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Motivazioni referendarie: perché sì

Motivazioni referendarie: perché sì

La più bella del mondo. D'accordo, è la Costituzione del mio paese, uscita da una storia di guerra e di Resistenza. Mi dispiace che sia diventata ragione di contrapposizioni mortificanti: se non si arriva a pensare che entrambe le posizioni siano a difesa di una Costituzione che, per essere democratica, non inchioda certo al pensiero unico, davvero siamo a rischio Brexit e Trump.

Anche perché nessuno ha presentato qualche proposta alternativa e non posso pensare che si attendano nuove elezioni a conferma dell'inaffidabilità dei nostri governi in Europa, tenendo conto che Grillo ha già annunciato il referendum per uscire dall'euro.

Mi dispiace intraprendere un discorso non breve, ma intendo restare fedele al mio stile e ragionare sui singoli contenuti, non per slogan.

Se avessi dovuto proporre io una modificazione della Cost., avrei chiesto di togliere il Concordato dall'art.7. Una proposta per invitare a prendere atto che anche nel 1947 si usava il compromesso politico perfino sui principi. D'altra parte è noto il peso avuto della contrapposizione tra comunisti a democristiani nel clima postfascista di quegli anni; ovvio che l'impostazione ordinamentale - a partire dalla natura del Senato - ne portasse i segni.

Oggi siamo d'accordo nel sostenere che i principi non si toccano. infatti, la Boschi-Renzi non li tocca: consente, semmai, di meglio attuarli, visto che non sono ancora implementati.

Tanto meno attenta alla democrazia. La quale corre reali pericoli in tutta Europa - lasciamo perdere gli Usa - a causa del prevalere di reazioni populiste e nazionaliste. In ogni caso la democrazia rischia solo nelle elezioni politiche: i turchi hanno votato Erdogan e nessuno si interroga sulla Cost. turca. Tanto meno qualcuno domanda dove sia finita la "felicità" promessa dalla Cost. americana.

La riforma sottoposta al nostro voto verte non sui principi, ma sull'ordinamento. E sull'ordinamento viene proposta non una "riforma della Costituzione", ma una "Modifica della seconda parte".

Vengono modificati oltre 40 articoli, ma la maggioranza riguarda adattamenti formali e la cancellazione della parola “senato” dagli articoli bicamerali. I cambiamenti sono sostanzialmente quelli insiti nel titolo della legge regolarmente votata dal Parlamento e non contestabile né “spacchettabile”.

Scritta male. Fu detto anche della prima, ma non è una ragione. Di fatto la versione presentata dal governo era migliore anche nel contenuto. Le regole democratiche che hanno richiesto la discussione in Commissione di oltre 5.000 emendamenti e le tre doppie discussioni d'aula hanno prodotto, come sempre nelle votazioni, un risultato composito.

Il Parlamento italiano lavora da 33 anni per la riforma: ci si dovrà chiedere come mai nessuno ha usato gli anni e il fallimento di tre bicamerali per proporne una migliore. Eppure l'ultima - la D'Alema/Berlusconi - prevedeva il presidenzialismo, tentato da Berlusconi (eletto dal popolo sovrano due volte con la Costituzione vigente). La sua riforma - i cui obiettivi non sono confrontabili con quella in corso oggi, dopo dieci anni - fu sconfitta dal referendum 2006. Che le riforme attuali siano democratiche fa fede che le proposte siano analoghe a quelle dell'Ulivo.

Non si deve dimenticare che causa iniziale della necessità di riformare l'ordinamento fu il continuo succedersi di elezioni anticipate, cosa non sana in una democrazia. Non sembra normale nemmeno il fatto che in 68 anni di libera Repubblica si siano succeduti 63 governi: ovvio che in Europa non siamo giudicati affidabili. Inoltre per chi tiene al risparmio le elezioni anticipate sono costose.

Sui "costi della politica" apro una parentesi tutta personale (e questo periodo lo potete saltare). La questione non mi appassiona perché la spesa politica è un diritto e un dovere sociali e fu un errore non aver proposto al paese una lezione di educazione civica collettiva per mantenere il finanziamento pubblico dei partiti. I quali non sarebbero andati in crisi e sostituiti da movimentismi anomali se la prima Repubblica avesse voluto (perché la verità è che nessuno volle) normare l'art.49 e definire la natura di ciò che la Cost. chiama "partito" e vincolarla alla trasparenza dei bilanci. Sono severa anche con l'attacco alla "casta" perché delle molte caste è stata attaccata solo quella istituzionale e “la gente” si è adeguata alla sua svalutazione (la corruzione esisteva già nella prima Repubblica).

La critica alla legittimità del Parlamento eletto secondo una legge dichiarata incostituzionale dalla Corte Cost. risponde solo al deliberato attacco al governo in carica, sia perché la Corte non ha invalidato o limitato l'attività legislativa, sia perché l'accusa a Renzi di non essere stato eletto dal popolo aveva i precedenti illustri di Ciampi, Monti e Letta. Evidentemente la linea politica delle "larghe intese" a qualcuno piace di più della distinzione netta tra il governo e l'opposizione (il cui contributo per singoli provvedimenti può essere necessario ed è la ragione per cui la riforma si impegna a redigere lo statuto dell'opposizione).

Anche il cosiddetto "combinato disposto" ha la stessa motivazione antigovernativa; infatti non voteremo una legge, ma un referendum costituzionale il cui testo è stato approvato da tre votazioni regolamentari in entrambe le Camere e riformato rispetto all'originale (che era migliore) dopo la discussione di 5.000 elementi. La legge verrà a suo tempo, quasi sicuramente riformata, con prassi normale, anche se non sarebbe auspicabile che i ri-riformatori pretendessero di eliminare il ballottaggio perché tornerebbero le "larghe intese" e gli accordi per "governare insieme" secondo "compromessi" peggiori del ricevere i voti di Verdini (come Prodi dovette ricevere i voti di Mastella).

Quanto al mantra dell'"uomo solo al comando", richiamo al 1993, quando fu varata la riforma dell'elezione dei sindaci, comprensiva di maggioritario, ballottaggio e premio del 60% (che a Bologna rende governabile il Comune dopo elezioni che hanno dato al Sindaco il 52%). Poteva non piacere - ma il Pci, con ragione, la considerava essenziale per l'auspicabile, mai conseguita fino al governo Prodi, alternanza di governo. Anche in questo caso era allora l'occasione di opporsi.

Qualcuno teme la vittoria di candidati indesiderabili? potrà accadere, senza che la riforma abbia responsabilità: a Costituzione immodificata, il paese ha voluto due volte Silvio Berlusconi, non solo per colpa dei media di cui è proprietario. In futuro, il passaggio della partecipazione dalle piazze cittadine alle agorà virtuali favorirà candidature sponsorizzate dalle lobbies: non dimentichiamo che le candidature sono diventate molto costose e che solo i cantanti, i calciatori o i Nobel sono conosciuti dalla gente. Potrà accadere che gli interessi - buoni, cattivi o di mafia - portino i loro candidati direttamente in Parlamento senza più nessuno che baci di nascosto Riina. Il sistema delle preferenze non è il migliore e in passato la gente ha sempre votato nomi forniti dal parroco o dal segretario della sezione.

Altri vagheggia una nuova "assemblea costituente" senza rendersi conto che la maggioranza eletta dei costituenti sarebbe certamente di destra.

Sullo sfondo vengono richiamate le influenze su paesi, governi e, di conseguenza, Costituzioni, da parte del mercato, della finanza internazionale e perfino della Cia. Poteri forti che esistevano anche nel 2012, quando è stato introdotto nell'art.81 della Costituzione il pareggio di bilancio con ampia maggioranza nelle triplici votazioni parlamentari e senza alcuna richiesta di referendum. Come mai?

Non è assolutamente vero che la lettura di due Camere serve a migliorare i provvedimenti: serve a rinnovare le contrattazioni politiche mediante emendamenti e dissolvenze: la legge contro le violenze sessuali fece navetta dal 1976 al 1996 per 20 anni e 7 legislature. Oggi una legge urgente come quella contro la tortura (l'Italia è l'ultimo paese europeo che ne è privo) è bloccata da un emendamento peggiorativo in Senato, mentre le convivenze civili sono "passate" solo con il voto di fiducia che, pur legittimo, giustamente dopo la riforma sarà inutile.

Il Parlamento sarà dunque più rispondente alla Costituzione e, tenendo conto dell'innovazione dei referendum propositivi e dell'obbligo di recepire in Parlamento le leggi di iniziativa popolare, le garanzie costituzionali saranno maggiori.

Il nuovo Senato non è un pastrocchio e non era meglio abolirlo. Chi lo interpreta negativamente non giova alle future regolamentazioni applicative. Appare rispondente ai valori costituzionali, che attribuiscono rilevanza alla rappresentanza territoriale, che i rappresentanti dei territori siano votati dalle elezioni amministrative (non meno rappresentative di quelle politiche e tenute in anni diversi, consentendo rappresentatività non omogenea), non votino la fiducia, ma siano corresponsabili di normative fondamentali come quelle costituzionali e, soprattutto - data l'attuale irrilevanza della materia – quelle europee. Soprattutto il nuovo Senato avrà il potere di esercitare un controllo di legislazione ancora inesistente. Si usa spesso l'espressione check and balance per l'importanza che rivestono i contrappesi nel sistema americano: i ritardi nel realizzarli in Italia (Corte Cost. 1956, Consiglio Sup. Magistratura, 1958) fanno apprezzare questa innovazione del nuovo Senato.

La Repubblica resta parlamentare e non ci sono pericoli di perdita di dialettica tra il governo e le opposizioni: all'interno dei partiti di governo fortunatamente i Fassina ci saranno sempre. La sinistra democratica non può - anche dopo la caduta della conventio ad escludendum - rifiutare di governare e perpetuare per sempre il ruolo dell'opposizione. Forse sarebbe bene che chi tiene per la sinistra si domandi se non è un danno che da trent'anni non ci si domandi che cosa significa “essere di sinistra” in piena globalizzazione e nuova concezione del lavoro.

I poteri concorrenti o esclusivi nel rapporto Stato/Regioni sono questione di lana caprina. Certamente il nuovo regime impedisce l'assurdo dell'affidamento alle Regioni del “commercio con l'estero” o “l'energia” e gran parte dei ricorsi alla Consulta di questi anni. Mi sembra una follia che un camionista che parte da Bari per andare a Trieste debba avere conoscenza dei diversi regolamenti di tutte le regioni attraversate.

Un'ultima (le donne vengono sempre ultime) osservazione: questa riforma per tre volte menziona la parità uomo/donna.

In conclusione: il vero cambiamento è storico. L'Italia, arrivata tardi allo Stato unitario, ha visto gradualmente entrare nel Parlamento regio i deputati socialisti, ottenere nel 1912 il voto "universale" (pur senza le donne), poi ha dovuto sperimentare le catastrofi della Prima guerra mondiale, del fascismo, della seconda guerra mondiale: dopo la Liberazione, conservava ancora memoria della vecchia dialettica tra il Parlamento e il Governo. Lo Stato moderno privilegerà invece la dialettica tra la Maggioranza e l'Opposizione (che per la prima volta avrà un suo statuto). Il Governo non è per natura l'antagonista e il popolo esercita la sovranità attraverso i suoi rappresentanti secondo le forme volute dagli ordinamenti. Mentre la Costituzione ha ancora molti diritti non attuati, noi cittadini siamo consapevoli di non essere più gli stessi del 1948 e riteniamo che - come la famiglia fondata sul matrimonio (art. 29) è oggi estesa all'omosessualità, come non immaginavano certo De Gasperi e Togliatti – i suoi ordinamenti debbano favorire il lavoro del legislatore e renderlo democraticamente produttivo, a tutela dei principi di libertà, uguaglianza e giustizia che vanno difesi nella necessaria transizione ad un futuro di grandi, non ancora prevedibili ma certe innovazioni.

Chi è riuscito a leggere fino in fondo, si adatti alla conclusione polemica. Ho argomentato tenendo sotto gli occhi la riforma Boschi: perché i sostenitori del No non hanno predisposto una loro proposta e si limitano ad accuse e denigrazioni contro la riforma e chi la sostiene? Dalle loro dichiarazioni – soprattutto di quelli che hanno votato Sì tre-volte-tre in aula e oggi sostengono il No – restano convinti della necessità di riformare comunque gli ordinamenti. Se vinceranno, non sperino di lasciare le cose come stanno, dovranno per forza negoziare con Grillo, Salvini, Berlusconi o Parisi da posizioni sicuramente di minoranza. Ha senso? O il senso lo fa l'Anpi a fianco di Forza Nuova?

Giancarla Codrignani è saggista, già parlamentare della Sinistra Indipendente

* Foto di Massimiliano Mariani. Immagine originale e licenza.

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