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Coronavirus: il vicario del papa chiude le chiese di Roma, il papa le riapre

Coronavirus: il vicario del papa chiude le chiese di Roma, il papa le riapre

CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Papa Francesco rimette in riga il suo vicario a Roma, il card. Angelo De Donatis, e con lui, in maniera preventiva, tutti i vescovi che avessero in animo di chiudere le chiese per evitare la diffusione del Covid-19.

Giovedì scorso, 12 marzo, il card. De Donatis, emana un decreto (prot. n. 468/20) che, viste le nuove misure restrittive della Presidenza del consiglio dei ministri, dispone, fino al 3 aprile, il divieto di accesso «alle chiese parrocchiali e non parrocchiali della Diocesi di Roma, aperte al pubblico, e più in generale agli edifici di culto di qualunque genere aperti al pubblico». I fedeli di conseguenza, precisa il cardinal vicario – ma si tratta di una precisazione superflua dal momento che le celebrazioni delle messe con la partecipazione del popolo sono già proibite da qualche giorno per disposizioni del governo –, sono «dispensati dall’obbligo di soddisfare al precetto festivo». E opportunamente De Donatis ricorda le parole di Gesù nel Vangelo di Matteo: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». Insomma, per pregare non c’è bisogno di andare in chiesa».

Una decisione, quella del vicario del papa per la diocesi di Roma, che si appoggia anche una nuova indicazione della Conferenza episcopale italiana che, sempre il 12 marzo, con una nota dell’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali, afferma: «Viviamo una situazione gravissima sul piano sanitario […] A ciascuno, in particolare, viene chiesto di avere la massima attenzione, perché un’eventuale sua imprudenza nell’osservare le misure sanitarie potrebbe danneggiare altre persone. Di questa responsabilità può essere espressione anche la decisione di chiudere le chiese. Questo non perché lo Stato ce lo imponga, ma per un senso di appartenenza alla famiglia umana, esposta ad un virus di cui ancora non conosciamo la natura né la propagazione». I vescovi quindi, fa sapere la Cei, se lo ritengono opportuno, posso decidere di chiudere le chiese delle proprie diocesi.

Il giorno successivo però, 13 marzo, durante la messa a Santa Marta (in streaming), papa Francesco scompiglia le carte e dice che «le misure drastiche non sempre sono buone». E per essere ancora più chiaro, sempre nella mattinata del 13, quindi contravvenendo alla disposizione di De Donatis, l’elemosiniere del papa, il card. Konrad Krajewski, apre la chiesa di cui è titolare a Roma, Santa Maria Immacolata all’Esquilino, sottolineando che, «nel pieno rispetto delle norme di sicurezza è mio diritto assicurare ai poveri una chiesa aperta».

L’effetto è immediato. Subito De Donatis fa marcia indietro ed emana un nuovo decreto (prot. n. 469/20), che corregge il precedente e interrompe la serrata che egli stesso aveva disposto. «Si esortano i fedeli, fino a venerdì 3 aprile, ad attenersi con matura coscienza e con senso di responsabilità alle direttive dei Decreti della Presidenza del consiglio dei ministri di questi ultimi giorni, in particolare quelle del cosisdetto Decreto “#Io resto a casa#” – scrive De Donatis –. In conseguenza di questo sopra esposto, i fedeli sono dispensati dall’obbligo di soddisfare al precetto festivo. Rimangono chiuse all’accesso del pubblico le chiese non parrocchiali e più in generale gli edifici di culto di qualunque genere; restano invece aperte le chiese parrocchiali e quelle che sono sedi di missioni con cura d’anime ed equiparate».

E questa è la situazione che c’è in tutta Italia. Da un monitoraggio effettuato da Adista, risulta che nelle principali diocesi italiani (Milano, Torino, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Napoli, Palermo) le chiese restano aperte per la preghiera individuale. Unica eccezione – perlomeno fra quelle verificate da Adista – la diocesi di Agrigento, dove l’arcivescovo, card. Francesco Montenegro, nella giornata del 13 marzo (quindi dopo le parole del papa a Santa Marta), ha chiuso tutte le chiese.

«Da oggi e sino a nuove disposizioni, in ottemperanza delle indicazioni della Ce, dispongo che rimangano chiuse al pubblico le chiese parrocchiali e non parrocchiali e in generale gli edifici di culto di qualunque genere – scrive Montenegro –. I fedeli sono in conseguenza dispensati dall’obbligo di soddisfare al precetto festivo come previsto dai cann. 1246-1247 del CJC.  Le nuove disposizioni del governo ci chiedono di non uscire di casa per evitare qualsiasi contatto e per rallentare, in questo modo, il contagio. Ci sembra doveroso e responsabile dare un segnale che mostri coerenza con quello che il paese sta vivendo. Mentre ve lo chiedo (come già stanno facendo altri vescovi) ne avverto tutta la pesantezza perché potrebbe passare il segnale che il Signore venga dopo cose quali la spesa, la farmacia … Lo ripeto: se scegliamo questa ulteriore misura è solo per tutelare la salute nostra e dei nostri fratelli e per evitare che il sistema sanitario vada in tilt».

Certo, un interrogativo resta. Se la preghiera non è contemplata fra le eccezioni (lavoro, salute, necessità) per uscire di casa, il fedele che va in chiesa a pregare verrà multato? Sembra essene accorto un altro vescovo siciliano, mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, che precisa: «Nella misura in cui sia possibile assicurarne la diligente custodia, manteniamo aperte le chiese come segno della prossimità di Dio in mezzo al suo popolo e per dare la possibilità a chi si trovasse di passaggio (per esigenze di lavoro, o sanitarie, o di acquisto di generi di prima necessità) di sostare brevemente in preghiera».

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