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Libano: i profughi palestinesi contro la nuova politica di assistenza ospedaliera

Libano: i profughi palestinesi contro la nuova politica di assistenza ospedaliera

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 11 del 19/03/2016

Spesso mi interrogo se la decisione di una associazione di volontariato di concentrare la propria attenzione su una sola specifica realtà sia giusta o meno. Di certo la conoscenza approfondita della comunità prescelta contribuisce ad orientare in modo efficace le proposte progettuali; sembra quasi che i progetti si delineino autonomamente, senza una nostra partecipazione ragionata, perché, vivendo la comunità, le idee semplicemente affiorano dall’evidenza della vita quotidiana. 

Ciò che invece emerge di negativo è la frustrazione di condividere i momenti difficili della comunità senza poter minimamente incidere  né politicamente né sotto il profilo assistenziale. C’è solo la solidarietà da offrire, e quella, anche se ben accetta, nulla può per la risoluzione dei problemi. 

È da inizio anno che vivo questa frustrazione, da quando sono cominciate le proteste per la nuova politica di ospedalizzazione dei palestinesi in Libano introdotta, il 1° gennaio 2016, dall’Unrwa (l'Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente). 

Proteste che non potranno finire “per stanchezza” perché la posta in gioco è alta. Rimborsati finora dall’Unrwa – anche se parzialmente – per i costi ospedalieri sostenuti in qualunque ospedale del Libano, anche privati, i palestinesi si vedono ora ridurre l’accesso a soli due ospedali in ogni città. A Tiro, riferisce Abo Wassim, coordinatore per i campi profughi palestinesi del Sud della ong Assumoud, «ci ammettono al rimborso solo se utilizziamo l’ospedale della Mezzaluna Palestinese (36 posti letto) nel campo di Rashidieh o quello pubblico a Sur. E se non c’è il reparto specializzato per l’intervento di cui abbiamo bisogno è ora prevista una lungaggine burocratica che ci farà morire prima di essere riusciti ad assolverla». Non la pensano così solo i circa 100mila palestinesi del Sud – l’area con il maggior tasso di povertà e disoccupazione nei campi secondo un’indagine commissionata dalla Comunità Europea e condotta dall’American University di Beirut nel 2011 –  ma i palestinesi di tutti i campi del Libano. E non sono solo i “capofamiglia” a essere coinvolti nelle manifestazioni di protesta, ma anche i giovani, le donne, i bambini. 

La gente è cambiata, un altro macigno è arrivato a sconvolgere una vita già difficile. Nella piccola biblioteca di Al Houleeh del campo di Burj al Shemali i bambini scrivono frasi sui cartelli che porteranno in corteo, frasi che inneggiano ai diritti, frasi che chiamano in causa il mondo intero, come questa: «Siamo ancora rifugiati ed è vostra responsabilità assisterci fino a quando non ci farete tornare nella nostra terra». I corsi di kickboxing a Burj al Shemali fanno registrare molte assenze perché, ci dicono, «i bambini sono andati a manifestare con i loro genitori a Beirut». Il venerdì, il giorno di festa per i musulmani, si è trasformato anche qui in Libano in un giorno di protesta. Andare a manifestare ormai è diventato un rito. 

Qualcuno guarda anche più in là ed intravede, in questa strategia di lenta riduzione dei servizi dell’Unrwa (lo scorso anno è toccato al sistema scolastico), la volontà di un graduale svuotamento delle attività dell’Agenzia per abolire, dice Abo Wassim preoccupato, l’unica istituzione che attesta l’esistenza dei profughi palestinesi. 

E mentre in Palestina si fa sempre più diffuso il termine “apartheid”, che implicitamente afferma la presenza dei palestinesi in quella terra, a cosa sarà legata, domani, l’esistenza di quei palestinesi che sono arrivati o che sono nati e cresciuti in Libano, uno Stato che ancora rifiuta a livello costituzionale di riconoscere loro il diritto al lavoro e tutti gli altri diritti civili e sociali? Il lavoro è il primo tassello per consentire ai rifugiati l’autosostentamento in attesa che si dipani la matassa del diritto al ritorno per tutti i profughi palestinesi. 

Ecco perché pensiamo che le proteste non possano essere circoscritte al Libano. La posta in gioco è più alta di quanto appaia e lo confermano i primi gesti di disperazione, come quello del ragazzo che si è dato fuoco a metà gennaio vedendosi rifiutare dall’ambulatorio Unrwa il trattamento settimanale di cui ha bisogno per curare la talassemia, o quello del ragazzo entrato in sciopero della fame a metà febbraio. 

Inoltre, continuando con questa politica di erosione dell’assistenza finora assicurata ai palestinesi, non finiremo per creare un altro bacino di futuri profughi “economici”? 

Abbiamo cercato di dare il nostro piccolo contributo organizzando, a Roma, con Abo Wassim, tre incontri pubblici che si sono svolti alla fine di febbraio. E scrivendo questo testo. E sarà di aiuto anche ogni lettura che questo riceverà nonostante appaia una “non notizia” nel mare di notizie agghiaccianti che arrivano in questo momento dalla Libia, dalla Grecia, dalla Siria. 

Olga Ambrosanio, ULAIA ArteSud onlus, associazione che, tra le altre cose, promuove diverse iniziative di solidarietà verso i profughi palestinesi in Libano

* La foto di Abo Maher ritrae le proteste dei profughi palestinesi in Libano contro le nuove politiche sanitarie dell'Unrwa

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