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"Minerali insanguinati": in vigore il regolamento Ue sulla tracciabilità

La notizia, diffusa anche da Nigrizia pochi giorni fa, è una di quelle che fanno bene al senso di fiducia nelle istituzioni comunitarie. Informa infatti Raffaello Zordan nell’articolo che, dopo anni di mobilitazioni, finalmente «l’Unione europea si è data una legge che obbliga le imprese a dichiarare la provenienza di quattro minerali – stagno, tantalio, tungsteno e oro – che possono alimentare conflitti e instabilità». Inoltre, altra bella notizia, essendo il regolamento lo strumento legislativo più efficace, «il provvedimento non deve essere ratificato dagli Stati e vale su tutto il territorio Ue».

La filiera dalla miniera al consumatore dei cosiddetti “minerali insanguinati”, per il controllo e la vendita dei quali si combattono guerre atroci e “dimenticate”, dal primo gennaio dovrà essere tracciabile. In questo modo, spiega il periodico comboniano, le imprese sono chiamate «a contribuire ad arginare una produzione e un commercio che si fondano anche sul lavoro schiavo e che contribuiscono ad alimentare conflitti, gruppi armati e instabilità (per esempio in Africa nell’area dei Grandi Laghi e in particolare nella Repubblica democratica del Congo)».

Si tratta di circa 600-1000 aziende che commercializzano i minerali, 500 fonderie e raffinerie, che ora hanno l’obbligo di esercitare il “dovere di diligenza” (due diligence), «vale a dire di accertarsi con cura e continuità della provenienza dei minerali che acquistano».

Per arrivare a questo storico risultato, spiega ancora Zordan, ci sono voluti sette anni di battaglie condotte dalla società civile, laica e di ispirazione religiosa, e di passaggi parlamentari in sede europea. Nigrizia, a partire dalla proposta di regolamento della Commissione Europea nel 2014, sviscera tutte le tappe del cammino istituzionale fino alla recente entrata in vigore del regolamento, con il relativo obbligo per le imprese.

Oltre al percorso istituzionale – che ha coinvolto la Commissione, l’Ocse, i Paesi interessati, le industrie coinvolte nella filiera e i commercianti – «c’è stato anche uno scambio di opinioni con la società civile europea, specie con quelle associazioni e organizzazioni non governative che hanno sollevato con forza il problema dei minerali dei conflitti».

In Italia, ricorda Zordan, «è operativa, anche se sotto traccia, la campagna “Minerali clandestini”, promossa da Rete pace per il Congo, Chiama l’Africa, Cipsi (Coordinamento di iniziative popolari di solidarietà internazionale) e Maendeleo Italia».

Così scriveva la Campagna in una lettera di inizio attività nel 2014, sottolineando come l’estrazione e il commercio delle risorse del suo sottosuolo fossero la principale causa d’instabilità nelle provincie est del Congo: «Il legame tra risorse naturali e conflitti è presente circa nel 20% dei quasi 400 conflitti in corso nel mondo e in Africa almeno 33 conflitti hanno origine nel commercio delle risorse minerarie. Si tratta, in particolare, di quattro minerali, oro, tungsteno, stagno e coltan, utilizzati in una vasta gamma di settori industriali e commerciali, tra cui quelli dell’elettronica e dell’aerospaziale».

Obiettivo centrato, dunque, ma per la Campagna, suggerisce Zordan, non è ancora giunto il momento di abbassare la guardia: «Ora questa campagna potrebbe trovare un nuovo slancio e nuovi sostenitori, se andasse a verificare se e come il regolamento Ue è preso in considerazione in Italia. Anche perché tocca a ciascun stato membro dell’Ue accertarsi se il regolamento venga rispettato».

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