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Una presenza necessaria

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 69 del 18/09/2010

Non sappiamo ancora quale sarà l’esito della crisi che attraversa la maggioranza di governo. Non sappiamo ancora se e quando l’attuale inquilino di Palazzo Chigi vorrà giocare la carta delle elezioni anticipate puntando ancora una volta su quella sfida “uno contro tutti” che già in passato ne ha esaltato le innegabili doti di demagogo.

Quel che è certo è che l’attuale crisi del centrodestra – da molti interpretata come l’inizio del crepuscolo della stagione berlusconiana – è figlia di contraddizioni tutti interne al suo stesso schieramento. L’idea di una destra diversa, una destra europea e costituzionale, si è combinata con le ambizioni personali di un leader come Gianfranco Fini che già in passato aveva dato segnali di “smarcamento”, ma che mai era arrivato alla esplicita messa in discussione della leadership dell’uomo di Arcore. A questo si aggiungono i grandi movimenti di una parte dell’establisment industriale e finanziario italiano – un nome per tutti quello di Luca Cordero di Montezemolo – che negli anni recenti ha saputo trarre notevoli vantaggi dalle politiche di Berlusconi, ma che nel contempo è rimasta delusa dal completo fallimento del grande progetto di “modernizzazione del Paese”, di “rivoluzione liberale” promesso dal primo berlusconismo.

La crisi del centrodestra non è dunque scaturita dall’iniziativa politica delle forze che ad esso si contrappongono, né dalla reazione di una società italiana che avrebbe mille motivi per ribellarsi al degrado politico, civile e morale cui l’attuale governo ha fatto sprofondare il Paese. Del resto, anche Mussolini cadde per il voto contrario del Gran Consiglio del Fascismo (18 voti contro 7 a favore dell’ordine del giorno Grandi in quel famoso 25 luglio del 1943). Anche quella, in fondo, nacque come una crisi interna alla compagine del regime. Ma poi venne la Resistenza e il riscatto di un intero popolo capace di darsi una delle Costituzioni più avanzate al mondo.

Oggi come allora gli italiani sono chiamati alle proprie responsabilità di cittadini. E oggi come allora i cattolici sono chiamati a supplire con la loro coscienza e la loro autonoma iniziativa alla debolezza di una gerarchia troppo timida e titubante – per non dire corriva – nei confronti di un potere estraneo ai valori evangelici e alla tradizione sociale della Chiesa (se con essa non vogliamo intendere il sapiente mix di elargizioni di denaro e battaglie clerico-identitarie che ha contraddistinto la politica ecclesiastica berlusconiana).

Per questo motivo Adista ha dato con convinzione la propria adesione alla manifestazione in programma a Roma per il prossimo 2 ottobre. Occorre far sentire la voce di un’altra Italia, un’Italia distante da quella delle cricche e della corruzione ma anche “antropologicamante estranea” all’effimera cultura delle veline e del Billionaire. Di questa Italia fanno certamente parte – oltre ai laici non credenti come Paolo Flores d’Arcais (vedi le pagine interne di questo fascicolo e il suo appello firmato con Andrea Cammilleri, Margherita Hack e don Andra Gallo) – i tanti credenti e i tanti cattolici che non riducono la pienezza della loro fede ad un crocefisso in un’aula scolastica.

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