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Caro Ruini, non si dialoga con chi urla Dio, Patria e Famiglia

Caro Ruini, non si dialoga con chi urla Dio, Patria e Famiglia

ROMA-ADISTA. Pubblichiamo la lettera aperta di don Luciano Locatelli al card. Camillo Ruini, dopo l'intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo al Corriere della Sera nella quale l'ex presidente della Cei auspica che la Chiesa dialoghi con Matteo Salvini («Non condivido l’immagine tutta negativa di Salvini che viene proposta in alcuni ambienti. Penso che abbia notevoli prospettive davanti a sé; e che però abbia bisogno di maturare sotto vari aspetti»).

 

Caro fratello,

ai signori Cardinali, ai Vescovi, ai Monsignori di cui la Chiesa è piena bisognerebbe, per consuetudine, rivolgersi in maniera ossequiosa. Io mi permetto di rivolgermi a te come fratello perché nella fede questo siamo e nulla più.

La prima emozione che si è mossa in me alla lettura dell’intervista che hai rilasciato per il Corriere è stata di sconcerto e stupore, conditi con una dose di arrabbiatura q.b.

Ho lasciato decantare il tutto e mi sono riletto le tue parole (così, per deformazione professionale, come faccio con ogni parola delle Scritture) cercando in esse significati che rimandassero ad altro. Confesso che non sono stato in grado di trovarne. Cosa vuoi, sono lento.

Le indicazioni politico-religiose che emergono dal testo, sicuramente contestuali all'intervista e quindi senza pretesa di esaustività e di profondità, mi hanno ricordato le parole di un mio indimenticabile maestro, Ortensio da Spinetoli, (maestro per me  certa-mente, non posso dire lo stesso per quell'istituzione ecclesiale nella quale per anni hai esercitato funzioni di peso), il quale senza mezzi termini e perfettamente consapevole (a differenza di altri) delle sue parole afferma che:

Non è certo facile togliere di mezzo i vescovi e gli esponenti dei dicasteri romani, ma se questi potessero provare a tacere, se non altro per il troppo parlare che hanno fatto fino adesso, ne avrebbe senz'altro un gran beneficio tutta la comunità credente” (Ortensio da Spinetoli, L’inutile fardello, Chiarelettere, 2017, p.9).

 

Spero tu non me ne voglia, ma sinceramente io non necessitavo, in un tempo così complesso e delicato come quello che stiamo vivendo, di sentire un’ulteriore emissione di suoni vocali per non dire nulla. O meglio: più che “non dire nulla” dovrei dire per ripetere indicazioni ormai vetuste e  che in passato non hanno certamente dato gran lustro alla Chiesa (riconosco che queste mie parole rappresentano comunque il modesto parere di un cristiano ridotto allo “stato pretale” senza potere alcuno né incarichi di prestigio).

Dialogare con Salvini è doveroso? Certamente, come è doveroso dialogare con tutti, senza pregiudizi. Il punto è questo e diventa domanda: come posso dialogare con chi configura il dialogo come monologo? Più che al dialogo mi pare che qui tu inviti al monologo, considerato che dall'altra parte non mi pare di intravedere grandi aperture, eccettuate quelle offerte a chi condivide lo stesso pensiero… (ma in questo temo tu sia più maestro dello stesso Salvini). E per chiuderla qui con chi fa della vacuità di pensiero la quintessenza della politica attuale: “baciare il Rosario” è una “maniera poco felice di affermare il ruolo della fede nello spazio pubblico". Ecco, da una persona qualificata come te mi sarei aspettato quantomeno un sottile distinguo: parliamo di “affermazione” della fede o della religione? Parliamo di espressioni esteriori che non in-formano (ricordi l’Aquinate, la fides informis e la fides formata…?) le scelte esistenziali o parliamo di adesione personale allo stile di vita di Uno che sarebbe per un cristiano, in verità, “l’unico Capitano” che ha pagato di persona, fino in fondo, il suo modo di vivere e di comunicare Dio? Non voglio dilungarmi in queste tematiche, tuttavia su di una tua particolare affermazione mi soffermo, là dove dici: “Il principale motivo per cui non sappiamo più chi siamo è che non crediamo più di essere fatti a immagine di Dio…”. Il punto, fratello, è proprio questo: di quale Dio esattamente stiamo parlando? Mi permetto di chiederlo perché dalla risposta a questa domanda ne vengono poi conseguenze di non poco conto. Se parliamo del Dio di cui Gesù ha detto: “Chi vede me vede Lui”, allora, forse, ci rendiamo conto che di fatto qualcosa non quadra. Il Dio che in Gesù si rivela a noi è Colui che si mette a servizio (in ginocchio, oserei dire, vedi lavanda dei piedi) dell’umanità, e non un Dio che si serve dell’umanità, come spesso e volentieri la nostra istituzione ha trasmesso. Le conseguenze di tutto questo inciderebbero non poco sull'immagine che la nostra istituzione, la Chiesa, ha da sempre presentato e offerto come unica e vera. I posti di “rilievo”, a partire da questa immagine, semplicemente cesserebbero di esistere, così come i cosiddetti “mediatori” tra l’umanità e Dio. Insomma, mi pare che ci siamo persi dei pezzi per strada lungo i secoli.

Se, al contrario, l’immagine di Dio che vogliamo veicolare e trasmettere è quella sottesa allo slogan: “Dio, Patria, Famiglia”: beh, a questo punto, allora sì, ha un suo senso anche il “dialogare”.

Io mi fermo qui, per ora, sottolineando però un concetto che, a mio modesto avviso, potrebbe essere la base di partenza per ridare luce e forza all'annuncio del Vangelo: smettiamola di sbandierare in ogni dove che Gesù è Dio. Cominciamo a pensare, invece che Dio è Gesù: tante immagini distorte e persino dissacranti e irrispettose di Dio cadrebbero e allora la Chiesa potrebbe davvero aspirare a realizzare quella bellissima definizione data da Papa Paolo VI: maestra di umanità. 

Perché di questo oggi abbiamo bisogno, di maestri di umanità. Il resto è utile come le cappe cardinalizie.

Con affetto, buona vita.

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