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Un cristiano non può votare per Bolsonaro. E il vescovo brasiliano viene coperto da insulti

Un cristiano non può votare per Bolsonaro. E il vescovo brasiliano viene coperto da insulti

RUY BARBOSA-ADISTA. Fra le polemiche che stanno accompagnando questo scorcio di campagna elettorale in Brasile, al voto il 7 ottobre, quella che vede coinvolta la Chiesa cattolica, schierata contro i valori anti-evangelici della destra, è inevitabile e chiarificatrice. Mons. André de Witte, vescovo della diocesi di Ruy Barbosa (nello Stato di Bahia) e presidente della Commissione Pastorale della Terra, in seno alla Conferenza episcopale brasiliana (CNBB), è stato duramente attaccato sui social media dai sostenitori del candidato filo-fascista alle presidenziali Jair Bolsonaro (Partito Social-liberale) per la “Lettera al popolo di Dio sulle elezioni 2018”  pubblicata sul sito della diocesi il 24 settembre. La notizia è giunta all'Agenzia Fides da p. Gilvander Moreira, assistente teologico della Commissione, nello Stato di Minas Gerais. Gli attacchi sono confermati, sostiene Fides, da altri sacerdoti e laici di Ruy Barbosa, preoccupati per la situazione.

Son saltati i nervi ai fautori di Bolsonaro perché il vescovo ha raccomandato nella sua missiva di non scegliere senatori e deputati federali che hanno sostenuto «l'emendamento costituzionale n.95/2016, conosciuto come “PEC della Morte” (il congelamento per 20 anni di ogni tipo di investimento in politiche pubbliche e sociali) e la riforma del lavoro». Ed ha anche chiesto di non votare candidati «che attacchino i diritti umani e difendano l'uso delle armi come soluzione ai problemi sociali», e neppure quanti «non difendano i valori della vita dalla fecondazione fino alla morte naturale, della famiglia secondo il progetto di Dio, della libertà religiosa, del rispetto, della salute, dell'educazione, del diritto a un tetto e della preservazione dell'ambiente».

Piuttosto, è il consiglio di de Witte, si scelgano persone che «lottano per il riconoscimento dei territori indigeni», delle comunità «quilombolas» (discendenti di schiavi afrobrasiliani) e degli zingari, e «che si impegnano per la riforma agraria, per l'edilizia popolare e per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici». E si stia attenti a verificare se i candidati, non solo alla Presidenza ma anche alla Camera e al Senato, «sono più preoccupati di un buon marketing della loro immagine nella campagna elettorale anziché di presentare proposte per i grandi problemi sociali del Paese».

Sulla stressa lunghezza d'onda, mons. Reginaldo Andrietta, vescovo di Jales (Stato di San Pablo) – riferisce Fides –  ha scritto: «Sono scandalose le posizioni di molti cristiani e il sostegno a un candidato alla presidenza che semina violenza, odio, razzismo, omofobia e pregiudizi verso le donne e i poveri». Il vescovo ha denunciato chi «utilizza falsamente le tematiche dell'aborto, del gender, della famiglia e dell'etica; fa apologia della tortura, della pena di morte dell'uso delle armi; è accusato di ingiuria e di incitazione allo stupro», mentre «altri canditati usano il nome di Dio invano, cosa che la Sacra Scrittura censura».

Il riferimento esplicito, osserva l’Agenzia, è al candidato Bolsonaro, capitano dell'esercito in pensione che ostenta il suo cattolicesimo ed è esplicitamente sostenuto da Chiese neopentecostali. Bolsonaro recentemente si è addirittura spinto a sostenere la disuguaglianza salariale tra uomini e donne, e nel 2014 ha pronunciato frasi offensive verso neri, indios e zingari e. Il 29 settembre Bolsonaro ha dichiarato in un'intervista: «Per ciò che vedo nelle piazze, non accetterò un risultato che non sia la mia elezione».

*Foto di Klaus with K tratta da Wikimedia Commons immagine originale e licenza

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