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Pagato il riscatto per Moro

Pagato il riscatto per Moro

Infine, dopo 40 anni, è stato pagato il riscatto per Moro. Tale è il significato della celebrazione ecclesiale avvenuta a San Gregorio al Celio nel quarantesimo anniversario della sua morte cruenta: quel riscatto di cui Moro quando era Presidente del Consiglio, aveva preservato la legittimità nella legislazione del Paese, e che invece era stato impedito quando si trattava di riscattare la sua vita dalle mani delle Brigate Rosse. E non solo era stato impedito il riscatto (Paolo VI aveva fatto raccogliere 10 miliardi), ma era stata considerata preferibile la sua morte, in base alla sentenza di Caifa, ripetuta in quei giorni nelle stanze della Segreteria di Stato di Sua Santità: "perché l'Italia non cada in braccio ai comunisti, è meglio che muoia un uomo solo piuttosto che tutta la nazione perisca". È ciò che risulta dalla testimonianza del vescovo mons. Luigi Bettazzi, che ha presieduto l'eucarestia a San Gregorio, che don Innocenzo Gargano ha ricordato durante l'omelia. Certo, era una parola della Curia, non della Chiesa (il "ministro degli esteri" vaticano che lo disse a Bettazzi era allora il cardinale Villot, non ancora segretario di Stato), e tuttavia è il lampo di verità che illumina tutto il buio (i cosiddetti "misteri") del sequestro e dell'assassinio di Aldo Moro, e che dice, non per via di deduzione politica o storica, ma a viva voce e a chiare lettere, che l'intero sistema di opinione e di potere, interno ed estero, in cui avvenne il dramma, di fatto sposava la tribale sentenza di Caifa e del Sinedrio sul sacrificio necessario di Moro. 

Perciò diciamo che la celebrazione romana del 9 maggio ne ha pagato il riscatto. Essa è stata una liturgia antisacrificale, come lo è ogni eucarestia che fa memoria della morte che per amore, soltanto per amore, Gesù ha pagato ai sacrificatori, ma "una volta per tutte". 

Di più la celebrazione sul colle del Celio (quello dal quale san Gregorio Magno si inventò l'Europa!) è stata un evento sia nella liturgia della Parola che nella liturgia eucaristica. Quest'ultima ha infatti assunto nel mistero sacramentale (il vero mistero!) il significato della prima. E nella liturgia della Parola, accanto alle pagine evangeliche e bibliche di Giobbe e di Giovanni ("il chicco di grano che muore") è entrata come seconda lettura la lettera rivelatrice scritta da Moro al suo partito dal luogo della sua detenzione ("muoio se così decide il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana"): una di quelle lettere che il mondo politico, culturale e mediatico del tempo si affrettò a negare che fossero sue, che fossero "attribuibili" a lui, togliendogli così la parola e facendolo morire di una seconda morte avanti che, dopo 55 giorni, gli venisse inflitta dai brigatisti quella fisica, la prima. 

La coerenza con l'evento liturgico di tale lettura è stata poi illustrata nell'omelia del camaldolese don Innocenzo Gargano, che ha ricordato come san Gregorio parlasse di due libri su cui saremo giudicati: il libro delle Scritture e il libro scritto da uomini e donne che hanno talmente inciso la Parola di Dio nella propria vita, da poter essere considerati Scrittura santa vivente. Essi sono pertanto, come battezzati, degli "alter Christus", così come l'on. Moro ha rappresentato nei nostri tempi una presenza di Cristo sulla terra, e non c'è differenza tra Giobbe e lui; Moro "fedele discepolo di Gesù" è fedele alla Costituzione non violenta che lui stesso aveva contribuito a creare e che ora veniva tradita.

Nella preghiera dei fedeli il vescovo Bettazzi ha prima di tutto pregato per il papa, perché il papa dice sempre: "non dimenticatevi di pregare per me", e una preghiera è stata fatta per i figli di Aldo Moro e in particolare per Agnese che aveva scritto di ringraziare tutti ma che avrebbe preferito in quella giornata "stare in raccoglimento solitario"; e si è pregato per l'Italia che Moro voleva migliore, e per il mondo che migliorerebbe con lei.

Quanto ciò sarebbe necessario è mostrato oggi sia dalla minaccia di guerra che torna a infiammare il Medio Oriente dove il nuovo nemico da abbattere viene individuato nell'Iran, sia dalla deriva nella concezione stessa dello Stato d'Israele che sta per definirsi come Stato ebraico, abbandonando la parola "democratico" nel suo statuto, come denuncia una preoccupata lettera di Ebrei italiani che prende occasione dal trasferimento del Giro d'Italia ("Un giro dalla parta sbagliata") a Gerusalemme.            

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