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Processi di liberazione

Processi di liberazione

Tratto da: Adista Documenti n° 1 del 12/01/2019

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L’amore per il potere è l’amore per se stessi. (William Hazlitt, Political Essays, 1819)

Nel suo diario degli anni ‘70, Pedro Casaldáliga medita su ciò che significa la resistenza del popolo che soffre: «La testardaggine popolare è una fonte di energie di sopravvivenza. O, chissà, è l’istinto di sopravvivenza a essere la fonte della testardaggine del popolo».

Senza questa immensa capacità di resistere e di sopravvivere, non sarebbe possibile pensare la lunga storia di movimenti di resistenza e tentativi di liberazione che hanno avuto luogo in America Latina e nei Caraibi.

Resistenze e ribellioni suscitate dalla spiritualità

Nella Chiesa cattolica e in altre Chiese sono sempre esistiti gruppi e persone che, in nome della fede, hanno protestato contro il sistema economico che idolatra il denaro e contro il regime politico che legittima le disuguaglianze sociali.

Si può cogliere una contestazione alla società dominante e alla Chiesa ufficiale nella mistica della fuga mundi vissuta dai monaci cristiani che, nel IV secolo, abbandonarono la società e anche le Chiese per andare a vivere nel deserto. Più tardi, nel XIII secolo, Francesco d’Assisi dette inizio a un movimento evangelico di carattere profetico impegnato a denunciare la complicità della Chiesa con l’impero.

Al tempo delle conquiste, nei Caraibi e in America Centrale e del Sud, missionari come Bartolomé de las Casas, Antonio de Montesinos, Antonio Valdivieso e altri vescovi e preti presero le difese di indigeni e neri, mettendo in discussione quelli che apparivano loro come abusi della colonizzazione e indicando come il messaggio di giustizia e di liberazione del cristianesimo non potesse essere connivente con la schiavitù. Tuttavia, i missionari del tempo – come pure le encicliche e i documenti pubblicati dal Vaticano fin quasi ai nostri giorni – non arrivarono a mettere in discussione lo stesso sistema colonizzatore e schiavista. Condannarono, sì, gli abusi del sistema, ma senza percepire come lo sfruttamento dell’altro fosse una logica inerente al sistema stesso. È solo nel maggio del 2018 che due organismi del Vaticano, sotto la spinta di papa Francesco, hanno pubblicato un documento sul capitalismo (cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede e Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, Oeconomicae et pecuniariae quaestiones”. Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario, Città del Vaticano, 17/5/2018).

Ad oggi, nelle Chiese, esistono iniziative e movimenti che mirano a dare una risposta immediata a situazioni di devastazione sociale provocate dal modello dominante. Ma, pur essendo necessarie, tali azioni non sviluppano un’analisi profonda della realtà. Per questo, il rischio è che diventino un modo di tranquillizzare le coscienze e finiscano per essere funzionali al sistema, non arrivando a mettere in luce come le condizioni sociali siano il frutto della riproduzione di un modello in sé ingiusto che l’azione di aiuto ai poveri non può e non deve legittimare.

Un rapido sguardo alla storia

Un caso particolare, nella storia del cristianesimo, è forse quello della “guerra dei contadini” esplosa negli anni successivi alla Riforma di Lutero. La convinzione che il vangelo fosse fondamentalmente una legge di libertà e di liberazione condusse il teologo Thomas Münzer, in unione con gli anabattisti, a dare appoggio e legittimità di fede a una ribellione contro i prìncipi da parte dei contadini. Purtroppo, Lutero e gli altri riformatori si schierarono dalla parte dei prìncipi, indicando come la libertà proposta da Cristo fosse spirituale e non politica.

In America Latina sarebbe impossibile riportare l’immensa lista di ribellioni e di lotte per la liberazione che hanno segnato il continente dai tempi della conquista.

Nel territorio andino, ancora nei primi tempi della colonizzazione, emersero vari movimenti di resistenza india contro gli spagnoli. La sollevazione indigena più nota fu quella di Tupac Amaru, nel 1780. Il movimento non era esente da contraddizioni, ma chi ne faceva parte aveva ben chiaro che la ribellione dovesse orientarsi «strettamente a favore del bene comune e del recupero del regno degli Incas». Tupac Amaru guidò un esercito di 60 mila indigeni che venne sconfitto solo nove anni dopo. Secondo le tradizioni indie, egli si consegnò affinché altra gente innocente non fosse uccisa.

In tutta l’America Latina, fin dal XVI secolo, si registrarono rivolte e lotte armate degli schiavi neri. A partire dai tempi della colonia, neri fuggiti dalla schiavitù crearono comunità che si chiamavano quilombos. Ancora oggi, in Brasile, in Colombia e in altri Paesi esistono numerosi quilombos (Brasile) e palenques (Colombia ed Ecuador) che mantengono la propria cultura e il proprio anelito alla terra e alla libertà.

La rivoluzione haitiana – in cui, secondo la storia ufficiale, schiavi ed ex schiavi guidati da Toussaint Louverture sconfissero l’impero spagnolo – fece di Haiti la prima repubblica libera d’America (1804).

Quando parliamo di liberatori, il punto di riferimento simbolico più importante per tutta l’America Latina è sicuramente Simon Bolívar, il quale si diceva mosso dalla fede cristiana e dalla promessa fatta a Dio di liberare tutto il continente non solo dagli spagnoli, ma da ogni tipo di oppressione. Di fatto, riuscì a liberare dal dominio spagnolo il Venezuela, la Colombia, il Perù, l’Equador e la Bolivia. Ma la liberazione dei neri e dei popoli indigeni che egli aveva iniziato restò incompiuta.

Sui settori cristiani dell’America Latina ebbero una grande influenza, negli anni ’50, gli insegnamenti di padre Louis-Joseph Lebret, che in Europa aveva fondato il movimento “Economia e umanesimo” e il cui pensiero è presente anche nell’enciclica Populorum Progressio del 1967. In quegli anni, il capitalismo internazionale si muoveva all’interno della logica secondo cui i Paesi non a caso definiti “in via di sviluppo”, se avessero applicato politiche economiche corrette e avessero potuto contare sull’aiuto del Primo mondo, avrebbero conquistato in breve gli stessi livelli dei Paesi ricchi.

Chi guardava alla storia a partire dagli ultimi vedeva che non era così. I programmi di sviluppo servivano per aumentare il debito estero dei Paesi poveri, i quali diventavano sempre più dipendenti da quelli ricchi. Com’era avvenuto all’epoca della colonizzazione, ancora una volta la gerarchia cattolica, sulla base della Dottrina sociale della Chiesa, denunciò gli abusi ma senza comprenderne il nesso con la logica stessa del sistema.

Già negli anni ‘60, in vari Paesi dell’America Latina, gruppi rivoluzionari e movimenti di trasformazione politica avevano compreso come lo sviluppo di un sistema intrinsecamente iniquo non avrebbe fatto che peggiorare la situazione. E decisero di lottare per rovesciarlo. La parola d’ordine diventò: «Non sviluppo ma liberazione!».

In Nicaragua, i sandinisti ripresero la mistica del generale Augusto César Sandino, che aveva lottato contro la dittatura negli anni ‘30. In El Salvador, comunità contadine e altri movimenti diedero origine al Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale. In Colombia la guerriglia ricevette il sostegno di figure come padre Camilo Torres. Movimenti e lotte rivoluzionarie sorsero nel Brasile della dittatura militare, nel Cile di Allende, nell’Argentina dei generali, in Uruguay e in altri Paesi.

Una spiritualità della liberazione antecedente alla teologia

In America Latina e in tutto il mondo, gruppi e individui oppressi lottano contro l’oppressione. Molti cristiani entrano a far parte di tali gruppi, mossi dalla loro fede.

In Perù, in un saggio scritto nel 1925, il filosofo latinoamericano José Carlos Mariátegui scriveva: «L’intelligenza borghese si dedica a una critica razionalista del metodo, della teoria, della strategia dei rivoluzionari. Che fraintendimento! La forza de rivoluzionari non è nella loro scienza, ma nella loro fede, nella loro passione, nella loro volontà. È una forza religiosa, mistica, spirituale... L’emozione rivoluzionaria... è un’emozione religiosa. Le motivazioni religiose si sono trasferite dal cielo alla terra. Non sono divine, ma umane e sociali».

Mariátegui sapeva che, nella storia del nostro continente, i grandi movimenti popolari contro la tirannia e la lotta delle comunità indigene e contadine per la giustizia e l’uguaglianza hanno sempre avuto origine o ricevuto una spinta da motivazioni spirituali. Fin dal tempo della colonia, la maggior parte dei movimenti rivoluzionari ha potuto contare sulla partecipazione di credenti e anche di sacerdoti, anche contro la gerarchia ecclesiastica.

E benché la dimensione religiosa popolare presenti tratti di ambiguità (a cominciare, per esempio, dal carattere millenarista e non storico), se i movimenti rivoluzionari canalizzassero questa forza in una forma storica e in maniera più lucida, si tratterebbe senza dubbio di un contributo nuovo ai cambiamenti sociali.

A partire dagli anni ‘60, in America Latina, la creatività delle popolazioni locali ha saputo operare una rilettura propria della religione dei colonizzatori e difendere una cultura legata agli antichi valori spirituali. In tutti questi movimenti, la ricerca di liberazione ha affondato le proprie radici nella fede in un Dio Liberatore che vuole libertà e vita per tutti.

Lo Spirito liberatore soffia dove vuole...

Nello sforzo dei movimenti rivoluzionari di creare maggiore umanizzazione è possibile forse cogliere il segno dell’azione dello Spirito. Come non contemplare la forza dello Spirito nelle persone che ancora oggi cercano i parenti desaparecidos in Cile o in movimenti come quello delle Madri o delle Nonne di Piazza di Maggio in Argentina?

Benché condannate e perseguitate dal sistema coloniale e dalla Chiesa, le religioni indigene e afro sono riuscite a sopravvivere e a preservare la propria identità culturale, arrivando a volte anche a suscitare elementi di un’etica di resistenza e di liberazione. Basti pensare alla riscoperta da parte dei popoli andini del paradigma del buen vivir, presente nelle cosmovisioni di diversi popoli indigeni di tutto il continente e diventato oggi, a livello continentale, un progetto di costruzione di un “nuovo bolivarismo”.

Nel suo bel libro La caduta del cielo, Davi Kopenawa, sciamano del popolo yanomami, racconta come, dopo il suo inserimento nella società bianca, egli avesse fatto ritorno alla sua identità indigena e a una missione di resistenza, spinto a riprendere questo cammino profetico da quelli che egli definisce gli Xapiri, gli spiriti della foresta, espressioni dello Spirito Supremo. Il cammino di liberazione suo e del popolo yanomami si svolge a partire dall’ascolto di un invito di Oumana, lo Spirito Supremo: «Quando ero bambino, i missionari avevano voluto a ogni costo farmi conoscere Teosi (Dio). Non dimentico quest’epoca della missione cristiana. Forse il Dio predicato dai pastori esiste, come quei bianchi insistevano tanto. Non lo so. Ma, in ogni caso, non voglio più ascoltare le sue parole. I missionari già ci hanno ingannato troppo! Mi sono stancato di sentirli dire: “Sesusi (Gesù) arriverà! Scenderà su di voi! Molto presto sarà qui!”. Ma il tempo è passato e io ancora non ho visto nulla! Allora mi sono stancato di ascoltare queste menzogne. Gli sciamani non ripetono cose a caso. Essi bevono la polvere di yakoana e subito fanno scendere l’immagine dei loro spiriti. Per questo, quando sono diventato adulto, ho deciso di far danzare gli xapiri come facevano gli antichi al tempo della mia infanzia. Da allora, ascolto solo la loro voce. Non voglio più saperne nulla del Dio dei bianchi, che non è neppure un amico degli abitanti della foresta, non si prende cura dei nostri bambini e neanche difende la nostra terra contro garimpeiros e fazendeiros. Non è lui a renderci felici. Le sue parole contengono solo minaccia e paura».

E qui, nell’antica tradizione degli yanomami, è possibile cogliere una spiritualità della liberazione contrapposta alla teologia colonialista predicata dai pastori cristiani (Davi Kopenawa e Bruce Albert, La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami, Ed. Nottetempo, Milano 2018). Negli ultimi decenni, in America Latina, una delle più forti espressioni dello Spirito Santo è venuta dallo sviluppo di una pastorale indigena e afro che non si limita a rispettare le culture e le religioni originali, ma ne evidenzia anche il valore spirituale. E non solo come metodo di dialogo o approccio pastorale, ma come cammino mistico. Molte persone che si inseriscono, con sincerità e profondità, nelle comunità religiose di matrice africana e in gruppi indigeni scoprono manifestazioni dello Spirito Divino che conducono a un cammino nuovo di integrazione e unità.

Nel sudest del Messico, in Chiapas, il primo gennaio del 1994, si è imposto improvvisamente all’attenzione del Paese e di tutto il mondo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), composto da indigeni di diversi gruppi legati all’etnia maya. I quali, con una ribellione armata ma nonviolenta, si sono riappropriati di un territorio di 39 municipi appartenente ai loro antenati e sottratto dai latifondisti e lo hanno organizzato, con coraggio e tenacia, sulla base di cinque municipi autonomi o caracoles (gli indigeni chiamano così le conchiglie usate per convocare la comunità). Così, hanno iniziato a risolvere da sé i problemi delle comunità, senza dipendere dal governo, prendendosi cura delle riserve naturali e stabilendo sistemi autonomi di educazione, salute, produzione agricola e giustizia ispirati ai valori collettivi e alle tradizioni indigene. È un tipo di società in cui il “noi” prevale sull’“io” e in cui lo spirito comunitario permea la vita sociale.

Conclusione

Il cammino dei popoli e le loro lotte di liberazione sono autonome e laiche. Non possono e non devono essere sacralizzate. Come hanno ripetuto i leader di diverse religioni, non esiste una guerra santa. Nessuna guerra è giustificabile. Tuttavia, la fede giudaico-cristiana vede nella lotta pacifica per la liberazione una risposta all’invito divino a trasformare il mondo e a costruire resurrezione laddove si incontrano oppressione e morte. La ricerca di liberazione è una questione di fede, un tema teologale e teologico. Per questo, ogni autentica teologia cristiana deve essere, in qualche modo, una Teologia della Liberazione.  

Parte superiore del fronte di copertina del libro di Marcelo Barros, Liberazione. La risposta all'invito divino a trasformare il mondo, Gabrielli Editore 2019 (collana "Esh"), immagine tratta dal sito dell'editore

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