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Filippo Gentiloni, maestro di laicità

Filippo Gentiloni, maestro di laicità

Riproduciamo qui di seguito il ricordo scritto il 7 maggio scorso da Marcello Vigli, storico animatore delle Comunità Cristiane di base, in memoria di Filippo Gentiloni. Il testo, pubblicato sul sito cdbitalia.it è particolarmente significativo per la vicinanza, l'amicizia e il profondo sodalizio intellettuale tra Gentiloni e Vigli, che assieme hanno anche scritto del libro Chiesa per gli altri. Esperienze delle Cdb italiane (1985)

 

Credente laico lo definisce Luca Kocci nel titolo della sua memoria sul Manifesto. Credente cristiano, laico maestro di laicità. Maestro, per di più dalla cattedra del giornale comunista Manifesto nella cui “linea” lui stesso aveva introdotto il tema della laicità.

Per lui la laicità era la dimensione culturale in cui promuoveva il messaggio evangelico, per il giornale diventava la chiave interpretativa del complesso fenomeno di “riabilitazione” della religione che sta attraversando le società e le loro culture in questo nostro tempo.

Personalmente non aveva ceduto alla tentazione, che ha coinvolto molti dei cattolici conciliari, di costruire, sui documenti del Vaticano II, una teologia “aggiornata” da usare nei suoi scritti per interloquire, in nome di una cultura cattolica magari progressista, con le filosofie di moda. Nel suo Divino, rubrica domenicale del Manifesto, proponeva, infatti, una lettura dell’esistente senza pregiudiziali e condizionamenti, teologici o ideologici, ispirandosi solo alla proposta, del bene comune da promuovere e dello sviluppo degli individui da sollecitare, contenuta nel vangelo.

Una lettura sussidiata da una profonda conoscenza della produzione teologica e filosofica del passato e del presente, che lo aveva indotto a non assolutizzare nessuna visione del mondo e a considerarle tutte, come sedi, se fondate sul riconoscimento dell’umanità come valore, per vivere la fede in Gesù di Nazareth.

Questo suo modo di essere credente lo aveva reso ben accetto ai non credenti, che lo hanno riconosciuto, non solo compagno di strada, utile per la critica al clericalismo e all’integrismo, ma come interlocutore efficace per il rinnovamento della cultura critica sul modo d’intendere la religione.

Di lui scrive Lidia Dominianni: A noi che l’abbiamo conosciuto auguro di ereditare un grano del suo equilibrio e della sua radicalità, due virtù che lui riusciva miracolosamente a tenere unite in una scrittura tanto scarna quanto densa. Grazie Filippo di tutto il divino – così si chiamava la sua rubrica sul manifesto- che ci hai insegnato a scorgere nella vita terrena.

Nelle sue riflessioni ha, infatti, tenacemente contrapposto laicismo e laicità. Questa non esclude, tutt’altro, il fatto religioso, per lo meno nella sua versione cristiana, né lo minimizza nella consapevolezza che la religione, non più emarginata, ha ripreso fiato e vigore, mentre le altre salvezze gli lasciavano il posto in prima pagina.

Momento essenziale dell’esperienza umana e della cultura popolare, usata come strumento di potere dai suoi “sacerdoti” per costituirsi parte integrante della classe dirigente, la religione può diventare forza di liberazione se predica che tutti, donne e uomini, bianchi e neri, sono figli di un dio che li vuole uguali e fratelli impegnati nella ricerca del bene comune.

Di questo modo di intendere la religione Gentiloni si fa testimone, oltre che nei suoi libri, sia integrandosi come soggetto significativo nella redazione del manifesto, sia diventando asse portante del settimanale, poi quindicinale, Com Nuovi Tempi, espressione di quell’ecumenismo di base che si era venuto costruendo con l’incontro di cattolici e cristiani di diverse confessioni in ricerca di autenticità evangelica.

Lo ha accompagnato, inoltre, sia nella sua partecipazione alla costruzione di una presenza di cristiani impegnati nella lotta per il socialismo, sia, soprattutto, nell’essere protagonista, insieme al pastore evangelico Franco Gianpiccoli, a Mario Alighiero Manacorda, Eugenio Garin, Piero Bellini, e Romano Luperini nella costituzione dell’Associazione Carta ’89. Finalizzata a garantire l’affermazione della laicità della Repubblica, come valore e come principio, ai opponeva al processo di attuazione degli Accordi di Palazzo Madama, che avevano istituito un nuovo regime concordatario in sostituzione di quello imposto dai Patti lateranensi, di mussoliniana memoria.

Nel dar vita all’Associazione fu lui ad esprimere l’esigenza di chiarezza sulla distinzione tra laicità e laicismo, proponendo che su tale distinzione non solo si costruisse un modo nuovo d’intendere i rapporti fra Chiesa e Stato, ma anche si assumesse, da parte dei cattolici cittadini, una piena autonomia dalla gerarchia nelle scelte politiche.

Ne derivò una sua radicale opposizione al regime concordatario, che fa della gerarchia cattolica italiana un soggetto politico, coinvolgendosi con ciò con le Comunità cristiane di base, nel loro impegno nella costruzione di una Chiesa pienamente legittimata in regime di laicità perché “non privilegiata”.

 

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