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Cattolici democratici: un ruolo da giocare

Cattolici democratici: un ruolo da giocare

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 20 del 30/05/2026

L’esito del referendum sulla riforma costituzionale in materia di giustizia ha dimostrato che una grande parte di italiani e italiane – e comunque la maggior parte di coloro che hanno votato, con un dato di partecipazione ben superiore alle ultime tornate elettorali – era contraria alle modifiche proposte, oltre che al metodo utilizzato per vararle: senza una vera discussione nel Paese e senza una reale volontà di ascolto e coinvolgimento dell’opposizione, pur trattandosi di uno dei suoi pilastri fondamentali della Costituzione, il potere giudiziario. Una riforma blindata e imposta dal Governo in carica. È emerso un attaccamento alla nostra Carta fondamentale da parte di un grande numero di cittadini, in particolare di giovani.

Un attaccamento non formale, non feticistico, legato alla consapevolezza del suo fondamentale valore per tutti.

Il risultato del referendum ha anche rappresentato una pesante sconfitta per il Governo e la maggioranza parlamentare, ancora più grave se si guarda al livello di esposizione e di aggressività pubblica della presidente del Consiglio Meloni, del ministro della Giustizia Nordio e dei vari esponenti dei partiti di maggioranza.

È evidente, come molti hanno osservato, compresi i partiti usciti vincitori dal voto, che la maggioranza referendaria non può essere interpretata automaticamente come una maggioranza politica, seppure i sondaggi di quest’ultimo periodo diano ormai i due schieramenti quasi alla pari. Se è vero che una piccola parte di elettori di centrodestra ha votato “No” alla riforma, è anche vero che questo è successo anche nel campo del centrosinistra rispetto al voto favorevole.

I sondaggi, si dice giustamente, sono sempre da prendere con le pinze, ma qualche indicazione la danno: seppure la figura di Giorgia Meloni goda ancora di un consenso rilevante, si nota una crescente delusione rispetto alle scelte di questo Governo, ambiguo, incerto, diviso e spesso furbescamente cinico sui temi internazionali, sulle stragi e i conflitti, visto non a torto troppo succube di Donald Trump, in grande difficoltà nell’affrontare i sempre più gravi problemi economici e sociali del Paese.

Che tutto questo possa portare a una vittoria del centrosinistra è, naturalmente tutto da vedere e dipenderà anche dalla capacità di quest’ultimo di presentarsi unito, con un programma serio e convincente e, possibilmente, con una leadership condivisa.

In questo contesto, riemerge periodicamente il tema del ruolo dei cattolici democratici all’interno del centrosinistra e in particolare nel Partito Democratico. La Rete di Trieste è una realtà significativa per diversi di essi, ma giustamente nasce con l’obiettivo di far dialogare e, quando possibile, collaborare esperienze diverse e trasversali in partiti e movimenti di ogni schieramento. Poi ci sono varie forme di coordinamento o associative che si muovono più direttamente nel campo del centrosinistra, che certamente meritano attenzione.

In ogni caso, attorno a questo tema affiorano spesso parole come “disagio” e “riformismo” e in generale interrogativi alla dirigenza del PD e ad alcune scelte e prassi di questo partito. Ora, è indiscutibile che gran parte dell’attuale gruppo dirigente del Partito Democratico, a partire dalla segretaria Elly Schlein, non provenga dalla tradizione cattolico-democratica e certamente chi guida il PD deve saper valorizzare le diverse aree culturali che lo compongono e i loro esponenti; ma va ricordato che ci sono stati vari segretari provenienti esplicitamente dall’esperienza PDS ed ex PCI, come Veltroni, Bersani, Zingaretti, così come altri riferibili all’area cattolica, come Renzi e Letta.

In ogni caso, anche in questa stagione si potrà e si dovrà mettere a frutto la ricchezza di tutte le anime fondative del Partito Democratico, tra cui quella di matrice cristiana.

A questo punto però sorge spontanea una domanda: quando nel mondo “cattolico democratico” si lamenta un certo “disagio” o si invoca “più riformismo”, ci si chiede nel contempo quale contributo di merito si intende dare?

Dichiararsi cattolici democratici può voler dire – ad esempio – essere più favorevoli alle spese militari rispetto a chi è più “a sinistra”? Non mi pare questa la richiesta che proviene, non da oggi – ma oggi molto più di ieri – dalla comunità ecclesiale nelle sue varie espressioni, da quelle di “guida pastorale” a quelle “di base”. Il realismo in politica è necessario, ma l’ eccesso di realismo può essere deleterio.

Cosa si intende esattamente per “riformisti”…?

Di solito si intende per riformismo uno stile politico diverso dal massimalismo o dalla rivoluzione: mi pare difficile ritenere che il Partito Democratico non sia un partito complessivamente riformista e personalmente mi sento da sempre tale anche se, ad esempio, ho votato “No” al referendum costituzionale, come tanti altri riformisti, a differenza di alcuni amici che pure (legittimamente) si definiscono tali: perché c’è riforma e riforma e come alcune di esse sono state fondamentali (come ad esempio il Sistema Sanitario Nazionale voluto da Tina Anselmi), altre a mio avviso hanno avuto effetti nefasti (come ad esempio quella sul sistema radiotelevisivo – la cosiddetta legge Mammì “pro Mediaset”).

Perciò, in sintesi, al di là delle etichette e degli aggettivi che ci si possono attribuire, su che cosa i cattolici democratici del Partito Democratico (o di centrosinistra) vogliono spendersi e qualificarsi?

Per un impegno forte per la pace, la giustizia e la riduzione degli armamenti, la lotta alla povertà, un equo salario, il sostegno alle persone e categorie più fragili, la difesa e il rafforzamento della scuola, dell’università e della sanità pubblica, per un’economia sociale di mercato e per l’economia civile, in cui libertà e capacità di impresa siano sostenute ma entro regole giuste e in grado di accrescere i diritti sociali, quelli dei lavoratori e la redistribuzione del reddito; per politiche migratorie davvero umane e corrette, per il diritto alla casa e al lavoro, per il sostegno alle famiglie, per la lotta all’evasione fiscale, il rilancio del Sud, la lotta alle mafie e ad ogni illegalità, un serio impegno per la tutela dell’ambiente, il contrasto al cambiamento climatico, la riduzione del consumo di suolo e a favore delle energie rinnovabili?

Se sono questi i temi sui quali i cattolici democratici intendono puntare, sulla scia di valori che hanno radici profonde e illustri testimoni del passato oltre che di documenti magisteriali recenti estremamente avanzati e coraggiosi, ebbene, essi possono diventare oggetto di proposte programmatiche nel Partito Democratico e nel centrosinistra.

E credo che, oltre a costituire un contributo utile e di qualità per il nostro Paese, troverebbero ampia condivisione.

In conclusione, più che chiedersi quale spazio abbiano i cattolici democratici nel PD o nel centrosinistra, varrebbe la pena impegnarsi con determinazione nell’ avanzare proposte politiche credibili e realizzabili, sulla base dei nostri valori e della nostra storia.

È questa, a mio avviso, la strada per un rinnovato protagonismo dei cattolici democratici in Italia. 

Sandro Campanini è consigliere comunale del Partito Democratico a Parma, già coordinatore della Rete C3Dem

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