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Il conflitto ha diviso anche la Chiesa

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 9 del 24/01/2009

Negli ultimi 10 anni, quasi 5 milioni di persone sono morte a causa del conflitto in Congo, il maggiore numero di vittime dopo la seconda guerra mondiale. Gli sfollati son più di un milione solo nel Nord-Kivu.

La prima guerra in Congo è iniziata nel 1996, con l’entrata delle truppe ruandesi a sostegno della coalizione armata di Laurent Désiré Kabila che combatteva contro l’allora presidente Mobutu Sese Seko. La coalizione sostenuta anche dall’Uganda, prese Kinshasa, la capitale, quasi un anno dopo, nel 1997.

Finita la guerra, nel 1998 il nuovo presidente Kabila ordinò alle truppe straniere che lo sostenevano di lasciare il paese, scatenando la ripresa del conflitto. In questa fase Angola, Namibia e Zimbabwe appoggiano Kabila contro il Rwanda e l’Uganda che avevano l’obiettivo di controllare il paese e mettere le mani sulle ricchezze minerarie. L’intento era di balcanizzare tutta l’area dei Grandi Laghi rafforzando il potere dei “Batutsi”, tanto più che allora anche in Burundi il potere era nelle loro mani.

Nel 1999 fu firmato un accordo che però non riuscì a fermare la strage dei civili. Nel 2001 L-D Kabila fu assassinato e gli succedette il figlio Joseph Kabila. Ripresero anche i negoziati. Le truppe straniere si ritirarono dal Congo verso la fine del 2003 e fu formato un governo di transizione. Nonostante gli accordi, i massacri e le violenze continuarono, soprattutto nelle regioni confinanti con Rwanda e Uganda, nel Kivu e nell’Ituri. Secondo il Rwanda il problema non era risolto e dunque, per ritornare in Congo, fece entrare in scena, un anno dopo, Laurent Nkunda, capo del movimento ribelle dei Tutsi congolesi, un militare che con l’esercito congolese aveva commesso efferati crimini nel Kivu.

Nel 2006 ci sono finalmente le elezioni in Congo. La speranza del popolo è grande. Nel frattempo, però, proseguono gli scontri tra Nkunda e l’esercito regolare congolese nel Kivu. Nella zona operano anche altri gruppi armati, in particolare le FDLR (Forze per la difesa e la liberazione del Rwanda), milizie hutu d’origine rwandese, considerate dal governo del Rwanda come partecipi del genocidio del 1994. Dal 1998 il Rwanda ha sempre preso a pretesto del suo appoggio a Nkunda il fatto di voler sconfiggere i miliziani. Però il governo ruandese non ha mai voluto che questi armati rientrassero in patria e, nonostante le sue tante incursioni in Congo e il costante appoggio a Nkunda, non né ha mai arrestato uno.

In realtà l’obiettivo del Rwanda è un’altro. È l’egemonia sulla parte orientale del Congo, per continuare lo sfruttamento delle risorse minerarie e delle terre. Il Nord-Kivu non avrà pace se non si esercitetà prima di tutto, e con la forza necessaria, sul Rwanda una pressione costante da parte dei paesi che lo sostengono, Stati Uniti e Gran Bretagna.

Quando gli abitanti della città di Goma, capoluogo del Nord Kivu, ai confini con il Rwanda, vedono attraversare la frontiera camion che provengono da Masisi e Mweso, il cuore del Nord Kivu, pieni di minerali e dirigersi verso Gisenyi, città ruandese al di là del confine, temono di vedere un giorno, ormai non più tanto lontano, il paese svuotato non soltanto di questi minerali, ma anche e soprattutto degli abitanti. I ribelli filoruandesi fanno ricorso ai sistemi più ignobili per mettere sottosopra la regione, persino diffondendo l’aids tra la popolazioni: molti miliziani sono infetti e con gli stupri infettano le donne hutu, comprese le ragazze più giovani. Sembra emergere la volontà di eliminare la popolazione di quest’area in modo da favorire nuovi flussi migratori dal Rwanda, che ha un territorio molto piccolo e un’alta densità abitativa, a differenza del Congo.

E la chiesa? Nel Nord-Kivu, purtroppo, il ruolo della diocesi di Goma è stato pesantissimo. I posti di maggiore responsabilità sono affidati, da una ventina di anni a questa parte, quasi solo a sacerdoti tutsi. La discriminazione nei confronti del clero hutu è una cosa che fa male ai congolesi del Nord-Kivu. I fondi raccolti in occidente per aiutare la popolazione sono stati spesso usati per interessi personali e anche per sostenere il movimento dei ribelli filoruandesi. I ribelli tutsi hanno guadagnato terreno grazie anche alla collaborazione della chiesa che ha mandato preti tutsi a fare i parroci nelle zone dove era strategico favorire i ribelli. Lo scandalo è stato ed è tuttora molto forte. Numerosi sono stati i sacerdoti uccisi nel conflitto, ma la chiesa di Goma non interviene, non denuncia, non ne fa memoria. Non così la chiesa del Sud Kivu, una chiesa martire: i suoi vescovi hanno sempre difeso la popolazione locale fino a dare la vita per essa. La gestione di questa diocesi è stata molte volte oggetto di critica da parte degli altri vescovi della Conferenza episcopale congolese. Ma le cose non sono cambiate.

A Goma e nei dintorni, la gente è ridotta al silenzio, e nessuno in queste condizioni riesce a dire o a scrivere di quello che succede per la paura di essere ucciso. Moltissime famiglie vivono quasi sempre divise perché gli uomini sono spesso costretti ad affiancare le milizie ribelli. Numerosi sono i bambini portati a forza, o per fame, a combattere. La popolazione si sente isolata e impotente.

Quello che rimane per me incomprensibile è l’atteggiamento della comunità internazionale e dell’Unione europea, le cui diplomazie sembrano formate da persone che non conoscono e non capiscono la realtà locale. Ad esempio, come è possibile che siano messi sullo stesso piano, in occasione dei vari tentativi di negoziato,  i rappresentanti del governo congolese democraticamente eletto ed un movimento ribelle, pilotato da un paese straniero? A volte sembra che nei negoziati domini l’ipocrisia.

Anche qui in Italia è strano vedere che, se si organizza un dibattito sul conflitto congolese, non si chiamano i diretti interessati ma solo persone che si dicono esperte che però non conoscono realmente la situazione del Kivu. Si capisce bene, allora, perché l’opinione pubblica si faccia a volte un’idea sbagliata sulle origini di questo sanguinoso conflitto. Anche il libro che ha scritto sul Congo Jean Leonard Touadì, nato nel Congo Brazzaville, oggi deputato del parlamento italiano, rivela non poca confusione nel leggere la storia del Kivu. Noi che siamo nati lì e che ci abbiamo vissuto per tanti anni, prima di venire in Italia, sappiamo chi sono i responsabili dell’inizio del conflitto, fin dal 1993, nelle zone di Masisi e Rutchuru.

Fin da allora è la ribellione tutsi in Rwanda, che ha preceduto la tragedia del ’94, ad aver coinvolto i tutsi congolesi del Kivu, creando ostilità e diffidenze nella popolazione locale. Il conflitto nel Nord Kivu ha distrutto gli equilibri già difficili che esistevano tra etnie diverse e per via dei flussi migratori nella zona, e ora rischia di seminare l’odio in persone che una volta indistintamente sedevano insieme per parlare e condividere situazioni comuni a hutu e tutsi congolesi di fronte a uno stato che ha molto spesso creato non pochi problemi agli uni e agli altri.

Il pretesto che Laurent Nkunda ha sempre sostenuto per giustificare la creazione della sua milizia nell’est del Congo è stata la protezione dei tutsi congolesi dai possibili attacchi delle milizie hutu ruandesi rifugiatesi nel paese dopo gli eccidi del ’94. Ma la realtà è che la gran parte dei tutsi del Kivu vivono in Rwanda dopo che hanno mandato i loro figli a combattere a fianco dei ribelli tutsi e dopo che i tutsi hanno conquistato il potere in questo paese.

E, del resto, recentemente, ad esempio in un’intervista all’Espresso del 15 gennaio, Nkunda dà una diversa motivazione alla sua presenza armata nel Kivu. Dice di combattere per cambiare l’assetto politico dell’intera Repubblica democratica del Congo. Dice che, se le trattative in corso in questi giorni a Nairobi, dovessero fallire, occuperà Goma, capoluogo del Nord Kivu e – ha dichiarato – di lì “andremo a Kinshasa, libereremo la Repubblica, andremo a rovesciare Kabila”. Grandi e diversi, come si constata, sono i suoi disegni. E continua a negare ciò che, invece, davvero conta: l’appoggio del Rwanda e la volontà del governo ruandese di tenere sotto controllo, in un modo o nell’altro, la parte orientale del paese.

 

* L’autore è nato e cresciuto nel Nord-Kivu. È da molti anni in Italia dove si è laureato e lavora

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