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SECONDO INCONTRO DELLA RETE SINODALE, L’ALTRA CHIESA CHE GIÀ C’È

Tratto da: Adista Notizie n° 38 del 07/11/2026

42763 FRASCATI-ADISTA. A un anno e mezzo dalla I Assemblea, svoltasi ad Assisi il 22-23 febbraio 2025, e a quattro anni dall’inizio del cammino comune iniziato nel 2021, la Rete Sinodale si è incontrata a Frascati per il suo secondo appuntamento nazionale.

Circa 200 i presenti, in rappresentanza di oltre trenta gruppi e di realtà sparse su tutto il territorio nazionale. Ospiti d’onore il presidente di We are Church international Colm Holmes e la vicepresidente Martha Heize, che hanno scelto di partecipare all’assemblea anche per celebrare i 30 anni del loro movimento.

L’impressione complessiva è che le realtà ecclesiali di base siano ancora attive e presenti. Certo, rispetto al passato, i temi sono progressivamenti diventati più ecclesiali che politici. L’obiettivo, insomma, sembra adesso prevalentemente quello di cercare di conseguire alcuni concreti obiettivi di riforma della Chiesa prima ancora di confrontarsi con una realtà politica sempre più articolata e complessa. Ciononostante, anche a Frascati le questioni della pace e della tragedia palestinese, così come il tema dei migranti, hanno trovato un loro spazio, sia nelle relazioni proposte il pomeriggio del sabato, sia nei lavori svolti all’interno dei laboratori di riflessioneproposta.

«La nostra Rete – ha detto il coordinatore nazionale Mauro Castagnaro nella sua introduzione ai lavori – nata proprio dal desiderio condiviso di partecipare insieme al cammino sinodale per presentarvi le proposte di rinnovamento maturate dall’area progressista del cattolicesimo italiano, ha svolto in questo percorso un ruolo significativo, sia facendo circolare idee sia favorendo un clima di partecipazione consapevole in chi vi ha preso parte. E se sarebbe ridicolo pretendere di intestarsi quello che, insieme alla votazione sul documento Lievito di pace e di speranza, è risultato il suo passaggio più rilevante – cioè il rigetto da parte della II Assemblea ecclesiale nazionale, tenutasi a cavallo di marzo e aprile 2025, delle 50 Propositiones ad essa sottoposte, con la conseguente convocazione di una III Assemblea ecclesiale – non c’è dubbio che la preparazione e il lavoro svolto su vari piani nei mesi precedenti nonché gli interventi fatti dai rappresentanti delle nostre sigle invitati all’assise, hanno contribuito a quell’esito».

L’incontro che, come ha ricordato Castagnaro, «raccoglie l’offerta delle Comunità di Base (Cdb) di mettere a disposizione della Rete il proprio convegno annuale» e si è sviluppato intorno al temaproposta: “Che significa oggi sognare, praticare e costruire non un’altra Chiesa, ma una Chiesa altra?”, si è posto l’obiettivo fondamentale di conoscere e confrontarsi su esperienze di “Chiesa altra” già in atto.

Per questo i lavori, dopo un momento di preghiera/meditazione, sono iniziati con la presentazione di sei esperienze in cui vediamo praticato un aspetto di Chiesa “altra”: l’ospitalità eucaristica sperimentata dal gruppo “Spezzare il pane” di Torino; la celebrazione eucaristica vissuta nelle Comunità di Base; la guida delle parrocchie da parte di laici e laiche, raccontata dall’austriaca Marlies Prinz; le azioni dirette per la pace realizzate dai “Cristiani No base né a Coltano né altrove”; l’inclusione di chi appartiene a minoranze sessuali nella pastorale narrata dai gruppi cristiani Lgbt+ e l’accoglienza dei migranti praticata dalla parrocchia di Vicofaro.

L’altra Chiesa che è già qui

Giorgio Gervasoni, gay credente impegnato nella diocesi di Bergamo, e Corrado Contini della diocesi di Parma hanno sottolineato che finalmente la Chiesa «si sta formando per imparare un linguaggio nuovo con cui finalmente poter parlare una lingua comune». Ad esempio, spiegano, la sintesi del gruppo di studio 9 del Sinodo universale ha modificato la definizione dei gruppi Lgbtq+ da “da realtà controverse” a “realtà emergenti”. Una circostanza che, unita alla presenza diffusa dei gruppi di credenti Lgbtq+ in tanti diocesi e delle veglie che si celebrano anche nelle chiese cattoliche per il superamento dell’omofobia, alla nascita di commissioni diocesane per la pastorale con le persone Lgbtq+ in tante diocesi e in ultimo anche alla celebrazione nel 2025 di un Giubileo per le persone lgbtq+, testimonia «un forte desiderio dei gruppi di persone Lgbtq+ credenti di affermare la loro appartenenza alla Chiesa, l'amore per essa – nonostante le difficoltà tuttora presenti nell'essere pienamente accolti –, la forte determinazione a vivere la propria fede credente in armonia con il proprio orientamento, la convinzione che, se si vuole iniziare a pensare seriamente la sinodalità, per tutti ci deve essere la possibilità di parlare ed essere ascoltati».

Maria Emma Allegri, di Pax Christi e del gruppo Donne per la Chiesa ha parlato dell’esperienza di “Cristiani no base” all’interno del più ampio movimento “No Base”, nato nel 2022 dopo che sulla Gazzetta Ufficiale era stato pubblicato un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del gennaio precedente con cui si decretava la costruzione di una gigantesca struttura militare (estesa su circa 73 ettari, per un totale di 440.000 metri cubi) all’interno del territorio comunale pisano nell’area agricola di Coltano, contigua al Parco naturale di San Rossore, in una zona peraltro dove già esiste la base militare di Camp Darby tra Livorno e Pisa (la più grande base al mondo fuori dagli Usa). Di tutto ciò la cittadinanza era stata tenuta all’oscuro. Per questo, il movimento “No Base” ha coinvolto comitati e realtà locali e nazionali che si stavano opponendo ai gravi processi di militarizzazione in atto in Italia. La presenza all’interno del movimento dei cristiani (Pax Christi, focolarini, piccoli gruppi di credenti che provengono da esperienze diverse), oltre che nella logica della “Chiesa in uscita” promossa da papa Francesco, si colloca nell’alveo del magistero di Francesco e di papa Leone sulla necessità di contrastare il riarmo e la logica della guerra che ormai sembra caratterizzare i rapporti internazionali.

Franco Schiffo e Annalisa Martelli Schiffo hanno brevemente raccontato la storia del gruppo “Strumenti di pace”, nato a Torino nel 1986 da una iniziativa comune di cattolici, valdesi, battisti, luterani e per qualche tempo anche ortodossi, che si è dedicato dapprima ad approfondire i grandi temi della vita civile e politica e in seguito ha intrapreso un percorso biblico a più voci, all’interno della quale hanno vissuto l’ospitalità eucaristica, «convinti che la cena del signore non è proprietà di nessuna Chiesa». Nel corso degli anni il gruppo ha celebrato l'ospitalità eucaristica nella Chiesa luterana nelle Chiese, battiste, valdesi, in alcune fraternità religiose, in comunità cattoliche non parrocchiali e per un certo periodo anche in due parrocchie. Insomma, hanno detto, «abbiamo sperimentato quella che potrebbe essere la Chiesa universale, unica, fraterna, intorno alla mensa comune».

Il percorso dello spezzare il pane nelle Comunità di Base è stato invece caratterizzato dalla particolare storia di questa realtà, che negli anni ‘70 è stata emarginata e perseguitata dalla gerarchia cattolica e molti dei suoi preti sono stati sospesi a divinis. Non essendovi quindi spesso presbiteri autorizzati a celebrare l'eucarestia, racconta Carla De Stefani per la CdB di Piossasco, «abbiamo fatto di necessità virtù»: «Ci siamo messi a studiare i testi biblici, l’esperienza della prime comunità cristiane, il loro modo di concepire i ministeri come raccontato nel nuovo testamento e nelle lettere di Paolo, e con l'aiuto di esperti, biblisti e bibliste siamo arrivati a mettere in discussione il ruolo del sacerdote». In realtà, precisa De Stefani, «l'aver messo in discussione il ruolo del sacerdote non è affatto una peculiarità delle Comunità di Base. La nostra peculiarità sta nel fatto di essere passati dalla teoria alla prassi e di averlo fatto senza chiedere il permesso». Una condivisione di ministeri che progressivamente ha coinvolto anche le donne. A partire dall’incontro delle donne delle comunità di base, svoltosi a Brescia nel 1988, è stata avviata una riflessione e un dibattito all’interno del movimento che «ha consentito alle donne, con il tempo, di esercitare tutti i ministeri, laddove la Comunità lo richieda».

Marlies Prinz, giovane donna austriaca che studia Teologia a Roma, ha invece raccontato la vicenda di suo padre Harald Prinz, un laico che dal 2010 è responsabile parrocchiale (Pfarrleiter) della chiesa di EnnsSt. Laurenz della diocesi di Linz, in Austria. «Quando mio padre ha iniziato nel 2010, in tutto il raggio circostante non c'era un solo sacerdote disposto o in grado di assumersi anche solo un minimo di vera responsabilità per la nostra parrocchia», ha raccontato Marlies. Nonostante questa realtà oggettiva, «il modo in cui la gerarchia ecclesiastica ha gestito questa situazione – ha detto – è cambiato più volte nel corso del tempo, a seconda dei vari vescovi. Sotto un vescovo precedente, questa pratica era ancora tacitamente tollerata. Sotto il suo successore, invece, è stata ufficialmente vietata con rigore – ma nella parrocchia si è continuato comunque a praticarla per necessità pastorale. Infine, il nostro attuale vescovo ha riconosciuto che la realtà locale richiede semplicemente di conferire agli assistenti pastorali un incarico ufficiale per il battesimo, poiché sono vicini alla gente. Per mio padre proprio questa vicinanza è sempre stata il punto decisivo. Far arrivare in aereo un sacerdote sconosciuto solo per mezz'ora, affinché amministri rapidamente il sacramento e riparta subito, distrugge il rapporto personale con le persone. Una buona assistenza pastorale ha però bisogno di una base solida fatta di fiducia e relazione, ed è per questo che lui non ha mai voluto né potuto accettare un'altra soluzione».

Harald Prinz però non svolge questo lavoro da solo. «Nella nostra parrocchia – ha raccontato la figlia – molti battezzati impegnati contribuiscono alla vita pastorale, e sono soprattutto le donne a compiere qui un lavoro straordinario. Tra i volontari, ad esempio, abbiamo una responsabile di funerali qualificata, nonché diverse donne e uomini che organizzano celebrazioni della Parola con grande passione e impegno. Tutti loro svolgono quotidianamente, in modo del tutto naturale, un'opera presbiterale nella nostra parrocchia e sostengono la vita spirituale della comunità».

Ha chiuso la serie di testimonianze don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro e Ramini nella diocesi di Pistoia che nel 2015 ha trasformato la chiesa di Vicofaro in un “ospedale da campo”, sulla linea di quanto aveva auspicato papa Francesco e per far fronte all’emergenza umanitaria di giovani migranti provenienti dall’Africa Subsahariana. La struttura, che per i primi due anni è stata un Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS) assegnato tramite bando, mantenendo un rapporto istituzionale continuativo per la gestione dei migranti e per gli adeguamenti richiesti alle strutture, ha scelto poi – come ha raccontato don Massimo – di operare autonomamente perché rifiutava di sottostare alla logica della legge BossiFini. Ha ospitato negli anni fino oltre 100 persone contemporaneamente, diventando un esempio di accoglienza e solidarietà, ma anche oggetto di polemiche politiche e tensioni con i residenti e le istituzioni laiche ed ecclesiastiche. Fino a quando, nel 2025, la polizia ha sgomberato alcuni migranti dai locali della parrocchia, e l’allora vescovo di Pistoia, mons. Fausto Tardelli, ha deciso di rimuovere don Biancalani dalle parrocchie di Vicofaro e Ramini.

Forte il rammarico nelle parole di don Massimo, che spiega di aver cercato di realizzare ciò che papa Francesco aveva invitato a fare quando, nel 2013, invitò ad aprire i conventi chiusi per l’accoglienza dei rifugiati. O quando parlava di “Chiesa in uscita” o di “Chiesa ospedale da campo”. Biancalani si è invece trovato di fronte alcuni parrocchiani che volevano tornare a una chiesa “normale”, del catechismo, dei sacramenti e delle celebrazioni liturgiche. Ma per don Massimo i parrocchiani non sono solo quelli già frequentano la parrocchia o che abitano a due passi dalla chiesa, ma anche i tanti non credenti che si sono prodigati nell’attività di accoglienza, le tante persone lontane dalla Chiesa che si sono avvicinate alle nostre comunità proprio perché c’erano persone bisognose di aiuto.

La seconda parte del pomeriggio è stata interamente dedicata alla divisione in 10 laboratori di confronto (formati mescolando i membri di gruppi e associazioni) su “Che significa oggi sognare, praticare e costruire non un'altra Chiesa, ma una Chiesa altra?”. L’obiettivo era riflettere sulle esperienze presentate e su altre che i partcipanti ritenessero di proporre, fornendo spunti per il messaggio finale dell’assemblea “Al popolo di Dio che è in Italia”.

La domenica, dopo l’assemblea plenaria con i resoconti sintetici le suggestioni emerse dai laboratori, è stato approvato il messaggio conclusivo. L’assemblea è terminata con la celebrazione eucaristica. 

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