
Cara Giorgia Meloni, il Vangelo ci chiede di «ripartire dgli ultimi»
PALERMO-ADISTA. Pace e bene presidente Giorgia Meloni. Ho ascoltato il suo intervento al Meeting di Rimini e avrei alcune considerazioni da fare non per sterile polemica ma perché la dialettica aiuta la comprensione dei fatti e in un onesto dialogo favorisce la crescita del pensiero.
Oggi di fronte alla questione palestinese l’equidistanza ci rende complici e quello che Israele sta compiendo è un infame genocidio che utilizza perfino la fame quale strategia di oppressione e sterminio di un popolo. Una carneficina che non è dettata solo dalla reazione al 7 ottobre ma pare motivata da una mira espansionistica che vuole letteralmente spazzare il popolo palestinese. Non è saltato il “principio di proporzionalità”, così come lo chiama, perché la costruzione della pace è un percorso mai proporzionale e richiede un anticipo di gratuità nel perdono per ripartire, perché la pace non ha un prezzo da saldare. Quella altrimenti sarebbe una tregua frutto della sottomissione dettata dal più forte. Quando Lei fa riferimento all’attuale necessità di fermare le mira espansionistiche dell’insediamento coloniale in Cisgiordania le ricordo che questo non accade da oggi ma è una storia pluridecennale che, addirittura, è iniziata già nel 1967 dopo la guerra dei sei giorni. Finalmente oggi ci prendiamo il permesso di parlarne, ma no l’Italia non è “la Nazione europea che si è spesa di più”, le ricordo che ancora oggi le nostre fabbriche forniscono armi e supporto tecnologico all’apparato militare israeliano, quello che fa saltare per aria ospedali così come civili tra cui diciottomila bambini e oltre duecento giornalisti. Il fatto che siano state colpite le Comunità cristiane non aggiunge nulla a quanto già abominevole era in atto, la misura era già colma da un pezzo.
Giusto un altro passaggio mi pare equivoco. Lei cita il cardinale Sarah a proposito del diritto a non dovere emigrare, così afferma: “Chi ritiene le migrazioni necessarie e indispensabili compie di fatto un atto egoistico, se i giovani lasciano la loro terra che ne sarà della storia e della cultura del paese che hanno abbandonato?” Le chiedo: ma quale egoismo c’è in chi cerca di salvarsi la vita e non morire a motivo delle destabilizzazioni politiche e dei conseguenti regimi militari sostenuti dai Paesi occidentali in cambio di concessioni alle nostre multinazionali? O, ancora, che colpa c’è in chi vive le conseguenze del cambiamento climatico imputabile certo ai Paesi più sviluppati, che procura la desertificazione e, di conseguenza, la carestia in intere regioni? Se il diritto alla vita è da difendere allora questo vale per tutti e non solo per chi dovrà nascere nella società occidentale dove la “politica della sicurezza” vuole garantire ogni sorta di comfort. Riguardo ai mattoni posati sul fronte delle migrazioni, quando afferma che ora la cornice è “serietà e rigore”, mi chiedo cosa intenda. Se serietà e rigore significa mandare le navi delle organizzazioni umanitarie con a bordo i naufraghi soccorsi in porti di sbarco distanti centinaia di miglia dal luogo del salvataggio questo mi pare privo di senso. Sappiamo che le ragioni addotte sono quelle della ripartizione degli sbarchi su tutto il territorio nazionale ma in questo modo si sottopone ad un ulteriore supplizio, con altri due giorni di navigazione, chi è stremato per un viaggio in cui ha già subito ogni sorta di violazione della propria dignità. Inoltre non si tiene affatto conto dei costi che l’imbarcazione umanitaria dovrebbe affrontare per un viaggio così lontano come quando viene intimato di raggiungere il porto di Genova anziché attraccare a Trapani e, tantomeno, della sua assenza nel Mediterraneo per diversi giorni quando tanti naufraghi potrebbero avere bisogno di soccorso. Questo sembra, è la mia percezione, un accanimento contro gli equipaggi che per senso umano scelgono di sbarcare le persone salvate in mare nel porto più vicino per ricevere, così, soccorsi e cure opportune. Chiaramente a questo atto di disobbedienza civile segue il fermo amministrativo della nave, le sanzioni pecuniarie e la denuncia a carico del comandante. È uno scenario scoraggiante e, forse, vorrebbe scoraggiare le organizzazioni umanitarie o anche gli stessi profughi che per mancanza di un supporto in mare potrebbero tornare indietro. Eppure assistiamo ad un atto di resistenza da parte di entrambi: i primi tornano a pattugliare il Mediterraneo nell’intento di rimanere umani rispondendo alla legge del mare e della nostra Costituzione e, per i secondi, continuare a lanciarsi nel viaggio oltre ogni speranza per “rischiare di sopravvivere”. Piuttosto mi sarei aspettato “serietà e rigore” nell’affrontare il gesto criminale della guardia costiera libica che domenica scorsa sparava per venti minuti sulla Ocean Viking dopo che questa aveva recuperato a bordo ottantasette naufraghi. Mi sarei aspettato “serietà e rigore” nel difendere il diritto umanitario internazionale in uno scenario che oggi pare avere perduto ogni tipo di codice etico. Sembra lo stesso paradosso che si sta realizzando a Gaza dove rimaniamo sgomenti per la devastazione a cui abbiamo comunque contribuito con le nostre armi. Se la guardia costiera libica - dotata delle motovedette donate dall’Italia e con un corpo militare addestrato dal nostro - ritiene opportuno sparare ad una nave umanitaria che si trova in acque internazionali, a Gaza lo sfollamento forzato minacciato dalle bombe trova il silenzio assordante del nostro Governo come se fosse un fatto di poco conto. Il silenzio in realtà, domenica scorsa, era già cominciato quando al grido di Mayday e ai tentativi di contatto con la Nato e la Marina militare la nave di Sos Mediterranee non aveva trovato alcuna risposta… Se, ora, la procura di Siracusa apre un’inchiesta per appurare la realtà dei fatti non è per un pregiudizio ideologico ma perché la giustizia va tutelata senza compromessi. Se il soccorso civile è diventato così prepotente è perché tutte le persone che si trovano in pericolo in mare hanno il diritto di essere soccorse e noi il dovere di attivarci per la loro protezione.
Domenica partivo dal porto Lampedusa con un gruppo di giovani che si erano spesi per una settimana a servizio di chi arrivava nell’isola, nel mentre che salpavamo verso Porto Empedocle nel molo Favaloro arrivava la nave ong Nadir, con a bordo cinquantaquattro migranti e tre minorenni che erano decedute… Presidente Giorgia Meloni credo che per “ricostruire una società amica della famiglia e della natalità” così come Lei dice, sia necessario ripartire dagli ultimi del nostro tempo, da quanti hanno bisogno di una mano amica e dunque disposta a compromettersi per condividere il dono della vita. Se vuole davvero ispirarsi ai valori del Vangelo, dunque, non c’è alternativa, è necessario contaminarsi facendo spazio fino a restituire voce ai piccoli di questo mondo.
* Parroco a Danisinni (Palermo)
Nell'immagine un 'opera di Ebrima Danso, pittore migrante (foto di Luca Kocci)
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