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Papa Francesco apre la porta santa al carcere romano di Rebibbia

Papa Francesco apre la porta santa al carcere romano di Rebibbia

ROMA-ADISTA. Dopo quella della basilica di San Pietro con la quale la sera del 24 dicembre è stato dato il via al Giubileo 2025, ieri mattina papa Francesco ha aperto la seconda “porta santa”, collocata per l’occasione nella chiesa intitolata al Padre nostro, all’interno del carcere romano di Rebibbia.

Atto religioso ma dal forte valore simbolico quello di aprire una porta in un penitenziario, come ha sottolineato lo stesso Bergoglio all’inizio della breve omelia pronunciata a braccio durante la messa: «Ho voluto spalancare la porta, oggi, qui», ha detto il pontefice. «È un bel gesto quello di spalancare, aprire: aprire le porte». Un gesto che richiama uno dei significati della tradizione del Giubileo ebraico tramandati dalla Bibbia: la liberazione degli schiavi e dei prigionieri.

Ieri il papa – a differenza di altre circostanze in cui ha affrontato il tema del carcere – non ha fatto nessun richiamo diretto né alla questione del sovraffollamento degli istituti di pena (oltre 62mila reclusi rispetto a una capienza di 47mila posti), né dei suicidi (88 nell’anno 2024), né ha esortato a una eventuale amnistia. E all’uscita da Rebibbia, a chi gli ha domandato se avesse parlato con il ministro della Giustizia Carlo Nordio – presente all’apertura della porta santa e alla messa – della possibilità di un «gesto di clemenza» per i detenuti, Bergoglio ha risposto di no.

Lo aveva fatto però nella bolla di indizione di indizione del Giubileo, Spes non confundit (La speranza non delude). «Penso ai detenuti che, privi della libertà, sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di rispetto. Propongo ai governi che nell’anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi», aveva scritto il pontefice, chiedendo «condizioni dignitose per chi è recluso, rispetto dei diritti umani e soprattutto l’abolizione della pena di morte, provvedimento contrario alla fede cristiana e che annienta ogni speranza di perdono e di rinnovamento». Un appello, quello contro le esecuzioni capitali, rilanciato anche nel messaggio per la Giornata mondiale della pace del prossimo primo gennaio, con l’invito agli Stati nei cui ordinamenti è presente alla «eliminazione della pena di morte» come segno giubilare (insieme alla cancellazione del debito ai Paesi impoveriti e alla creazione di un fondo mondiale contro la fame usando parte del denaro speso in armi).

Ieri invece il discorso è rimasto su un piano soprattutto spirituale, attorno al tema giubilare della speranza: «Aprire le porte significa aprire il cuore alla speranza», ha detto Bergoglio, che ha invitato a tenere stretta fra le mani «la corda» a cui è legata «l’àncora della speranza», ormeggiata sulla terraferma, che rappresenta la libertà.

Trecento i presenti, fra cui un centinaio di detenute e detenuti provenienti dai quattro istituti del complesso di Rebibbia. Fra le autorità c’erano il capo dimissionario del Dap Giovanni Russo, la vice presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale Irma Conti e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Oltre al oltre al guardasigilli Nordio, che ha accolto Bergoglio all’ingresso di Rebibbia. Resta da vedere se, oltre agli omaggi di protocollo, il ministro della Giustizia terrà anche in considerazione alcune delle proposte concrete del pontefice. Il quale, all’uscita del carcere al termine della visita, ha congedato così i giornalisti presenti: «Essere venuto è molto importante perché dobbiamo pensare che tanti di questi detenuti non sono pesci grossi, i pesci grossi hanno l’astuzia di rimanere fuori e dobbiamo accompagnare i detenuti». Che invece è proprio quello che promettono le politiche repressive del governo, a partire dal ddl Sicurezza 1660.

Da Rebibbia, poi, Bergoglio ha fatto ritorno in Vaticano per l’Angelus di mezzogiorno da piazza San Pietro. «Stamattina ho aperto una porta santa, dopo quella di San Pietro, nel carcere romano di Rebibbia. È stata come, per così dire, “la cattedrale del dolore e della speranza”», ha detto ai fedeli. Rilanciando poi gli altri due segni giubilari: la «remissione del debito» ai Paesi «oppressi da debiti insostenibili» e la riduzione della produzione e del commercio di armamenti. «Basta colonizzare i popoli con le armi! Lavoriamo per il disarmo, lavoriamo contro la fame».

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