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DENTRO LE MURA / 11: La (ri)scoperta ecclesiale dell’ambiente digitale: tra luci e ombre

DENTRO LE MURA / 11: La (ri)scoperta ecclesiale dell’ambiente digitale: tra luci e ombre

In questi tempi di isolamento e confinamento, la Chiesa, nelle sue varie espressioni, è sfidata ad essere più “audace e creativa” nel ripensare lo stile e i metodi di evangelizzazione (cfr. Evangelii gaudium, n. 33). La pandemia del coronavirus sta trasformando la vita e la pratica della Chiesa in diversi modi.

Di fronte alla sospensione delle messe e di altri incontri ecclesiali in varie diocesi e parrocchie di tutto il mondo – a cominciare dal Vaticano, dove le celebrazioni liturgiche di tutta la Settimana Santa non saranno aperte al pubblico – la comunità cristiana volge il suo sguardo e le sue energie principalmente all’ambiente digitale.   

In molti paesi, stati e città che hanno praticamente chiuso tutto, la Chiesa può continuare a essere – e forse anche di più – “in uscita”, come chiede Papa Francesco. Questa volta, tuttavia, per le “strade digitali”, che, come dice il Papa, sono anche “affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza”.

Giovanni Paolo II già affermava, nel suo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (GMCS) del 2002, che “internet può offrire magnifiche opportunità di evangelizzazione”. Il suo successore, Benedetto XVI, diceva che “l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone” e, quindi, “se la Buona Notizia non è fatta conoscere anche nell’ambiente digitale, potrebbe essere assente nell’esperienza di molti” (GMCS 2013).

Oggi Papa Francesco ribadisce anche che “internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio”. Secondo lui, “la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane” (GMCS 2014).

In questo momento storico e senza precedenti nella vita della Chiesa e delle religioni in generale, tuttavia, ci sono spesso approcci affrettati o allontanamenti impauriti dall’ambiente digitale. Nel caso cristiano, ciò rende difficile per la pastorale “incarnarsi” più profondamente nella cultura emergente. Per questo motivo, è importante prestare attenzione e riflettere su alcune questioni comunicative che emergono di fronte a questo “segno dei tempi” della pandemia e che incidono su aspetti teologici, ecclesiologici e pastorali, del rapporto tra la Chiesa e l’ambiente digitale. Il pensiero di Papa Francesco contribuisce molto in questo senso.

Sottolineo qui tre punti specifici che richiedono nuove interpretazioni e significazioni: le nozioni di comunicazione e relazione; di partecipazione e presenza; e di comunità. Nell’ambiente digitale, specialmente in tempo di isolamento sociale, queste esperienze sono vissute in modi innovativi, e, quindi, anche il modo in cui le pensiamo e le enunciamo dev’essere problematizzato.

 

Comunicazione e relazione, non solo trasmissione, messa in scena o esibizione

Un meme che circola sulle reti, rivela, in tono umoristico, un po’ quello che stiamo vivendo in questo periodo di isolamento sociale: “Ho paura di aprire il frigorifero e di incontrare un ‘live’ dentro”, cioè un’altra trasmissione in diretta nei social media...    

Questo vale anche per la Chiesa. Di fronte alla natura senza precedenti di questo “confinamento liturgico”, la risposta quasi automatica di innumerevoli diocesi, parrocchie e movimenti, è stata quella di promuovere più trasmissioni di messa o altri momenti di riflessione, formazione e preghiera, via TV, radio ed internet. In molti casi, si percepisce un grande sforzo da parte di presbiteri, religiosi e laici, spesso di fronte a vari limiti tecnici e tecnologici, in modo da poter offrire tali ambienti di incontro e, così, superare l’isolamento e accorciare le distanze.

In questo senso, un primo punto da evidenziare è che, su internet, ciò che viene trasmesso in diretta solitamente rimane disponibile sulla rete, in modo che possa essere guardato di nuovo dopo, in qualsiasi momento. Ma per tutta la liturgia, specialmente per la celebrazione eucaristica, il tempo è un elemento fondamentale. Non c’è il “replay” della messa. Tutta la liturgia, e in particolare l’eucaristia, è il memoriale della passione, morte e risurrezione del Signore, e la celebrazione dell’unità e della comunione di tutta la Chiesa. La trasmissione liturgica via media, pertanto, deve essere sempre in diretta, per permettere il legame temporale tra la comunità che celebra insieme a distanza.

Le potenzialità del digitale, tuttavia, possono anche comportare alcuni rischi per la vita di fede. Come, ad esempio, il favorire un certo automatismo e semplicismo delle risposte pastorali di fronte a uno scenario senza precedenti come quello attuale. Nell’affanno di trasmettere celebrazioni e riti, c’è il rischio di trasformare la celebrazione della messa in un semplice spettacolo, in una “messa in scena”. E, d’altra parte, di dimenticare che c’è una persona dall’altra parte dello schermo, che è anche chiamata a partecipare “attivamente ed efficacemente” alla liturgia, anche se a distanza.

Il rischio, insomma, è di ignorare “l’altro” nella sua umanità. Si ricerca una connessione, ma evitando o ignorando il contatto. L’altra persona può essere considerata come un semplice “spettatore” passivo, “cosificato”, come un “numero” in più ad essere conteggiato dalle percentuali di pubblico e di visualizzazioni.

Ancor peggio è approfittarsi – negativamente – di questo periodo senza precedenti e dell’attenzione delle persone connesse, per cercare di “pompare” e “diventare virali” sulle reti. Ci sono già molti video e sussidi religiosi in rete che, alla fine, sono autoreferenziali, attirando l’attenzione solo sui propri autori, nel tentativo di aumentare la visibilità personale. Insieme a questo, c’è spesso un “clericalismo mediatico”, se non addirittura un “esibizionismo clericalista”, in cui tutta la comunicazione pastorale in rete ruota attorno al prete o alla celebrazione della messa (incentrata anche sul prete).

Nella trasmissione delle celebrazioni, spetta in particolare ai presbiteri rendersi conto che ciò che stanno celebrando non è una “messa privata”. Il Codice di Diritto Canonico chiarisce che “le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa stessa ... cioè [del] popolo santo” (can. 837). Né sono solo un “monologo messo in scena” di fronte alle videocamere ed eseguito solo ed esclusivamente dal prete.

Al contrario, la celebrazione dell’eucaristia, come indicato nell’ Ordinamento Generale del Messale Romano (OGMR), è sempre “azione di tutta la Chiesa” (n. 5). Si tratta di un gesto comunitario, presieduto dal presbitero, ma celebrato congiuntamente dal popolo, da persone concrete, in carne ed ossa, che, nell’ambiente digitale, sono presenti a distanza e devono essere prese in considerazione per poter partecipare attivamente al rito. Ancor più, in rete, è necessario “ravvivare l’azione di tutta la comunità” (OGMR 35).

Pertanto, più che uno stretto focus sulla trasmissione, è necessario tenere conto del processo comunicativo e interazionale che si instaura nell’ambiente digitale. Ciò non significa sottovalutare la qualità tecnica della trasmissione: al contrario, questa è essenziale per aiutare i fedeli a vivere il rito e sperimentare la grazia di Dio. Tuttavia, ancora più importante è rendere possibile la costruzione di relazioni interpersonali in rete e non solo radunare “gente per ascoltare” e “gente per vedere”. Anche sapendo che c’è qualcuno “di fronte a me” (in questo caso, dall’altra parte della camera e dello schermo), l’attenzione alla mera trasmissione e ai suoi aspetti tecnici, può trascurare precisamente la necessità di stabilire una relazione in rete, umanizzata ed umanizzante, con persone umane.

Come dice Francesco, “il contesto attuale chiama tutti noi a investire sulle relazioni, ad affermare anche nella rete e attraverso la rete il carattere interpersonale della nostra umanità” (GMCS 2019).

In modo particolare in questi tempi, ci vogliono audacia e creatività pastorali, ma sempre volte al bene degli altri e della comunità. È meglio evitare di avanzare tecnologicamente se ciò significa tornare indietro teologicamente ed ecclesialmente, per mancanza di discernimento. Ciò si riflette nel modo in cui ciò che viene trasmesso viene annunciato ed enunciato.

 

Partecipazione e presenza, non semplice assistenza, udienza o assenza

Il digitale mette in evidenza i limiti del nostro linguaggio, soprattutto in relazione al modo in cui riusciamo o no ad esprimere nuove esperienze umane e sociali portate dal processo di digitalizzazione. Ma soprattutto i limiti del linguaggio ecclesiastico stesso, quando si cerca di esprimere ciò che viene detto e ciò che viene fatto liturgicamente.

In questo tempo di isolamento sociale, la Chiesa è costretta a stabilire un “confinamento liturgico”. È il caso della Prefettura della Casa Pontificia, che, sul suo sito web, avverte che “a motivo dell’attuale emergenza sanitaria internazionale, tutte le Celebrazioni Liturgiche della Settimana Santa si svolgeranno senza la presenza fisica di fedeli”.

Diverse diocesi in tutto il mondo hanno anche pubblicato dichiarazioni e decreti che esentano i fedeli dall’obbligo di “partecipare fisicamente” alle celebrazioni domenicali nelle loro comunità. Altri documenti affermano inoltre che le celebrazioni si svolgeranno “senza popolo” (sine populo).

In tutti questi casi, si sottolinea che la partecipazione potrebbe avvenire attraverso le trasmissioni in diretta di tali celebrazioni su siti web, sui social, TV e radio. 

È importante, però, ricordare che l’OGMR indica tre diversi modi di celebrare la messa:

  1. la “messa con il popolo”,
  2. la “messa concelebrata” e
  3. la “messa a cui partecipa un solo ministro”.

In questo tempo senza precedenti, la Chiesa propone, dunque, la celebrazione di quest’ultima, intesa, secondo l’OGMR, come la “messa celebrata dal sacerdote con la sola presenza di un ministro che gli risponde” (n. 252), ma ora trasmessa dai media. (E dice anche esplicitamente: “La celebrazione senza ministro o senza almeno qualche fedele non si faccia se non per un giusto e ragionevole motivo”, n. 254.)

Diversi siti web cattolici hanno persino pubblicato alcune istruzioni su come prepararsi per la “messa a casa” durante la quarantena imposta dal coronavirus. Si suggerisce, ad esempio, di preparare la propria casa e creare un “ambiente celebrativo” e si invita a partecipare “attivamente ed efficacemente” alla liturgia trasmessa dai media. Questa consapevolezza è importante, poiché la semplice connessione non significa necessariamente partecipazione. Questa non è un’azione automatica: per partecipare è necessario agire attivamente, consapevolmente. E, per questo, è necessario educare pedagogicamente i fedeli a queste nuove forme di partecipazione.

Tuttavia, tra ciò che viene detto e ciò che viene fatto, sorge un paradosso: se una messa “senza popolo” o “senza la presenza dei fedeli” viene trasmessa in diretta, precisamente in modo che il popolo e i fedeli possano parteciparvi “attivamente ed efficacemente”, è possibile continuare ad affermare l’assenza di questo stesso popolo? La mediazione digitale consente una forma di presenza o, al contrario, rafforza l’assenza delle persone? Le tecnologie “depresenzializzerebbero” il contatto umano?

Specificare che si tratta di un’assenza della presenza “fisica” non risolve il problema. Se la presenza non è fisica, di che tipo è? Spirituale? Psichica? Mentale? Mistica? Ma tutte queste presenze non sono sempre permeate da un’esperienza corporea, materiale, tattile, sensibile, insomma, fisica? Quando stabiliamo un “contatto” in rete, ci troviamo di fronte a nuove esperienze di “tatto”, in cui non rinunciamo ai nostri corpi, affetti, sensazioni, sentimenti.

Lo stesso Francesco ha già affermato: “l’uso del social web è complementare all’incontro in carne e ossa, che vive attraverso il corpo, il cuore, gli occhi, lo sguardo, il respiro dell’altro. Se la rete è usata come prolungamento o come attesa di tale incontro, allora non tradisce sé stessa e rimane una risorsa per la comunione” (GMCS 2019).

Un esempio di questa complementarietà è stato lo storico momento di preghiera condotto da Papa Francesco venerdì 27 marzo, in una Piazza San Pietro deserta. Un’esperienza che ci porta anche a ripensare ciò che intendiamo per presenza e partecipazione.

Quando aveva invitato per questo momento di preghiera, all’Angelus del 22 marzo, Francesco ricordò che il rito sarebbe stato celebrato con la piazza vuota, a causa della pandemia. E ha detto: “Invito tutti a partecipare spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione”. E questa partecipazione implicava anche la possibilità di ricevere un’indulgenza plenaria insieme alla benedizione Urbi et Orbi. In altre parole, non era una mera “assistenza” dei gesti o “udienza” delle parole del papa, ma qualcosa di più profondamente attivo da parte di coloro che seguissero il rito attraverso i media.

Sebbene le persone non fossero fisicamente “lì”, in Piazza, erano certamente presenti in preghiera dai più svariati punti cardinali del globo e hanno partecipato con tutto il loro corpo a questa esperienza di fede, “toccate” fisicamente da ciò che vedevano, ascoltavano e sentivano attraverso i media.

Per dare una dimensione di questo fenomeno, si stima che l’area di Piazza San Pietro possa riunire “fisicamente” circa 300.000 persone. In quel venerdì, durante l’omelia del Papa, erano collegate alla trasmissione di Vatican News su YouTube, oltre 84.000 persone sull’ account italiano, 170.000 sull’ account portoghese, 270.000 sull’ account inglese, 520.000 sull’ account spagnolo. Più di 1 milione di persone! Per non parlare degli account in altre lingue e di tutte le altre milioni di persone che hanno seguito altri siti web, social, canali TV e radio sparsi in tutto il pianeta (i giornali italiani hanno riferito che solo RaiUno ha riunito più di 8 milioni di spettatori, solo in Italia, durante il rito).

Quindi, anche nelle nostre connessioni in rete, mediati dalle tecnologie digitali, siamo tutti fisicamente presenti, sebbene in punti geografici differenti. In altre parole, l’ambiente digitale sovverte la nozione di “spazio” e di “luogo”. Il ruolo dei “templi di pietra” stessi soffre una trasformazione.

Storicamente, nelle diverse tradizioni religiose, il tempio era considerato un’axis mundi – asse, pilastro, centro del mondo –, un punto specifico nello spazio geografico che dava accesso a un’ “apertura” ai cieli, al “mondo degli dei”. Cioè, uno spazio sacro. Ecco l’importanza del Tempio di Gerusalemme, la Basilica di San Pietro, la Grande Moschea della Mecca, per citarne alcuni.

Su internet e sulle reti digitali, tuttavia, il tempio diventa ubiquo, il suo accesso è pubblico e ovunque. In un mondo connesso, in cui tutto e ogni punto danno accesso alla rete, il “centro del mondo” – spazio sacro per eccellenza – non si trova più in un punto geografico, ma si trova ovunque in cui si ha accesso ad internet e alle reti digitali. Adesso il “centro” è qui – ovunque ci si trovi.

Comprendiamo che l’affermazione dell’“assenza” si riferisce al fatto che i fedeli non si trovano nello stesso luogo geografico del prete o del vescovo che presiede la celebrazione. Il rischio, però, è che il linguaggio usato suggerisca che il riferimento centrale per la celebrazione della messa o persino della vita della Chiesa stessa sia il prete o il clero in generale. Tuttavia, in tutta la liturgia, Cristo è l’“unico Mediatore” (OGMR 5), che congrega l’assemblea attorno a Lui. La celebrazione della messa è sempre un’“azione di Cristo e del popolo di Dio” (ibid., n. 16), attraverso il “sacerdozio ministeriale, che è proprio del Vescovo e del presbitero” e anche il “sacerdozio regale dei fedeli” (ibid., nn. 4-5).

In questi giorni di isolamento, il popolo di Dio continua a essere in grado di radunarsi attorno all’altare, “il centro di tutta la Liturgia eucaristica” (OGMR 73) e “il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione dei fedeli” (ibid., n. 299), ovunque si trovi. La differenza ora è che ciò si verifica grazie a nuove forme di presenza fisica e di partecipazione attiva, anche se a distanza, rese possibili dai media digitali.

Pertanto, se invitiamo il popolo a partecipare a distanza alle messe annunciate come “senza popolo” o “senza la presenza (fisica) dei fedeli”, c’è un’intera teologia e un’ecclesiologia da ripensare, specialmente in relazione a chi veramente celebra la liturgia e a chi compone l’assemblea celebrante e celebrativa. Questo ci porta a ripensare ciò che intendiamo per comunità, in tempi di reti digitali.

 

Comunità in rete, non solo connessioni di individui

In questi momenti di isolamento sociale, il rapporto che abbiamo con i nostri fratelli e sorelle di fede acquisisce una nuova importanza. È un tempo per riconoscere ancora più fortemente che – da vicino o a distanza – “per essere me stesso ho bisogno dell’altro”, come dice Francesco (GMCS 2019).

Quindi questo è un buon momento per rendersi conto che una comunità è più di una semplice congregazione di individui. La missione cristiana non è quella di favorire un “individualismo connesso”. Al contrario, una comunità è principalmente una “rete solidale”, come afferma il papa, che “richiede l’ascolto reciproco e il dialogo, basato sull’uso responsabile del linguaggio” (GMCS 2019).

Di fronte a questo scenario, al fine di promuovere una buona “pastorale digitale” in questi giorni, settimane o mesi in cui molte “chiese di pietra” saranno chiuse e in cui gli incontri saranno possibili solo in rete, è importante tenere conto di tre premesse fondamentali:

1) Sebbene mediati da macchine, c’è sempre un “altro” dall’altro lato dello schermo, una persona, un essere umano. Tutto ciò che facciamo in rete, come Chiesa, deve considerare il “volto” di questa persona con cui comunichiamo, le sue gioie e speranze, le sue tristezze e angosce.

2) L’obiettivo principale di una pastorale nell’ambiente digitale – più che un “bombardamento di messaggi religiosi”, come afferma Papa Francesco (GMCS 2014) – è precisamente quello di rafforzare i rapporti con persone in carne ed ossa che ci accompagnano in rete e, con loro, formare comunità, a partire dal “com-une” che ci unisce, collaborando alla costruzione della com-unione della Chiesa.

3) Questa comunità in rete, a sua volta, per quanto buone e perfezionate siano le tecniche e le tecnologie utilizzate, non è convocata e riunita dal comunicatore cristiano, per quanto grandi siano i suoi sforzi e per quanto buone possano essere le sue qualità, ma piuttosto da Dio stesso, che prende l’iniziativa di questo incontro e della cui comunicazione siamo semplici “estensori” (cfr. San Paolo VI, Ecclesiam suam, n. 74).

Nel secolo scorso, la Chiesa dell’America Latina ha offerto al mondo uno dei principali frutti del Concilio Ecumenico Vaticano II, le comunità ecclesiali di base (CEB), un nuovo modo di essere Chiesa e di vivere la comunità. Oggi potremmo dire che stiamo di fronte all’emergere di vere “comunità ecclesiali digitali” (CED). Queste comunità aggiornerebbero, con altri “mezzi” e in altri “ambienti”, la stessa ricerca e necessità di esperienza religiosa, di vincolo interpersonale e anche di cittadinanza ecclesiale, soprattutto per uomini e donne laici che ora trovano nella rete uno spazio di autonomia (purtroppo, anche con le sue numerose distorsioni ed estremismi).

Le CED, così come le CEB storiche, puntano a un’ecclesialità “nuova-ancora-non-vissuta” in mezzo alle variazioni storiche delle forme comunitarie della Chiesa. L’ambiente digitale, quindi, data la natura senza precedenti di questo momento storico per la Chiesa, consente nuove formazioni ecclesiali e comunitarie in rete, spesso superando le configurazioni spazio-temporali della struttura ecclesiastica locale (parrocchia, diocesi, ecc.). Questo indica una ricerca di relazioni altre in ambienti altri, creando e anche inventando positivamente esperienze di vita e comunicazione della fede.

 

In conclusione: reti di incontro, ascolto e dialogo

Per superare la mera trasmissione/esibizione, la mera assistenza/udienza e il mero individualismo in rete, abbiamo bisogno di trovare modi per consentire un vero incontro, un vero ascolto e un vero dialogo con le persone che si connettono con le reti digitali della Chiesa.

Prima di tutto, trovare, ascoltare e dialogare con le persone che sono dall’altra parte dello schermo e con le quali comunichiamo: chi sono? Cosa vogliono, cosa cercano, di cosa hanno bisogno? Come promuovere che possano anche essere ascoltate, specialmente in questo momento di tanti dubbi e angosce? Come rendere possibile che anche loro possano comunicare qualcosa sulla fede? Come possiamo potenziare la loro voce con i nostri mezzi (servizi, applicazioni, piattaforme, ecc.)?

Quindi, trovare, ascoltare e dialogare anche con altri cristiani e cristiane che agiscono pastoralmente nell’ambiente digitale: cosa stanno facendo? Come stano facendo quello che stanno facendo? Quali potenzialità e difficoltà stanno incontrando? Cosa non riescono a fare? Come possiamo rispondere in modo creativo ai bisogni umani che non vengono affrontati dalle azioni esistenti?

Infine, trovare, ascoltare e dialogare con la società più ampia: come possiamo espanderci e andare oltre le nostre “connessioni” per mettere in pratica la solidarietà cristiana di fronte alla pandemia, anche in un contesto di isolamento sociale? Questo significa anche pensare a delle vie di uscita digitali dalla “paura del contagio”, che ci chiude non solo all’interno delle nostre case, ma anche all’interno dei nostri egoismi.

Sono molte le persone indebolite dalla pandemia, nei loro corpi, in molti modi: dalla vulnerabilità fisica, dalla miseria, dal pregiudizio, dalla solitudine, dalla paura e dall’insicurezza. Come può la Chiesa, nelle sue varie reti, digitali o no, rispondere a queste grida, anche se le sue “porte di legno” sono chiuse? Come è possibile spalancare le “porte digitali” della Chiesa per accogliere questi clamori e venire in aiuto a queste persone?

Insomma, è necessario tenere sempre presente il “perché” e “con chi” la Chiesa compie tutti i suoi sforzi comunicativi. Il “luogo” dell’incontro cambia a seconda delle persone e dei tempi, e oggi acquisisce nuovi significati e sviluppi nell’ambiente digitale.

“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo 18,20). L’importante non è il “dove”, ma il riunirsi in comunità nel nome di Gesù – in rete o no.

In questo senso, “incarnare digitalmente” l’azione evangelizzatrice significa riconoscere che, anche in rete, “l’amore di Cristo ci ha riuniti” come fratelli e sorelle, e che “Egli è in mezzo a noi” anche quando siamo a distanza e mediati da dispositivi elettronici.

 

[1] Giornalista, traduttore, dottore in Scienze della Comunicazione e professore collaboratore all’università gesuita Unisinos, in Brasile. È stato membro del comitato di redazione del “Direttorio per la comunicazione della Chiesa in Brasile”, della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB). Dal 2008 al 2012 ha coordinato l’ufficio brasiliano della World Ethics Foundation (Stiftung Weltethos), fondata da Hans Küng. Suo ultimo libro, in portoghese, è intitolato “Comunicar a fé: por quê? Para quê? Com quem?” (Vozes, 2020). In italiano, ha pubblicato il testo “L’assemblea in rete e la mediamorfosi della fede”, nella Rivista di Pastorale Liturgica (Brescia, Queriniana, 6/2012).

*Foto di Gerd Altmann tratta da Pixabay, immagine oiginale e licenza

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