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Scuola pubblica: le premesse per un nuovo assalto?

Scuola pubblica: le premesse per un nuovo assalto?

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 42 del 05/12/2015

Alcune Regioni, come il Piemonte e la Sicilia, hanno cominciato a ridimensionare i contributi destinati alle scuole paritarie. Tali interventi sono però stati più che abbondantemente compensati dall’introduzione, nell’ambito del progetto “Buona scuola”, di significative novità: dalla detrazione per chi le frequenta alla possibilità di accedere al meccanismo del 5 per mille. Le sentenze della Corte di Cassazione, che hanno imposto il pagamento delle tasse sugli immobili anche laddove la proprietà degli stessi è di un ente religioso, non sembrano ancora essere state applicate a largo raggio: nel frattempo, il governo ha già organizzato incontri con i vertici degli istituti privati per minimizzarne l’impatto. Ed è di pochi giorni fa la notizia che, nel corso dell’esame della Legge di stabilità, la Commissione Bilancio del Senato ha innalzato lo stanziamento pubblico per le scuole paritarie di 25 milioni.

Non tira insomma una brutta aria per l’istruzione confessionale. Ma evidentemente non basta ancora. Lo mostra bene un recente libro, Il diritto di apprendere, pubblicato da Giappichelli e scritto a sei mani da suor Anna Monia Alfieri, Marco Grumo e Maria Chiara Parola, tutti impegnati in tale settore. Nel volume la richiesta di un enorme aumento dei contributi statali a favore dell’istruzione confessionale è ingegnosamente presentata come un implicito effetto collaterale di una possibile, drastica riduzione della spesa pubblica per la scuola. Riduzione che, in tempi di spending review, si presenta ovviamente come allettante per qualunque livello istituzionale. Gli autori del libro sostengono infatti di aver analizzato i costi che le scuole devono affrontare per assicurare il servizio educativo e di aver quindi individuato un plausibile «costo standard di sostenibilità» che permetterebbe, a seconda del livello di studio, di ridurre (anche della metà) i fondi da stanziare.

È ovviamente legittimo e utile chiedere maggiore efficienza nell’impiego delle risorse fornite dai contribuenti. Ma occorrerebbe farlo con la cautela necessaria. In particolare quando, come in questo caso, la ricerca si basa su un campione che non può certo essere definito rappresentativo, sia per il numero di istituti osservati, sia per la loro tipologia: 16  paritari e cinque statali. Tanto è però bastato al periodico di area ciellina Tempi per realizzare una copertina con un titolo di scatola, “Abbiamo trovato 17 miliardi”, nonché al sito Formiche per pubblicare un articolo della stessa suor Anna Monia in cui la ricerca viene esplicitamente presentata come “La dieta dimagrante per la scuola italiana”.

Non sembra dunque proprio terminata la campagna ideologica in favore dei tagli lineari, che tanti danni ha già procurato. Quel che è più grave, la ricerca in questione non propone in alcun modo di riutilizzare i fondi “risparmiati” in questo modo a beneficio della scuola stessa. Perché la determinazione del «costo standard di sostenibilità» è strumentale alla formulazione di una proposta che sarebbe eufemistico definire estrema: la parità assoluta tra scuole pubbliche e private, a partire dal contributo economico richiesto alle famiglie che vi mandano i propri figli. Che lo Stato può concretizzare, a scelta, o facendosi carico anche delle rette richieste dalle scuole private, oppure chiedendo la corresponsione di rette anche a chi frequenta le scuole pubbliche. Con l’unica eccezione delle famiglie bisognose, e fermo restando che l’eccezione sia garantita allo stesso modo a entrambi i tipi di scuola. 

La radicalità della proposta emerge chiaramente dalle sue implicazioni. Le scuole che non riusciranno a restare dentro al “costo standard” saranno costrette a ricorrere alle rette, pena la chiusura. Gli autori, con un’espressione ultraliberista, la definiscono «equa e sana competizione». Ma soprattutto, se fatte proprie dal governo, queste tesi implicherebbero una riduzione di dieci miliardi di spesa per la scuola pubblica (se si opta per la copertura del costo standard) o addirittura di 21 (se si decide di far pagare le rette alle famiglie), con un aumento dei contributi a favore delle scuole private di quattro/cinque miliardi. E questo a bocce ferme: perché, molto probabilmente, una riforma simile porterebbe rapidamente alla privatizzazione di gran parte del sistema scolastico italiano.

Qualcuno, leggendo questo articolo, penserà che si tratta di una proposta di nicchia a cui non val la pena di dedicare particolare attenzione. Sarebbe in errore. Perché Il diritto di apprendere ha goduto dell’autorevole prefazione della ministra dell’Istruzione Stefania Giannini. Secondo la quale la definizione del costo standard di sostenibilità è «un ulteriore passo per impostare correttamente il tema della libertà di scelta educativa». Una circostanza di una gravità senza precedenti, per la quale la ministra dell’Istruzione dovrebbe per correttezza fornire qualche spiegazione al mondo della scuola pubblica, già duramente colpito con la “Buona scuola”. Che questa fosse soltanto l’antipasto?

Raffaele Carcano è il segretario dell'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti

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