La guerra santa del ministro americano Hegseth, l'attacco di Trump a papa Leone e la possibile disobbedienza dei soldati
ROMA-ADISTA. C’è un filo rosso che lega la preghiera bellicosa del Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth, la crociata mediatica di Donald Trump contro papa Leone XIV e le parole dell’arcivescovo Timothy Broglio che invitano i soldati Usa a disobbedire a ordini moralmente inaccettabili. Un filo che attraversa decenni di guerre, silenzi e complicità, per riaffermare una verità scomoda: la coscienza non può essere messa in caserma.
Pete Hegseth da aprile 2026 è il Segretario della Difesa degli Stati Uniti su nomina di Donald Trump. Ex capitano della Guardia Nazionale, ex conduttore di Fox News, oggi è l’uomo che comanda l’esercito più potente del mondo. E il suo ministero è stato rinominato Dipartimento della Guerra.
Eppure, come ha scritto il giornalista Jeet Heer su The Nation, Hegseth si ritiene un «vero credente», con un politica identitaria di estrema destra. Il fatto che egli veda il mondo in termini manichei, spiega Heer, significa che non sarà disposto a scendere a patti con forze che considera metafisicamente e categoricamente malvagie.
Questa visione dualistica – bene contro male, luce contro tenebra – non è solo retorica. Ha conseguenze concrete: chi è «categoricamente malvagio» (l’Iran, per esempio) non merita né trattative né diplomazia, ma solo la guerra santa.
Se il pensiero di Hegseth è manicheo, il suo corpo ne è la dichiarazione scritta. Sotto la camicia, il Segretario alla Difesa porta tatuaggi che hanno sollevato polemiche in tutto il mondo.
Sul petto spicca una grande Croce di Gerusalemme: il simbolo dei crociati, composto da una croce potente centrale e quattro croci greche più piccole nei quadranti. Sul bicipite destro, invece, campeggia la frase latina «Deus Vult» («Dio lo vuole»), il grido di battaglia dei cavalieri che nel 1096 partirono alla conquista di Gerusalemme massacrando musulmani ed ebrei.
Questi simboli – ha denunciato anche un’istituzione vaticana per la Terra Santa – sono stati adottati negli ultimi anni dai gruppi nazionalisti cristiani bianchi.
Hegseth ha provato a difendersi definendoli «simboli cristiani storici». Ma la storia parla chiaro: la Croce di Gerusalemme e il «Deus Vult» non sono simboli di pace, ma di conquista violenta in nome di Dio.
Hegseth non è un caso isolato. Egli rappresenta una corrente ampia e pericolosa: il nazionalismo cristiano bianco, che unisce teologie guerriere, identitarismo razziale e progetti di egemonia globale. In questa visione, l’avversario politico non è semplicemente un nemico da contrastare, ma un male assoluto da annientare. La politica diventa teologia, la diplomazia diventa eresia, la guerra diventa sacramento.
Non sorprende, quindi, che Hegseth abbia più volte invocato pubblicamente Gesù Cristo per giustificare la guerra contro l’Iran, né che abbia ordinato ai suoi soldati di mostrare «nessuna pietà, nessuna clemenza».
Lo scontro con Papa Leone XIV
Questo fondamentalismo guerriero non poteva non scontrarsi con la voce del Papa. Papa Leone XIV, il primo pontefice americano della storia, è emerso come uno dei più fermi critici della guerra USA-Iran, definendo le minacce di Trump di «distruggere la civiltà iraniana» come «inaccettabili».
La reazione di Donald Trump non si è fatta attendere. Il 12 aprile 2026, in un lungo post su Truth Social, il presidente ha attaccato il papa definendolo «debole sul crimine» e «pessimo per la politica estera». Ha aggiunto di non volere «un Papa che pensa che l’Iran possa avere un’arma nucleare». E ha rivendicato con arroganza il merito della sua elezione: «Se non fossi stato alla Casa Bianca, Leo non sarebbe in Vaticano».
Ai giornalisti, Trump ha dichiarato: «Non sono un grande fan di Papa Leone. È una persona molto liberale, e non crede nella lotta al crimine».
Ma c’è un altro elemento che rende questa situazione esplosiva. Negli ultimi giorni, numerose fonti hanno rivelato che alti ufficiali americani si stanno preparando a disobbedire agli ordini di Trump. L’ex generale Mark Hertling ha dichiarato che i comandanti militari stanno seriamente valutando come opporsi agli ordini di bombardare le infrastrutture civili iraniane – un’azione che costituirebbe un crimine di guerra ai sensi delle Convenzioni di Ginevra.
Trump ha reagito con minacce, accusando i parlamentari democratici che avevano invitato i soldati a disobbedire agli ordini illegali di «comportamento sedizioso, punibile con la MORTE». Eppure, il dilemma è reale: come scrive The Guardian, gli ufficiali si trovano davanti a una scelta drammatica – disobbedire agli ordini o commettere crimini di guerra.
In questo quadro di tensione, la voce dell’arcivescovo Timothy P. Broglio è di importanza capitale. Ordinario militare per gli Stati Uniti, Broglio è il responsabile spirituale di tutti i cappellani e i soldati cattolici delle forze armate americane. Il 21 gennaio 2026, in un’intervista alla BBC, Broglio ha dichiarato che sarebbe «moralmente accettabile» per un soldato disobbedire a un ordine che viola la propria coscienza. «Sarebbe molto difficile per un soldato o un marine disobbedire da solo a un ordine – ha spiegato – ma, nel regno della propria coscienza, sarebbe moralmente accettabile disobbedire».
Pochi giorni fa, in un’intervista alla Cbs, Broglio ha aggiunto un giudizio netto sulla guerra in Iran: «Secondo la teoria della guerra giusta, no» – la guerra non è giustificata. E ha criticato duramente Hegseth per aver invocato Gesù Cristo per benedire il conflitto: «È difficile presentare questa guerra come qualcosa che sarebbe sponsorizzato dal Signore». Gesù, ha ricordato, «ha portato un messaggio di pace».
C’è un filo rosso che lega la lettera di don Lorenzo Milani ai giudici – scritta nel 1965 per difendere l’obiezione di coscienza come scelta etica e civile – e le parole pronunciate il 21 gennaio 2026 dall’arcivescovo americano Timothy P. Broglio. Un filo che attraversa decenni di guerre, silenzi e complicità, per riaffermare una verità scomoda: la coscienza non può essere messa in caserma.
Don Milani scriveva: «L'obbedienza non è più una virtù». Oggi, l’arcivescovo Broglio dice ai soldati americani che possono – anzi, moralmente devono – dire di no a ordini ingiusti.
Questa convergenza è rivoluzionaria. Perché se anche un alto prelato cattolico, incaricato della cura spirituale dell’esercito più potente del mondo, riconosce il diritto-dovere di disobbedire, allora significa che la pace non è solo un’utopia, ma una possibilità concreta nelle mani di ogni singolo soldato.
L’amministrazione Trump, con Hegseth al Pentagono, ha trasformato la politica estera in una crociata. Ma contro questa deriva si levano tre voci importanti: quella di Jeet Heer che denuncia il manicheismo bellicista, quella di papa Leone che difende la pace a costo di insulti presidenziali, e quella dell’arcivescovo Broglio che – come don Milani prima di lui – ricorda ai soldati che la coscienza viene prima degli ordini.
Occorre valorizzare il senso di queste voci. E aggiungiamo: no alla guerra santa, no alla demonizzazione dell’altro, sì alla disobbedienza civile e militare contro ordini criminali.
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