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Sulla strada con i ragazzi di San Paolo

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 45 del 20/12/2014

La strada, una realtà crudele. Il sole a novembre è già alto e forte, illumina e scalda San Paolo del Brasile, già stremata da un traffico sempre più infernale. Tutti aspettano la pioggia che non arriva e che quando giunge è lieve, non bagna e non riempie la Barra da Cantareira, il grande bacino idrico della città che si sta giorno dopo giorno prosciugando. In molti quartieri l’acqua è razionata. I ricchi però possono permettersi l’arrivo di camion “pipa” cisterna, per rimediare all’assenza di un bene così prezioso del quale ci si ricorda solo quando manca, senza mai riflettere realmente sul perché, sulle cause.

Sandro, responsabile del Centro San Martino da Lima, dove ogni giorno passano 600 uomini e donne di strada, mi accompagna nel centro della città. Scesi dalla metro, ci dirigiamo verso Praça Dom Josè Gaspar. È il luogo di riferimento e d’incontro dei bambini e degli adolescenti che vivono  sulla strada. Un censimento dell’associazione di Sandro ha registrato la presenza di 212 bambini e 221 adolescenti. In piazza ce ne sono almeno una cinquantina, che formano piccoli gruppi, come per difendersi. Ci avviciniamo ad uno di questi. Sono in sei, tutti adolescenti. Iniziamo a parlare con Diego, ma non è il suo vero nome, è il suo soprannome, il suo nome di “guerra” come ci dice. Vive lì da sette anni, vi è arrivato quando ne aveva sei. Ha subito imparato a procurarsi cibo, acqua, vestiti, un po’ di denaro e altre cose che raccoglie camminando. Ci chiede di seguirlo per mostrarci come si procura queste cose. Sandro ed io ci guardiamo, pensando che voglia coinvolgerci in qualche malefatta. Niente di tutto questo. In pochi minuti, muovendosi come a casa, riesce a procurarsi dai negozianti – dai quali è certamente conosciuto – una bottiglia d’acqua, dei biscotti, un panino con la mortadella, una bibita e un complimento. «Tu sei bello», gli ha detto una giovane ragazza bionda con la quale ha scambiato qualche rapida battuta. Lei gli ha fatto un altro complimento e un sorriso, poi abbiamo ripreso il cammino. Diego è molto felice. Continuando la conversazione ci spiega che vivendo per la strada si deve “arrangiare”: ou usar o seu carisma (usare il suo carisma). Ruba e ci racconta senza mezzi termini i segreti di questo suo “lavoro”, lo chiama così. Prende i cellulari dalle borse delle persone senza farsene accorgere. Ci spiega che mai ruba nelle borse leggere di tela, è pericoloso, se ne accorgerebbero subito.

Diego non sa né leggere né scrivere. Ha provato ad andare a scuola, ma non si trovava bene. Era ribelle, litigava continuamente con i compagni. È stato espulso e non ci è più tornato. Improvvisamente, si avvicina a Diego “Davi 2” (nel suo gruppo c’è un altro Davi, più grande, e di conseguenza lui è il numero 2). Ha sette anni. Al contrario di Diego chiede l’elemosina e qualsiasi tipo di aiuto. È troppo piccolo! Ci racconta che cammina e corre tutto il giorno per il centro. La notte dorme in un carretto al lato della strada con altri due suoi compagni. Dà baci, dice ciao a tutti con una tale simpatia che molti sorridono e alcuni si fermano. Per adesso, ci dice, ho tutto ciò che mi necessita.

Diego ha passato la sua infanzia senza che nessuno avesse cura di lui. Non sa cosa sia giocare. se non il picchiarsi con altri suoi coetanei. Nel frattempo ci hanno raggiunto altri due suoi amici adolescenti. Ascoltando Diego, uno di loro entra nella conversazione. Gli chiediamo il nome e l’età, niente nome: dice solo che ha 13 anni. Ci rivela che il suo divertimento è usare droga, con voce roca e gli occhi quasi chiusi da tanto tirar colla e fumare crack. Non una voce, ma un lamento, come a lanciare un ultimo grido, sapendo di non essere ascoltato e che di lì a poco la sua vita si alzerà come fumo nel cielo.

Ci guardiamo Sandro ed io. Ci sediamo su una panchina di cemento all’inizio del giardino che orna la piazza Josè Gaspar. Il silenzio diventa parte di noi, comprendiamo che il tempo è qui, dentro di noi, è un sentimento che ci accompagna, mentre i nostri sguardi cadono su questi silenzi di vita, che urlano. Spesso il tempo è un nemico che ci corrode la vita e ci consegna al nulla. Oppure è un dono affidato alla nostra responsabilità, rivelandosi compagno? 

È come uno svegliarsi quando Mateus, otto anni, batte la sua mano sinistra sul mio ginocchio scoperto, vecchio e fragile. Con il dito ci indica una baracchina piccola, per bambini. Ci chiede di seguirlo, e lì a pochi metri, ci fa girare intorno alcune volte, come a farci capire che quella è la sua casa. Mi inginocchio, ma dopo pochi secondi le mie gambe chiedono di ristendersi. Il bambino ci tira per i pantaloni, non vuole che ce ne andiamo. Si avvicina un uomo di strada, alto, si chiama Adalberto. Sicuramente deve avere osservato il nostro stare con Mateus. Ci dice, guardandolo: «Mateus, finge que essa é uma casa, ele tem este sonho» («Mateus fa finta che questa è la sua casa, questo è il suo sogno»).

* responsabile della Rete Radié Resch di Quarrata, Pistoia

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