Donne nella Chiesa. Clericalismo femminile?
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 16 del 25/04/2026
Può sembrare un paradosso dal momento che le donne oggi come oggi non sono ammesse allo stato clericale. È stato soprattutto papa Francesco a prendere di mira il «clericalismo», da lui definito in più occasioni la «peste», la «perversione» della Chiesa cattolica. Il termine, coniato nel XIX Secolo sotto l’influsso del razionalismo illuministico, indicava la tendenza, da parte del potere ecclesiastico, di intervenire nelle questioni della società civile per determinarne le scelte e gli orientamenti. Con il tempo il lemma ha subìto uno spostamento semantico. Non è più visto soltanto come ingerenza negli affari temporali della società, bensì come una piaga interna alla Chiesa capace di intaccarne la primigenia natura evangelica. Esso è caratterizzato da una visione piramidale della Chiesa, società perfetta e diseguale che, identificandosi nei pastori, con al vertice il papa, finisce per produrre una scissione tra Chiesa docente e Chiesa discente, tra il «capo» e il resto del «corpo». Sacralizzando il ministero presbiterale i fedeli laici vengono di conseguenza relegati a una posizione di sudditanza. Nonostante che la Lumen gentium (una delle quattro Costituzioni del Concilio Vaticano II) abbia ribadito che tra i membri del popolo di Dio «vige una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune di tutti i fedeli nell’edificare il corpo di Cristo» (32), dal punto di vista della prassi questa affermazione lascia molto a desiderare, tant’è che, secondo papa Francesco, il clericalismo continua a caratterizzare vasti settori del mondo ecclesiale, non solo quelli gerarchici e presbiterali. Poiché esso chiama in causa un modo verticistico di esercitare l’autorità, è chiaro che la vita religiosa femminile può esserne intaccata come qualsiasi altro soggetto ecclesiale, per esempio i movimenti e il vasto campo dell’associazionismo cattolico.
Una impasse difficilmente superabile
Ogni congregazione religiosa è un mondo, è un regno a sé stante. Sono infinite le sfumature che caratterizzano i modi di esercitare l’autorità in ciascuna di esse. Nondimeno è possibile tracciare alcune linee di lettura trasversali che aiutino a capire l’impasse in cui la vita religiosa sembra oggi essersi incagliata. Fin dagli inizi del cristianesimo ci sono state forme di «vita religiosa» – un termine inevitabilmente riassuntivo – soprattutto eremitiche e poi in seguito cenobitiche, confluite la maggior parte nella vita monastica. Bisognerà attendere il basso medioevo per assistere ai tentativi pionieristici di una vita religiosa comunitaria fuori dalle mura dei monasteri. L’esperienza delle Beghine nelle Fiandre (XIII Sec.) o di Mary Ward in Inghilterra (XVI Sec.) sono un un esempio di quanto questi tentativi abbiano suscitato sospetti, censure e persecuzioni. Con l’avanzare della modernità e della crescente industrializzazione dell’Occidente, le congregazioni femminili hanno trovato un campo di lavoro sempre più vasto e fecondo: ospedali, scuole, assistenza ai poveri, evangelizzazione, missioni. Molte di loro si sono ispirate alle costituzioni di congregazioni maschili già esistenti o sono state fondate da chierici o religiosi imbevuti del clima della Controriforma, uno spartiacque fondamentale per l’ecclesiologia. In essa emergevano due grosse spinte: una verticistica, tesa alla «difesa dei confini» che, grazie alla netta separazione tra gerarchia/clero e fedeli garantiva un chiaro controllo dall’alto in basso; una spinta invece pastorale, che attraverso strutture canoniche ben definite (diocesi, parrocchie, associazioni) era presente capillarmente, volenti o nolenti, nella realtà sociale. Sono innumerevoli in quei secoli le opere di carità portate avanti dalla Chiesa cattolica e in modo particolare dalle congregazioni femminili sempre più numerose. In queste ultime si è riprodotta, con ovvie differenze, la stessa struttura gerarchica piramidale ivi vigente. Il ruolo e le prerogative delle superiore generali e/o locali nei confronti dei membri delle rispettive congregazioni erano e sono tuttora in buona parte simili a quelle del papa o del vescovo nei confronti della Chiesa. Anche lì dove le denominazioni hanno subìto variazioni (coordinatrice, direttice, madre generale, ispettrice...), rimangono nella sostanza sinonimo di «superiora», cioè di qualcuna che per volontà della Chiesa, e quindi divina, è posta in un ruolo apicale con il compito di guidare le proprie «sottoposte». Sebbene sia generalmente coadiuvata da un consiglio generale e da altri organi che per delega ne condividono l’autorità, la sua funzione è comunque unica e assoluta nell’ambito delle prerogative canoniche attribuitele. Non sono però infrequenti i casi in cui questo potere va ben oltre tali prerogative, aggiudicandosi diritti e privilegi da cui sono esclusi gli altri membri.
Il vincolo fondamentale tra la superiora e le sorelle da lei guidate si basa in concreto su due aspetti convergenti: l’obbedienza e la volontà divina. Abbracciare la vita religiosa ha sempre significato la ricerca di un «più», definito in varie maniere nella lunga storia della Chiesa. Questo desiderio di consegna radicale al Signore si è espresso principalmente nei tre «voti» di castità, povertà e obbedienza, vissuti in comunione con altre sorelle. Nel clima del Concilio Vaticano II, la parola «voto» venne timidamente accantonata per fare posto a un termine apparentemente più umile: «Consigli evangelici» (cf. Perfectae caritatis). «Totalità» e «radicalità» non venivano più visti come monopolio della vita religiosa, benché si affermasse che venivano declinati in modo particolare in questo stato di vita. Nonostante ciò non si è riusciti ad attenuare l’idea di un «cammino di perfezione», tracciato soltanto per alcune donne che vi si sentivano chiamate, non solo diverso ma anche più «sublime» rispetto a quello dei comuni fedeli. In ogni caso, il Concilio ha segnato una svolta decisiva ponendo la carità come il sigillo di questa «perfezione evangelica» a cui tutti i battezzati dovrebbero in realtà tendere. Solo in questo modo la vita religiosa riconfluiva nel suo vero solco. Tuttavia, in modo carsico, non è mai venuta meno l’idea che l’ossatura cruciale della vita religiosa sia invece l’obbedienza a cui la stessa carità deve essere sottoposta e non il contrario.
Se la superiora è la mediazione stabilita da Dio per determinare quale sia la sua volontà, ne consegue che l’obbedienza dei membri divenga la via perfetta e inequivocabile per essere conformi al piano divino. L’antico detto «la superiora può sbagliare però chi obbedisce non sbaglia mai» è ancora vivo e vegeto. Proprio perché si innesta sul sacro anelito di chi abbraccia la vita religiosa di consegnare «tutta sé stessa» al Signore, quindi al suo volere, l’obbedienza si presta a essere considerata la via regia per raggiungere tale scopo, la scorciatoia alla santità. Il prezzo richiesto per sottomettersi a una volontà diversa dalla propria è spesso in termini umani molto alto, tuttavia, proprio perché imbevuto d’inevitabile rinuncia e sofferenza, acquista, secondo una mentalità distorta, un valore superiore e sacro. Non è stata questa – viene detto – la strada percorsa dal Figlio dell’Uomo per redimere l’umanità? Non sottoporre questa verità al vaglio di un più rigoroso studio biblico e teologico e farne un assioma che giustifichi qualsiasi richiesta da parte dell’autorità, aprirebbe la strada quanto mai reale a ogni possibile abuso.
La domanda che serpeggia è ovvia: se si mettono in crisi questi capisaldi, non vi è il rischio di minare alla radice la stessa vita religiosa che ha come anima questo tipo di radicalità evangelica? L’arroccamento o il revival di forme di vita religiosa tradizionaliste dove l’autorità è sacralizzata a scapito della libertà dei membri, è lì a dimostrare quanto la paura di essere spazzati via dalla storia sia enorme. Il sale ha il terrore di sciogliersi nel mare del mondo.
Cosa significa oggi «radicalità evangelica», «voto di obbedienza» o «esercizio dell’autorità», con un Concilio ormai alle spalle da oltre sessant’anni, con il progresso degli studi biblici, con una teologia che annaspa per trovare un posto anche nella vita religiosa, con il movimento femminista che non riesce a sfondare in questi ambienti e con una società sempre più lontana dai parametri religiosi di una volta? Queste domande divengono ancora più cruciali di fronte alla drastica diminuzione di vocazioni femminili e all’abbandono di molte religiose non più giovani. Appare chiaro che in questa crisi il ruolo e la gestione dell’autorità è un fattore determinante. Dalle risposte che si possono azzardare alle questioni sollevate dipende il futuro e l’identità della vita religiosa, dono prezioso per la Chiesa e per il mondo. Ci limitiamo ad abbozzarne alcune, coscienti che meriterebbero migliori approfondimenti.
La Chiesa ha recepito, in teoria e tardivamente, la tensione generata tra la centralità attribuita alla dignità del soggetto dall’era moderna (vedi gli accenni fatti nell’Istruzione Faciem tuam, Domine, requiram, del 2008, specialmente i numeri dedicati al tema della coscienza) e l’autorità, come rappresentante della centralità di Dio, della Chiesa o, in versione laica, dello Stato. Questa tensione non ha ricevuto nelle congregazioni femminili la dovuta attenzione.
La gestione dell’autorità oscilla oggi tra due estremi: la nostalgica riaffermazione di un ruolo piramidale e onnipresente, che si attribuisce il diritto di controllare in tutto e per tutto la vita di chi le ha promesso obbedienza, e la ricerca confusa di metodi presi a prestito dalla gestione di imprese per coinvolgere la base in decisioni comuni. Mentre la prima apre la strada a innumerevoli abusi, all’infantilismo dei membri, in preda a enormi sensi di colpa nel caso si ribellassero; la seconda, mortifica il fondamento evangelico della vita e della missione comune, convertendo le congregazioni in potenti ed efficienti multinazionali della carità. Nella prima diventa fondamentale il rapporto di controllo/- dipendenza tra l’autorità e la sorella. Il volere, l’umore, l’approvazione o disapprovazione della superiora sono legge. Nella seconda, il rapporto è funzionale: si vale per ciò che si fa, di conseguenza l’autonomia della sorella è accettata e incoraggiata nella misura in cui contribuisce al buon funzionamento dell’insieme. Non è detto che i due estremi, qui volutamente esagerati, non si incrocino e confondano. In entrambi i casi chi viene mortificata è l’umanità, la singolarità di ogni sorella, la sua intelligenza e libertà, il suo bisogno di comprendere le ragioni di quanto chiede l’autorità, aspetti oggi non più eludibili o calpestabili.
Il Vangelo è molto esigente, come lo sono la vita fraterna e la missione. Accogliere decisioni prese insieme, o sinodalmente come si ama dire oggi, non è meno crocifiggente della richiesta che può venire da una singola superiora. Accogliere la durezza dell’esistenza che piomba addosso senza chiedere permessi, è un’obbedienza a cui tutti ci si vorrebbe sottrarre, l’unica, tra l’altro, inaggirabile. Nessuno vuole mettere in dubbio o svalutare il prezzo che in ogni caso è richiesto, ma nessuno lo può imporre arbitrariamente. Non può esservi vera obbedienza senza libertà, come non può esservi lì dove è calpestata anche sottilmente la dignità di donne che hanno desiderato consegnare tutte se stesse al Cristo del Vangelo per esserne testimoni nel mondo insieme ad altre sorelle.
Virginia Isingrini è sociologa, missionaria saveriana
*Foto presa da Unsplash, immagine orignale e licenza
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