e a tutti gli operatori di giustizia.
Non vi chiediamo una parola di parte. Vi chiediamo una parola evangelica.
Perché il Vangelo non è mai neutrale davanti alla vittima. Il buon samaritano non è equidistante tra l’uomo ferito e i briganti. Gesù non fu equidistante tra i crocifissori e i crocifissi. La Chiesa non può essere equidistante tra chi soffre e chi produce sofferenza, come recentemente ha ricordato il Card. Pizzaballa: “esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità” (30 aprile 2026).
Vi scriviamo con il cuore ferito, ma non senza speranza. Crediamo ancora che la Chiesa italiana possa aiutare il nostro Paese a ritrovare una coscienza. Crediamo che i nostri vescovi possano sostenere tanti sacerdoti e comunità che già si stanno esponendo. Crediamo che una parola chiara della CEI possa diventare conforto per chi è solo, luce per chi è confuso, forza per chi ha paura, pungolo per chi governa.
In comunione con voi, ma anche con la libertà dei figli di Dio, chiediamo che la Chiesa italiana non perda questo kairós.
È tempo di pregare.
È tempo di parlare.
È tempo di agire.
È tempo di stare accanto al popolo che soffre.
Con rispetto, gratitudine e fraterna parresia»
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