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David Sassoli, il valore grande della politica

David Sassoli, il valore grande della politica

Tratto da: Adista Notizie n° 2 del 22/01/2022

Sono state dette tante parole, di cordoglio sincero e a volte formale, sulla persona di David Sassoli, che ci ha lasciato nella notte tra il 10 e l’11 gennaio scorso.

Aggiungerne altre ha senso solo se chi scrive prova a dire qualcosa prendendosi il cuore in mano e con il travaglio di una perdita prematura e non pienamente attesa (si sapeva della sua malattia, ma il suo garbo nel comunicarla faceva sperare in una sorte più benevola) si lascia interrogare da chi ha finito la sua esperienza terrena.

Dicevano di lui, con un pizzico di ironia: «È un politico prestato al giornalismo», facendo una parodia alla frase al contrario, per provocarlo, proprio nel periodo in cui, per “riscattare” la politica, erano in tanti i giornalisti “prestati” alla politica. E che poi, sconfortati, facevano ritorno alla base.

Lui no: aveva intrapreso il percorso giornalistico (figlio d’arte), perché gli interessava il mondo, la gente, le persone, i poveri, la democrazia, lo Stato, la Chiesa e il suo popolo. Con la sua attività professionale voleva capire, scoprire, farsi una idea e poi magari agire e intervenire. E, in linea con il suo grande amico, Paolo Giuntella, soffriva nel veder teorizzare un giornalismo asettico, che non prende parte, che si astiene dalla lotta perché “non è il suo compito”, che in maniera sedicente oggettiva, un po’ pilatesca, non si “sporca” le mani. Perché il nostro fine (di chi fa questo mestiere) è solo raccontare, spiegare, far capire.

Per questo era un politico (e asteniamoci, per favore, dal dire alto o basso, con la P maiuscola o no), vero, totale, senza riserve. Perché sapeva da che parte stare. Magari con garbo, ascoltando chi non la pensava come lui, studiando, partecipando e domandando.

Inoltre era un modo di fare giornalismo che non aveva timore di dimostrare la fatica che impone la corretta ricerca delle parole giuste, che non teme le pause, i dubbi, le incertezze, e che negli interventi pubblici solo chi non lo conosceva giudicava erroneamente come lentezza, ma era tutt’altro: era il rispetto per le idee e per chi le stava ad ascoltare.

Negli incontri (pochi purtroppo) in cui mi sono imbattuto in lui, con la Rosa Bianca e con i Cristiano-sociali, mi colpivano sempre due sue capacità: quella di dire con nettezza e chiarezza da che parte stava, non trincerandosi verso posizioni di comodo e magari più accettabili, e poi quella (banale se volete ma non secondaria) di stare fino alla fine negli incontri programmati. Mentre altri si nascondevano con la scusa di altri impegni improrogabili, lui no, se c’era, ci stava fino in fondo, perché voleva dialogare, capire, confrontarsi anche con chi non era d’accordo. Anzi a maggior ragione proprio con lui.

Questo modo di fare, unito alla cortesia umana (mi rimane sul telefono il messaggio WhatsApp di risposta che mi ha mandato quando gli ho fatto gli auguri dopo l’elezione a presidente: «Grazie professore, e a presto!»), è per me un faro, una sorta di guida tacita e discreta. A me, che mi arrabatto con discontinuità in un misto di giornalismo e politica (più o meno attiva), la testimonianza di David dice tanto: dice che la politica ha un valore grande, significa occuparsi degli altri («la più alta forma di carità»), e che coniugata (non confusa) con lo spirito del giornalista che indaga e vuol capire e far capire, può servire e far del bene. Come lui ha fatto nella sua esperienza. Che, purtroppo, meritava di essere più lunga. Si David, speriamo davvero di “rivederci presto”!   

Vittorio Sammarco è giornalista e scrittore, docente di Comunicazione politica e Opinione Pubblica nella Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale dell'Università Pontificia Salesiana

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