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“Nel sovranismo ‘l’uomo forte’ alimenta un clima di egoismo e di nazionalismo esasperato”. Intervista a Padre Bartolomeo Sorge SJ

“Nel sovranismo ‘l’uomo forte’ alimenta un clima di egoismo e di nazionalismo esasperato”. Intervista a Padre Bartolomeo Sorge SJ

Sul suo blog (confini.blog.rainews.it) all'interno del portale di RaiNews24 il giornalista e vaticanista Pierluigi Mele intervista Padre Bartolomeo Sorge. Padre Sorge, gesuita, è  stato per molti anni direttore di due prestigiose riviste cattoliche: La Civiltà Cattolica e Aggiornamenti Sociali. Ha inoltre diretto l’Istituto Pedro Arrupe di. Palermo. Nel suo lungo apostolato intellettuale ha collaborato alla stesura di documenti importanti del Magistero della Chiesa. E’ autore di numerosi saggi. Tra gli ultimi ricordiamo quello scritto con la politologa Chiara Tintori: Perché il populismo fa male al popolo. Le deviazioni della democrazia e l’antidoto del «popolarismo» (Ed. Terra Santa, 2019). Il tema dell'intervista è la situazione italiana in generale, e il tuolo che all'interno di essa può ancora svolgere il cattolicesimo politico.

Di seguito l'intervista.

L'articolo originale è consultabile a questo link

 

 

 

Nell’ultimo rapporto CENSIS c’è un punto che ha colpito molto l’opinione pubblica: un italiano su due «spera nell’«uomo forte al potere», che non debba preoccuparsi di parlamento ed elezioni. Tutto questo in un quadro sociale sempre più «incattivito» e ansioso. Che spiegazione si è dato in questa «speranza» nell’uomo forte?

Il rapporto CENSIS conferma la crisi della democrazia rappresentativa in Italia. Questa, che è la forma più alta di democrazia finora sperimentata, dava sicurezza ai cittadini, perché poggiava sulle ideologie di massa, le quali garantivano coesione, ispirazione ideale e speranza. Nello stesso tempo, l’esistenza di partiti ideologici, fortemente strutturati grazie al «centralismo democratico», facilitava e in certa misura imponeva la partecipazione dei cittadini alla elaborazione e al controllo della politica nazionale.

Venute meno le ideologie di massa (smentite dalla storia), sono venuti meno di conseguenza i partiti ideologici, e i cittadini si sono trovati sbandati e insicuri. A questo punto, il bisogno innato di sicurezza che tutti abbiamo ha alimentato l’illusione che il superamento della crisi di fiducia e dello sbandamento seguiti alla fine dell’era ideologica, si sarebbe ottenuto affidando il potere a un solo «uomo forte». Sono nate così le due pseudo-ideologie del populismo e del sovranismo.

Nel populismo, l’«uomo forte» esercita il potere, richiamandosi direttamente al popolo, praticamente ignorando le intermediazioni istituzionali, caratteristiche della democrazia rappresentativa. E’ rimasta famosa la frase di uno di questi «pseudo-salvatori della patria»: «Anche se la Magistratura mi condanna, non importa; c’è il popolo che mi vota!» E’ evidente che, negando l’equilibrio e l’autonomia dei diversi poteri, si distrugge la democrazia rappresentativa.

Nel sovranismo invece l’uomo forte mira a ottenere democraticamente i «pieni poteri»; si atteggia, perciò, a difensore dei confini, dei valori e dell’identità nazionale («prima gli italiani!»), e non esita perfino a strumentalizzare la fede e i simboli religiosi. Così facendo, però, alimenta e diffonde un clima di odio, di egoismo, di razzismo e di nazionalismo esasperato..

Papa Francesco, con il suo magistero evangelico sociale, in questi anni ha messo in guardia contro i pericoli del populismo e del sovranismo. Ciononostante, diversi cattolici, anche fra la gerarchia, subiscono il fascino sovranista. Perché? Qual è la cosa più pericolosa del sovranismo?

I cattolici sono particolarmente sensibili alle ragioni appena ricordate. Del resto. non è la prima volta che membri del clero e della Gerarchia si lasciano affascinare dalla difesa  che l’«uomo forte» ostenta di alcuni valori che stanno a cuore alla Chiesa ai credenti, quali la difesa della vita, l’indissolubilità del matrimonio, l’affissione pubblica del crocifisso e altre forme di religiosità. Non ci si rende conto che la «buona politica» non consiste solo nel tutelare l’uno o l’altro valore fondamentale, se contemporaneamente – come avviene in tutte le dittature – si negano la libertà e altri diritti essenziali alla convivenza umana.

 

Le chiedo: come studioso della “Dottrina sociale” della Chiesa, la quale è molto attenta alle ragioni dei poveri, c’è una via per riavvicinare la democrazia ai poveri?

La grave questione del rapporto tra democrazia e povertà non si risolve con l’assistenzialismo (sebbene in certi casi, esso sia necessario), ma il problema va affrontato all’origine e alla radice, cioè eliminando le disuguaglianze. Tuttavia, ciò non è possibile, se la politica non ricupera la tensione etica e ideale, oggi smarrita, se la politica economica, in particolare, non è orientata al bene comune, che oggi è costantemente sacrificato alla ricerca del profitto e di altri’interessi settoriali. La politica finanziaria non può essere fine a se stessa. Nello stesso tempo, però, occorre trovare il modo di interpellare direttamente i poveri e le periferie sociali ed esistenziali, coinvolgendoli come soggetti responsabili del loro stesso sviluppo e non considerandoli solo un obbiettivo da raggiungere o un problema da risolvere. Si tratta, in altre parole, di realizzare una «democrazia matura».

Qual è la «struttura di peccato», per usare un termine della dottrina sociale della Chiesa, che condiziona la politica italiana?

Purtroppo non ce n’è una sola, ma le strutture di peccato che condizionano la nostra politica nazionale sono numerose e di natura diversa.  Alcune ci sovrastano dall’esterno, come per esempio il sistema economico internazionale, che – in questa stagione di progressiva globalizzazione – sono quelle che più generano disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo e nello sviluppo dei singoli popoli, fino a «uccidere», come denuncia papa Francesco. Vi sono poi molte altre «strutture di peccato», prive di solidarietà, che mirano esclusivamente al proprio profitto (si pensi, per esempio, ai paradisi fiscali, alle mafie e alle varie forme di organizzazione del crimine e della corruzione, all’industria della guerra e degli armamenti) e impediscono la nascita di una società fraterna e giusta, inclusiva, in grado di armonizzare sviluppo e integrazione.

Un autorevole Cardinale, in una intervista al Corriere della Sera,  ha affermato che il cattolicesimo democratico ha esaurito la sua rilevanza Le chiedo: il cattolicesimo democratico può avere ancora un ruolo in questa Italia egemonizzata dalla cultura «sovranista»?

Il cattolicesimo democratico non ha affatto esaurito la sua forza propulsiva. Grazie anche al ruolo determinante e insostituibile che esso ha avuto sia nella rinascita del Paese, dopo  le devastazioni dell’ultima guerra mondiale e del ventennio fascista, sia nella elaborazione della Carta costituzionale, i cui principi fondamentali concordano con la tradizione cattolico-democratica (in piena sintonia con la dottrina sociale della Chiesa): personalismo, solidarietà, sussidiarietà, bene comune. Ecco perché i grandi protagonisti del cattolicesimo democratico, da De Gasperi a Moro, non hanno perduto il loro valore ideale ed esemplare, sebbene la loro figura e la loro prassi partitica non siano più riproducibili nella mutata società dei nostri giorni, post-ideologica, secolarizzata e globalizzata.

Ci sono stati tentativi, anche recenti, di ricostruzione di strumenti politici cattolici (partiti d’ispirazione cristiana), mentre anche la Chiesa italiana insiste sulla esigenza di una presenza politica dei cattolici più efficace. C’è una via per un rinnovato protagonismo laicale profetico?

La presenza di un partito d’ispirazione cristiana (quali furono il Partito Popolare prima e la DC poi) si era resa necessaria nell’epoca delle ideologie di massa, quando votare per un partito significava scegliere una determinata ideologia, cioè preferire l’uno o l’altro tra modelli alternativi di società. La DC, perciò, incarnava l’ideologia «cattolica», contrapposta all’ideologia «comunista» e a quella «liberista».  Oggi, nell’era post-ideologica e della globalizzazione, i partiti sono sempre necessari, ma non ha più senso parlare di «partiti ideologici». Tanto meno ha senso parlare di partito o di politica «cattolici», dopo il Concilio Vaticano II. Nel mondo globalizzato non c’è più spazio per le vecchie contrapposizioni ideologiche. C’è bisogno invece di una «buona politica» universale, fondata su un nuovo umanesimo comune. E’, questa, una mèta difficile da raggiungere, perché è difficile cambiare mentalità, dopo cinquant’anni di battaglie e di lotte ideologiche; difatti non abbiamo ancora trovato quale nuova forma di presenza i cattolici debbano adottare per contribuire a realizzare una «buona politica» universale, condivisibile da tutti gli uomini di buona volontà, al di là delle vecchie appartenenze ideologiche. Papa Francesco ha dedicato a questo tema alcuni densi paragrafi della sua prima enciclica Evangelii gaudium (nn. 223-233), che devono ancora essere ben capiti, approfonditi e applicati. Ecco perché educare e formare soprattutto i giovani alla ricerca di nuove forme d’impegno sociale e politico dovrebbe essere una delle più importanti preoccupazioni pastorali della Chiesa. Un po’ come fece in Italia, a suo tempo, Pio XI, quando, durante la dittatura fascista, si preoccupò di preparare all’impegno sociale e politico una schiera di laici maturi, attraverso l’Azione Cattolica e l’Università Cattolica di Milano.

Se dovesse indicare a un giovane che vuole impegnarsi seriamente in politica una figura cui ispirarsi, per esemplarità, chi consiglierebbe?

Avrei solo l’imbarazzo della scelta… Preferirei, perciò, spiegargli la bellezza dell’impegno politico in sé. Insisterei sul fatto che dedicarsi alla politica è una «vocazione» e non una professione come un’altra qualsiasi. Infatti, vi sono scelte professionali che suppongono la vocazione, in quanto esigono la donazione totale di se stessi al servizio degli altri e del bene comune, rinunziando a cercare il proprio interesse e la propria affermazione; così avviene, per esempio, per un medico o per un sacerdote. Avere la vocazione significa soprattutto realizzare nella propria vita la sintesi tra spiritualità (tensione etica e ideale) e professionalità. Per essere bravi politici (o medici o preti) non basta essere «santi», ci vuole anche la preparazione professionale; ma non può  bastare la sola professionalità, se manca la «santità», cioè la dimensione oblativa, tipica di chi vive un ideale.

In questi mesi si è affermato il movimento delle «sardine». Cosa L’ha colpita di più?

Il fenomeno delle «sardine» costituisce una reazione positiva della coscienza democratica di fronte ai fenomeni patologici del populismo e del sovranismo e di fronte alla crisi e all’inerzia dei partiti. Le «sardine» quindi vanno viste come un segnale positivo, una ventata di aria nuova e fresca! Tuttavia, è ancora presto per giudicare quali siano la reale consistenza del movimento e il suo vero messaggio politico. Siamo di fronte a una gemmazione: può crescere e svilupparsi, ma potrebbe anche «bruciarsi» e seccare.

Ultima domanda: Lei ha un sogno per l’Italia?

Più che un sogno è un voto e un impegno: che tutti gli italiani imparino a vivere uniti, rispettandosi diversi.

 

(Ha collaborato Chiara Tintori)

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