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“La devastazione dell’Amazzonia è una conseguenza dell’avidità di profitto”. Intervista a P. Roberto Jaramillo S.J

“La devastazione dell’Amazzonia è una conseguenza dell’avidità di profitto”. Intervista a P. Roberto Jaramillo S.J

Con questa seconda intervista, dopo quella al teologo brasiliano Leonardo Boff, sul suo blog (confini.blog.rainews.it) all'interno del portale di RaiNews24 il giornalista e vaticanista Pierluigi Mele completa il suo approfondimento dedicato all’Amazzonia e al Sinodo sull’Amazzonia, convocato nel mese di Ottobre, a Roma, da papa Francesco. La seconda intervista è con Padre Roberto Jaramillo Bernal, gesuita colombiano, Presidente della Conferenza dei Provinciali gesuiti dell’America Latina e dei Caraibi.

L'articolo originale è consultabile a questo link

 

 

Cosa può fare la comunità internazionale per difendere l’Amazzonia?

Due settimane fa abbiamo assistito a un momento unico di consapevolezza planetaria sull’importanza dell’Amazzonia: dopo 17 giorni di incendi, quando nella grande città di San Paolo (Brasile) il pomeriggio si è oscurato dalla densità del fumo proveniente dagli incendi dall’Amazzonia, il mondo intero ha iniziato a spaventarsi; e solo allora (seconda settimana di agosto) i grandi “media” e i governi iniziarono a pronunciarsi. L’azione efficace ha richiesto molto più tempo e in alcuni casi non si è nemmeno verificata. Tuttavia, dopo due settimane di dibattiti, accuse, foto scandalose e dichiarazioni di buona volontà, oggi le notizie che destano preoccupazione nello “spazio sociale” sono altre. Nonostante ciò, la nuova coscienza planetaria è piena di speranza; ma la preoccupazione comune per la “casa in cui viviamo” dovrebbe essere non solo promettente, ma anche riparativa. Ed è qui che credo che la comunità internazionale debba – contrariamente alla manipolazione effimera delle notizie (e non sto esprimendo un giudizio morale) – lavorare su due compiti fondamentali: in primo luogo pressione globale dei cittadini sui governi che hanno responsabilità diretta nella cura e conservazione delle foreste tropicali del mondo, ovvero: l’Amazzonia, il bacino del Congo e le foreste dell’Asia meridionale e orientale; e quando dico “pressione” non mi riferisco solo ai governi di quei paesi, ma anche a coloro che sfruttano o hanno sfruttato secolarmente quei territori e quei popoli a loro vantaggio. In secondo luogo, abbiamo la sfida – che a volte sembra impossibile – di generare e sviluppare un compito educativo attraverso il quale gli abitanti della terra assumono abitudini di consumo responsabile nel consumo del cibo, nell’igiene, nell’industria, nella estetica, nell’edilizia, nei trasporti e nei campi più svariati. Il compito sembra essere solo all’inizio e ha molti nemici.

 

Sappiamo che le irresponsabili politiche del governo di Bolsonaro sull’Amazzonia si basano su un’ideologia “estrattiva”. Ma esiste anche la pericolosa ideologia “sovranista”, ovvero “l’Amazzonia appartiene al Brasile”. Questo dice Bolsonaro. È così?

Bolsonaro non è altro che l’espressione di metà di un paese che lo ha eletto presidente, come è accaduto in altri paesi potenti: Stati Uniti, Israele, India, Russia, Cina. Il nazionalismo non è una malattia tropicale o brasiliana, ma un’arma politica per difendere gli interessi egoistici e meschini, sempre più monopolizzati a livello internazionale. Il problema di questo dibattito sull’internazionalizzazione dell’Amazzonia non è geografico ma politico; di più, non è nemmeno geopolitico ma geo-economico (e non solo per il governo brasiliano): ciò che viene difeso non sono gli interessi nazionali ma quelli economici delle imprese!Questo è il motivo per cui è così importante sviluppare quella coscienza universale riguardo alla “casa comune” e che si traduce in pratiche concrete di consumo sempre più responsabile (austero) e nell’esercizio di una cittadinanza universale che non dovremmo lasciarci portare via (ricerca, dibattito, pressione, organizzazione). 

 

Oltre a queste ideologie, quali sono le altre “strutture di peccato” che stanno devastando l’Amazzonia?

Devastare è una parola piuttosto pesante; penso, in verità, che la devastazione delle foreste tropicali del mondo – dall’Indonesia e dalla Malesia, dalle foreste del Congo alla Panamazonia – sia una diretta conseguenza dell’avidità di denaro e dell’ambizione di guadagni egoistici e senza misura.Dietro quella pulsione che vende come “naturale” il sistema attuale vi è un enorme , un tremendum vuoto: e questo tremendum ha a che fare con lo spirituale e il religioso. Esistono alcune “strutture di peccato” (per continuare con l’espressione della tua domanda) che avvelenano la testa e il cuore di persone e gruppi: famiglie, corporazioni, compagnie, partiti, nazioni e che rendono l’umanità veramente cieca: cammina verso la propria distruzione. Come ha ripetuto Greta Thungber nei suoi discorsi: i nipoti dei “Bolsonaros della vita” – per quanto ricchi possano essere – non avranno né acqua pura, né acqua potabile né cibo sano. Questo è ciò che stiamo lasciando alla prossima generazione. 

 

Come si muove la Chiesa cattolica per difendere l’Amazzonia?

Anche la Chiesa si sta svegliando lentamente. Storicamente non siamo stati un esempio per nessuno: sia i conquistatori che i colonizzatori di ieri e di oggi sono stati principalmente il frutto del cristianesimo: questo tipo di umanità devastante che in cinquecento anni ha messo a rischio il frutto di milioni di anni di evoluzione.Tuttavia, all’interno di questo cristianesimo ci sono molte persone, e anche persone della Chiesa cattolica, che iniziano a pensare e agire in modo personale e istituzionale in un modo nuovo. Ad esempio, l’accoglienza straordinaria che l’enciclica Laudato Sì ha avuto negli ambienti universitari dell’America Latina, specialmente tra le persone che non confessano di essere credenti praticanti, è un chiaro segno che la Chiesa è in grado di ascoltare e sintonizzarsi con i desideri più profondi dell’umanità: quelli con i quali “lo Spirito geme al suo interno come per i dolori del parto” (Rom. 8, 22-23).Le chiese della regione amazzonica hanno una speciale sensibilità spirituale che si rivela essere un dono per il corpo universale. E il suo più grande contributo è l’affermazione, la difesa e la promozione di risorse umane, etiche e spirituali, che sostengono una visione globale, attenta e compassionevole della creazione. 

 

Sappiamo dalla storia che esiste un legame profondo tra la Compagnia e la causa degli indios. Come si sviluppa concretamente l’azione di promozione umana della Compagnia nei confronti degli indios?

Nella cosiddetta panamazzonia, condivisa da 9 paesi sudamericani, i gesuiti hanno una presenza significativa per noi e per la Chiesa (anche se piccola) nel lavorare con le popolazioni e le culture native: nell’alta giungla del Perù, nelle pianure di Moxos in Bolivia, nella Guyana inglese occidentale, nelle savane del sud dell’Orinoco, nella foresta pluviale dell’Ecuador, e da Leticia (Colombia) a Belem do Pará (Brasile) alla foce dell’Amazzonia; Ci sono circa 45 gesuiti che lavorano a tempo pieno.Una priorità apostolica è lavorare e sostenere le iniziative di organizzazione e difesa culturale delle molte popolazioni indigene che abitano secolarmente in questi luoghi: compiti pastorali ed educativi, difesa e promozione dei diritti umani individuali e collettivi, promozione delle loro culture, comprese le loro visioni politiche e religiosi, sostegno nella difesa dei loro territori e progetti di vita, tra gli altri, sono opere realizzate dai Compagni di Gesù insieme a molti altri religiosi e laici con i quali collaboriamo.Insisto sul fatto che è un lavoro significativo per noi (e forse per le chiese locali) ma che di fronte all’immenso territorio umano e geografico che abbiamo di fronte è molto piccolo: come un fermento nel mezzo della massa. Stiamo imparando insieme a molti altri che sono lì e che sono rimasti per secoli al servizio dei popoli nativi dell’Amazzonia. 

 

Papa Francesco, come sappiamo, ha convocato, per il prossimo ottobre, il Sinodo sull’Amazzonia. Nell’Instrumentum laboris, molto denso e profondo, c’è la proposta di promuovere una “ecologia integrale” in Amazzonia. Cosa significa questo?

È forse il concetto più originale che Papa Francesco abbia avuto la grazia di coniare e far circolare nella discussione anche teologica dell’umanità di oggi. Non è facile dire tutto quello che significa il concetto di “ecologia integrale” perché in ogni specifica situazione di discussione e analisi è necessario considerare variabili eco-logiche che in un’altra situazione non sarebbero contemplate.Ma l'”integrale” ha, oltre a quel senso di complessità, un altro senso ancora più carico della propria forza e che il Papa esprime quando dice: “Tutto è collegato a tutto”, tutto è interconnesso. L’enfasi non è più posta sugli elementi integrabili e sulla loro complessità, ma nel complesso che gli elementi costituiscono, il che, credo, è ciò che rende peculiare la discussione che propone il papa. È un paradigma di particolare conoscenza, molto diverso da quello che il genericamente chiamato “mondo occidentale” ha prodotto, coltivato e diffuso, e che ha dimostrato il suo fallimento nei risultati che dice che desidera: uguaglianza, fraternità, libertà. Un paradigma diverso molto più vicino a quello dei popoli originali e alla visione spirituale (mistica religiosa) della realtà nel suo insieme e dell’essere umano in essa. 

 

Pensa che il Sinodo avrà conseguenze politiche favorevoli per il popolo dell’Amazzonia?

Le conseguenze politiche che il Sinodo avrà sicuramente hanno a che fare principalmente con l’ascolto dei popoli amazzonici e quindi con “far sentire la loro voce” a livelli sempre più ampi e decisivi; e, in secondo luogo, con le dinamiche della partecipazione popolare (ecclesiale) che erano già state generate in questo periodo di preparazione dall’annuncio del sinodo a Puerto Maldonado (2018), nonché con quelle che possono essere generate e promosse grazie alla conversione delle chiese amazzoniche (che dipendono in gran parte dai vescovi sinodali) nelle chiese locali di vera comunione.Si tratta di recuperare, valorizzare e promuovere comunità aperte e inclusive, dove la povertà personale e sociale è bandita e la responsabilità e la condivisione reciproca sono reali, dove il vangelo di Gesù è una fonte di ispirazione non solo per celebrare la Messa in modo autoctono (fonte e culmine della vita ecclesiale), ma rendere la vita ordinaria un’Eucaristia permanente dove ognuno ha cibo, terra, educazione, salute, “voce e tempo”, come di solito cantano in Brasile; e un clero che è veramente al servizio del popolo di Dio (più simile al figlio molto piccolo della mangiatoia, che all’Altissimo della Gloria).Niente di più politico che vedere sempre più chiese più evangeliche. Il sinodo promette di alimentare questo processo; sebbene ci siano ostacoli e nemici. 

 

Nuovi percorsi pastorali sono proposti per la Chiesa in Amazzonia. Ad esempio, una parte del documento può portare a una nuova visione dei ministeri. In particolare, il ministero ordinato. I conservatori stanno attaccando su questo punto. Pensa che il Sinodo sarà in grado di resistere?

Una cosa importante è sapere, comprendere e accettare che si tratta di un “sinodo speciale” per l’Amazzonia (terza modalità di un sinodo, che non è la stessa di un “terzo sinodo” come alcuni vorranno vederlo a seconda delle loro conclusioni). Personalmente, mi sembra che sia una tentazione e che faccia del male al sinodo far finta che parli “come ex catedra”, cioè: che i padri sinodali convocati per discernere i nuovi percorsi che le chiese amazzoniche pretendono (o aspettano loro) danno lezioni a tutta la chiesa (speriamo di non essere contaminati da questa “ideologia”, i mass media certamente la forzeranno).Nello specifico, quel punto sui ministeri necessari per la vita delle chiese amazzoniche deve essere messo in quella prospettiva. Non credo che il Sinodo dirà o chiederà di attuare tutto ciò che non è già stato detto e rivendicato dal Concilio Vaticano II, che ha affermato con tutta l’autorità della Chiesa (in lettere maiuscole TUTTI) la ministerialità propria del popolo di Dio, la centralità e l’urgenza della comunione eucaristica nella costruzione e realizzazione della comunità ecclesiale e la funzione clericale come uno tra molti altri servizi possibili e necessari per la missione di tutto il corpo ecclesiale. Molti cattolici non hanno letto né conosciuto l’ultimo concilio.

 

Ultima domanda: Papa Francesco sta dando alla Chiesa una svolta nel segno della “Chiesa uscente” e della sinodalità. Sappiamo che i nemici di Francesco, che non sono solo ecclesiastici, stanno facendo tutto il possibile per limitare la forza delle sue riforme. Pensa che il percorso intrapreso da Francisco sia irreversibile?

L’elezione del cardinale Bergoglio come papa è stata una sorpresa assoluta per lo Spirito e lo abbiamo vissuto in questi anni come un dono straordinario, non solo per la Chiesa ma per il mondo intero. Nonostante le paure che possono sorgere e persino giustificare una semplice analisi sociologica della Chiesa come istituzione mondiale, ho una profonda convinzione – non solo una credenza ma una fiducia basata sulla fede – che è lo Spirito Santo che ci guida, ora con Francesco in testa e che quando arriverà il momento continuerà a mostrarci la strada da percorrere.

 

(Ha collaborato Alberto Cuevas)

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