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La dogana focolarina dello spirito

La dogana focolarina dello spirito

Tratto da: Adista Documenti n° 7 del 21/02/2026

Qui l'introduzione a questo testo. 

Questo articolo nasce dalla lettura dei testi della prefazione di Jesús Morán, dell'introduzione di Anna Pelli e del primo capitolo della parte prima "Il carisma dell'unità e la sua trasmissione nella Chiesa a servizio della sua missione" a cura di Piero Coda, contenuti nel recente volume della Scuola Abbà "Trasmettere un carisma: Perché lo Spirito Santo zampilli sempre nuovo" (Città Nuova, 2025). L'analisi che segue si propone di esaminare – con strumenti storici, filologici e dottrinali – le modalità con cui viene oggi trasmesso e interpretato il patrimonio spirituale originario del movimento dei focolari, in particolare attraverso l'operazione editoriale e teologica rappresentata da questa pubblicazione.

Questa inchiesta non intende mettere in discussione l'esperienza religiosa personale dei singoli aderenti al movimento dei focolari, né tantomeno attaccare le persone coinvolte, la cui buona fede non è qui in questione. Desidero piuttosto affrontare un nodo specifico: il rapporto tra le fonti storiche del pensiero di Chiara Lubich – i manoscritti delle visioni di Chiara Lubich del 1949 – la loro accessibilità pubblica e l’autorità interpretativa. Scrivo da una posizione di conoscenza interna ed esperienza diretta. Ho vissuto come consacrato in focolare per oltre un decennio, periodo durante il quale ho potuto leggere varie versioni dei manoscritti delle visioni di Chiara Lubich del 1949, ricevuti da diverse fonti nel corso degli anni. Conservo copie di questi materiali (fotocopie di originali, commenti autografi della Lubich stessa, raccolte di brani scelti preparate per la formazione interna). Mi sono quindi potuto fare un'idea precisa e documentata del contenuto di quei testi, indipendentemente dalle mediazioni interpretative ufficiali. Questa posizione, lungi dall'essere un limite, costituisce un vantaggio ermeneutico: consente di valutare la distanza tra le fonti originarie e la loro presentazione pubblica attuale, tra il vissuto concreto del movimento dei focolari e la sua autorappresentazione teologica.

Introduzione

«Un giorno la Chiesa si risveglierà focolarina». Questa celebre espressione di Chiara Lubich racchiude in sé la convinzione profonda che le sue intuizioni spirituali non fossero un carisma tra i tanti, ma il punto di approdo e il compimento della teologia stessa. In questa visione, il carisma dell’Unità non si limita ad abitare la Chiesa, ma ambisce a fornirle la sua forma definitiva, proponendosi come la chiave di volta per interpretare l’intera Rivelazione.

Dopo la morte della fondatrice però lo scenario sembra essersi capovolto. Se Chiara Lubich auspicava un risveglio della Chiesa "nello" spirito dei Focolari, i tempi appaiono oggi maturi per un risveglio della Chiesa "sulla" realtà dei focolari. Focolari che con una certa insistenza, negli ultimi anni portano avanti una riflessione sulla cosiddetta “trasmissione del carisma” nella fase post-fondativa. Tale riflessione fa sempre più spesso riferimento ai testi (non ancora pubblici) che riportano le visioni di Chiara Lubich del 1949, assunti come chiave ermeneutica del passato e come fondamento prospettico per il futuro dei focolari. In questo senso la recente pubblicazione dello studio del centro studi focolarino Scuola Abbà "Trasmettere un carisma: Perché lo Spirito Santo zampilli sempre nuovo" sembrerebbe questa volta quella di istituire un manifesto dottrinale, blindato dalle parole e dalle visioni della fondatrice Chiara Lubich. Questa operazione teologico-editoriale solleva a mio avviso questioni teologiche e dogmatiche di primaria importanza che desidero portare all’attenzione delle autorità competenti. Procediamo con ordine.

1. Contesto e definizioni

1.1. Cos'è il “paradiso del 49”

È un periodo di presunte illuminazioni spirituali e visioni mistiche avvenuto tra l’estate e l’autunno del 1949 a Tonadico (Valle di Primiero). Durante un soggiorno di riposo in montagna, Chiara Lubich percepì una particolare vicinanza di Dio che le avrebbe svelato, attraverso visioni, il disegno di Dio sull’umanità, la struttura spirituale del nascente movimento dei focolari, la comprensione profonda del concetto di unità come riflesso della vita trinitaria. Quei testi e quelle elucubrazioni spirituali costituiscono il cuore dottrinale e carismatico di tutta l’Opera della Lubich oltre che l’ossatura ideologica delle sue strutture.

1.2. Il Centro studi «Scuola Abbà»: custodi e interpreti del carisma dei focolari

La Scuola Abbà è il centro studi interdisciplinare del movimento dei focolari, fondato da Chiara Lubich intorno al 1990: il suo compito specifico è proprio quello di studiare, approfondire e “tradurre” in linguaggio culturale e dottrinale la presunta esperienza mistica del “Paradiso del ’49”. Chiara Lubich era persuasa che le visioni avute nel 1949 contenessero i semi di una nuova teologia, di un nuovo modo di fare politica, una nuova economia, psicologia e arte, ecc... La Scuola Abbà ha il compito di estrarre i contenuti spirituali del “paradiso del ‘49” per proporli alla cultura contemporanea. È formata da docenti universitari, teologi ed esperti di varie discipline (sociologia, diritto, medicina, arte, ecc.), oltre che da vescovi, tutti comunque interni del movimento dei focolari. In sintesi, la Scuola Abbà vorrebbe essere il “laboratorio intellettuale” dei focolari, incaricato di dimostrare che il carisma dell’unità non è solo un’esperienza devota e circoscritta, frutto delle visioni del ‘49, ma avrebbe una portata culturale capace di rinnovare la Chiesa e la società.

1.3. Perché i testi del '49 non sono pubblici

A oggi non esiste ancora una pubblicazione ufficiale e integrale delle visioni di Chiara Lubich fruibili da chiunque voglia anche solo farsi un’idea o da chi voglia studiarle senza la mediazione e il bias narrativi focolarini. Ecco alcuni motivi usati per giustificare la non pubblicazione: Chiara aveva diritto alla sua privacy, anche con Sant’Ignazio di Loyola e il suo diario ci sono voluti 500 anni, potrebbe essere mal interpretato: senza ricreare l’atmosfera adatta possono diventare solo belle parole, possono essere fraintesi, perché sono di difficile lettura e perché sono molto arditi, ci si può “attaccare” alla bellezza dei testi piuttosto che viverne il contenuto, Chiara è una voce di Dio, bisogna applicare quello che dice a Cristo che è in lei, un altro possibile errore è voler ripetere e interpretare alla lettera quanto lei afferma sulla sua missione come fondatrice, Chiara non voleva che ci si attaccasse alle carte, ma all’essenziale, ovvero a Dio, Il Paradiso del ’49 è fatto per essere vissuto.

1.3 bis. La pubblicazione imminente

Mentre il presente studio era in fase di completamento, ho appreso che la Scuola Abbà ha programmato per aprile 2026 la pubblicazione integrale dei testi del "Paradiso '49", con presentazione ufficiale il 22 maggio. Sono previste edizioni multilingue (inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco). Questa notizia solleva interrogativi decisivi che costituiranno il banco di prova dell'intera operazione:

1. Quale versione verrà pubblicata? Esistono diverse versioni manoscritte dei testi del '49 circolate internamente nel corso dei decenni. Alcune con annotazioni autografe di Chiara, altre senza; alcune con numerazione dei capoversi, altre in forma continua; alcune con note esplicative, altre senza. Quale sarà considerata "originale"? Con quale criterio filologico?

2. Verrà pubblicato tutto? I manoscritti integrali comprendono passaggi di estrema delicatezza teologica. Verranno pubblicati integralmente o si opererà una selezione "ragionata"? Chi deciderà cosa è pubblicabile e cosa no?

3. Con quale apparato critico? L'introduzione, le note, l'apparato critico saranno affidati ancora esclusivamente alla Scuola Abbà o si apriranno a contributi esterni? Le note esplicative orienteranno la lettura o lasceranno il testo parlare da sé?

4. Come sarà gestita la distribuzione? I testi saranno liberamente acquistabili da chiunque o riservati ai membri? Saranno disponibili in biblioteche pubbliche o solo in quelle interne al movimento? Ci sarà un'edizione scientifica accessibile agli studiosi?

5. Quali saranno le discrepanze rispetto ai manoscritti circolati? Chi ha avuto accesso per decenni ai manoscritti interni potrà verificare eventuali differenze tra ciò che ha letto allora e ciò che viene pubblicato ora. Ogni discrepanza andrà spiegata: si tratta di varianti testuali legittime o di normalizzazioni teologiche?

La pubblicazione di aprile non chiuderà la questione, ma la aprirà definitivamente. Se i testi pubblicati corrisponderanno integralmente ai manoscritti circolati, con apparato critico onesto e distribuzione realmente pubblica, allora finalmente sarà possibile un discernimento comunitario libero. Se invece la pubblicazione si rivelerà un'operazione di controllo editoriale – attraverso selezioni, normalizzazioni, apparati interpretativi invasivi o distribuzione selettiva – allora la tesi qui sostenuta risulterà confermata: il problema non è mai stato l'esistenza dei testi, ma il monopolio della loro interpretazione. Sarà compito della comunità teologica vigilare criticamente su questa operazione editoriale, verificando se essa costituisca finalmente un atto di trasparenza o l'ennesimo capitolo di una gestione proprietaria del carisma.

1.4. Il fattore temporale

C'è un aspetto di questa vicenda che ne rivela la natura profonda. I testi delle visioni del "paradiso del '49" non sono stati tenuti riservati per qualche anno di prudente discernimento o per una fase fisiologica di maturazione carismatica. Nonostante il parere della Chiesa e la conseguente volontà (almeno all’inizio) di Chiara Lubich di disfarsene, hanno circolato internamente, in modo gnostico e gerarchico, per quasi ottant'anni. Tre generazioni di consacrati hanno formato la propria coscienza spirituale, preso impegni di vita e fatto scelte vocazionali irreversibili sulla base di testi che non hanno mai potuto leggere integralmente, verificare criticamente o sottoporre a discernimento personale libero.

Quando un contenuto dottrinale circola per così tanto tempo come fondamento interno di un movimento diventa struttura costitutiva. Le visioni del "paradiso del '49" non hanno soltanto "ispirato", hanno governato. Hanno determinato chi poteva accedere a quale livello di conoscenza, chi poteva interpretare e chi doveva obbedire, chi custodiva il "vero spirito" e chi ne riceveva solo l'eco mediata. Hanno plasmato la formazione, orientato le coscienze, legittimato le gerarchie interne. Per quasi ottant'anni, migliaia di persone hanno vissuto dentro un sistema fondato su una verità doppia: quella pubblica degli Statuti approvati e quella riservata delle visioni inaccessibili.

Ed è proprio ora che la Scuola Abbà decide di pubblicare non i testi integrali, ma la loro "interpretazione teologica ufficiale". Non le fonti, ma la cornice che deve contenerle. Non la parola originaria, ma il Magistero interno che la amministra. Questo rovesciamento metodologico è un'operazione di stabilizzazione interpretativa retroattiva: si pubblica l'interpretazione prima delle fonti perché si teme che le fonti, lette liberamente, contraddicano l'interpretazione. Si costruisce la gabbia teologica prima di mostrare l'animale, perché si teme che quell'animale, libero, potrebbe rivelarsi molto diverso da come è stato raccontato.

Non discuto un'ipotesi teologica, ma una realtà storica consolidata. Quando un sistema funziona così per ottant'anni, si può più parlare di struttura consolidata. E una struttura che si regge sul segreto, sull'accesso graduato alla verità e sulla mediazione necessaria di un'élite interpretativa, non è compatibile con l'ecclesiologia cattolica. Non lo è mai stata, non lo sarà mai. Per questo l'operazione della Scuola Abbà non è solo teologicamente una forzatura: è pastoralmente ed ecclesialmente insostenibile, perché tenta di legittimare a posteriori una prassi di doppia verità, di conoscenza riservata, di controllo delle coscienze attraverso il monopolio interpretativo delle fonti.

1.5. Il dono dello Spirito Santo per “interposta persona”

Nello specifico, questa nuova pubblicazione della Scuola Abbà si basa su un frammento tratto dai testi delle visioni del “paradiso del ’49” che sarà utile nel prosieguo di questa analisi:

«Oggi compresi come nell’attimo della mia morte cadrà sulle mie anime lo Spirito Santo che è in me in tutta la sua pienezza e cadrà su di loro e su Foco (che farà le parti di Maria) radunati. Allora per questo ad essi potrò dire, come già disse Lui: “Non vi lascerò orfani, ma vi manderò lo Spirito Consolatore”, il quale ripeterà loro ciò che io ho detto e di più.

Ciò che importa è che noi non guardiamo ai santi se non come a fratelli da amare, ma non da imitare pedestremente. Iddio non si ripete mai e ciò che a Lui piacque per essi non piace per noi. Il conoscere troppo bene la vita dei santi e l’averla ammirata, se può aver fatto molto bene, può essere un grave inciampo perché può legarci, può incitarci a dettar leggi noi al Signore, in questa “divina avventura” che è tutta in mano sua.

Anche il pensare che è bene scrivere per i posteri ciò che Iddio ci va illustrando è un pensiero contro la perfetta carità e appare ispirato dalla carità. Tutte queste carte che ho scritto valgono nulla se l’anima che le legge non ama, non è in Dio. Valgono se è Dio che le legge in lei.

Ora ciò che io voglio lasciare a chi seguirà il mio Ideale è la sicurezza che basta lo Spirito Santo (e la fedeltà a chi ha iniziato) per proseguire l’Opera. Lo Spirito Santo è il “porro unum”. Di accessorio poi posso lasciare anche quanto ho scritto: ma vale se è preso come “accessorio”.

Anche Gesù, pur essendo Dio ed avendo tutto in Sé, non è venuto per distruggere e far ex-novo, ma per completare. Così chi mi seguirà potrà completare quanto io ho fatto. Io non voglio amare i miei posteri meno di me e perciò voglio che essi abbiano lo Spirito Santo zampillante come Dio Lo diede a me. Non Lo avranno direttamente, Lo avranno per interposta persona, ma Lo avranno vivo dalla viva bocca di chi Lo trasmetterà vivendo ciò che Egli insegna per mezzo mio.

Così è bene togliere decisamente ogni altra preoccupazione di quella di fare la divina volontà che momento per momento ci è manifestata, ma senza suggerire nulla a Dio».

Come bene si può evincere dalla scelta del brano in questione, questa nuova pubblicazione si configura così come il tentativo teologico e istituzionale da parte della Scuola Abbà di “blindare” l’eredità di Chiara Lubich, trasformando la sua presunta esperienza mistica del ’49 in una dottrina oggettiva e normativa per il futuro del movimento dei focolari e la Chiesa.

2. L’operazione teologica della Scuola Abbà

2.1. La “canonizzazione” del Paradiso ’49 come “spirito oggettivo”

Un passaggio cruciale e politicamente rilevante di questa nuova pubblicazione emerge nella distinzione, proposta da Piero Coda, mutuata da Hans Urs von Balthasar, tra “spirito oggettivo” e “spirito soggettivo”. Coda inserisce il testo del “Paradiso ’49” (definito “testo fondante”) nella categoria dello “sprito oggettivo”, ponendolo sullo stesso piano degli Statuti Generali approvati dalla Chiesa. Grazie a questo espediente, se le visioni del “paradiso del ’49” venissero riconosciute e qualificate come “spirito oggettivo”, non sarebbero più solo una narrazione mistica privata di Chiara Lubich, ma diventerebbero norma vincolante (“regola costitutiva”). Questo significa che quelle visioni, se considerate “oggettive”, diventerebbero parte integrante e obbligatoria del “canone” focolarino e patrimonio della Chiesa universale, al pari delle regole giuridiche.

2.2. Il controllo dell’interpretazione: il “magistero interno”

Nella prefazione, Jesús Morán (in data odierna ancora attuale Co-Presidente dei focolari) sottolinea che uno dei requisiti fondamentali per la sopravvivenza del carisma è che “la prima generazione lo abbia compreso adeguatamente”.

Questa frase rivela l’urgenza di fissare l’interpretazione “corretta” prima che muoiano tutti i testimoni diretti. Questa nuova pubblicazione “Trasmettere un carisma” vorrebbe fungere così da manuale di istruzioni e sancire che non chiunque può leggere e interpretare il carisma, ma è necessaria una mediazione. Il testo afferma che lo “spirito oggettivo” include “l’interpretazione… offerta dai documenti scritti… da chi ha iniziato”.

In pratica, solo l’esegesi fornita da Chiara Lubich e dalla Scuola Abbà è valida. Questo chiude la porta a qualsiasi lettura critica o indipendente delle visioni del “paradiso del ‘49”, blindandole dentro un’ermeneutica ufficiale gestita dalla gerarchia (la Scuola Abbà).

2.3. La “trappola” della fedeltà creativa

In questa pubblicazione si parla di “fedeltà creativa” e di Spirito che “zampilla sempre nuovo”. Ma poi emerge il paradosso: viene citata la frase di Chiara Lubich in cui afferma di non voler “suggerire nulla a Dio” e di vivere “momento per momento”. Tuttavia, questa nuova pubblicazione propone l’opposto: codifica cioè l’esperienza di libertà in un sistema rigido di “documenti oggettivi”. Si crea così un doppio legame: si invita il seguace a essere “nuovo” e “aperto allo Spirito” (soggettivo), ma solo a patto che questa novità rientri perfettamente nei binari tracciati dai testi fondativi (oggettivo).

Ergo, se l’“ispirazione” contraddice le visioni del “paradiso del ’49” o la sua interpretazione proposta dalla Scuola Abbà, per definizione non sarà “autentica ricezione”.

2.4. La deriva autoreferenziale

Questa pubblicazione serve a legittimare un’operazione culturale: rendere pubbliche le visioni del “paradiso del ’49” non come materiale storico originale (che potrebbe scandalizzare e dare non pochi problemi), ma “impacchettarle” in una teologia sistematica (scritta da teologi come Piero Coda) che prova a renderle digeribili (impresa assai ardua) e inattaccabili dal punto di vista dottrinale ecclesiastico. È come se dicessero alla Chiesa e ai fedeli: “Queste visioni non sono deliri, sono lo Spirito ‘oggettivo’ del nostro carisma, la nostra Bibbia interna, e noi (Scuola Abbà) siamo gli unici autorizzati a spiegarvi come viverle correttamente”.

3. Problemi teologici fondamentali

3.1. Il nodo teologico reale: mediazione, non trasmissione

L’operazione teologico-editoriale messa in atto dalla Scuola Abbà con questa nuova pubblicazione non riguarda primariamente la trasmissione di un carisma in senso classico (tema antico e legittimo nella teologia dei movimenti), bensì la mediazione teologica di un’esperienza mistica privata non ancora sottoposta a un vaglio ecclesiale pienamente pubblico. La teologia cattolica distingue con chiarezza:

- Rivelazione pubblica conclusa con Cristo (vedi paragrafo 4 del 1 capitolo della Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione Dei Verbum dell'8 novembre 1965)

- Tradizione viva della Chiesa

- Carismi storici

- Rivelazioni o esperienze mistiche private, anche quando riconosciute come autentiche.

Nel caso del “paradiso ’49”, ci troviamo davanti a testi non integralmente pubblicati, non criticamente editi, non accessibili al libero discernimento ecclesiale e tuttavia già assunti come “pagina prospettica” normativa.

Dal punto di vista teologico questo è un salto di paradigma. Non si tratta di trasmettere un carisma, ma di trasmettere un'interpretazione autorizzata di un’esperienza mistica, sottratta però alla verifica comunitaria ampia che la Chiesa sapientemente esige quando la presunta esperienza mistica pretende di essere universale e avere effetti normativi.

3.2. Il problema del “tradere”: immunizzazione al posto di trasmettere

Il volume insiste sul termine latino “tradere”, inteso come “consegnare”, “trasmettere”, “affidare”. Ma qui occorre una precisazione teologica fondamentale. Nella tradizione cristiana “tradere” non significa conservare intatto un contenuto originario, bensì esporlo al rischio della ricezione, del fraintendimento, del discernimento, persino della contestazione.

Nel modello che emerge dagli studi della Scuola Abbà, invece, la trasmissione appare come custodia protettiva di un nucleo carismatico fragile, affidata a un gruppo ristretto di interpreti qualificati. Quando un carisma ha bisogno di essere difeso dalla comunità reale che lo ha incarnato, e affidato a un’istanza sapienziale separata, siamo già oltre la dinamica evangelica dello Spirito che “soffia dove vuole”.

3.3. Il “Paradiso ’49” come testo-fondamento: un’anomalia ecclesiologica

In questo modo i testi delle visioni del “paradiso ’49” di Chiara Lubich vengono assunti come chiave ermeneutica retroattiva dell’intera storia del movimento dei focolari e come criterio prospettico per il suo futuro. Teologicamente questo è problematico per almeno tre ragioni:

Inversione del criterio di discernimento. Nella Chiesa un eventuale carisma si giudica dai frutti storici, non il contrario. Qui, invece, la storia del movimento dei focolari (con le sue crisi, le sue ferite, le sue vittime) rischia di essere riletta alla luce di un’esperienza mistica che non può essere discussa perché non del tutto accessibile.

Spostamento dell’autorità. L’autorità non risiede più nel sensus fidei del popolo coinvolto, né nel confronto ecclesiale largo, ma in una competenza ermeneutica interna: chi “capisce” il “paradiso del ‘49”, capisce il carisma.

Assolutizzazione di una forma spirituale. Ogni carisma autentico è parziale, situato, storicamente segnato. Qui invece si intravede una tendenza a trattare quell’esperienza come forma quasi archetipica dello Spirito, capace di giudicare tempi, persone e strutture.

3.4. Il rischio della gnosi: la tentazione del sapere elitario

Il rischio più insidioso che emerge da questa nuova operazione editoriale della "Scuola Abbà" è quello di una deriva gnostica. Nella teologia cristiana, la Gnosi non è solo un’eresia antica, ma una tentazione perenne: l’idea che la verità non sia un dono pubblico e accessibile a tutti (Rivelazione pubblica), ma un segreto riservato a una cerchia di "pneumatici" o iniziati che possiedono la chiave interpretativa del mistero.

Quando una comunità eleva testi mistici privati e non pubblici a "norma" per il proprio futuro, si crea inevitabilmente un muro iniziatico. Da una parte c'è il popolo dei fedeli, che deve prestare un'adesione basata sulla fiducia; dall'altra c'è l'élite ermeneutica (in questo caso la Scuola Abbà) che amministra il "deposito" delle visioni. Questo schema rompe l'unità del corpo ecclesiale: la salvezza e la comprensione della fede non passano più per la trasparenza dei sacramenti e della Parola, ma per una conoscenza superiore e mediata. La Gnosi trasforma il carisma da "fuoco che riscalda" a "codice che controlla", sostituendo la gerarchia del servizio con una gerarchia della conoscenza riservata.

4. Problemi pneumatologici seri

4.1. La mediazione pneumatologica personale

A mio avviso il passaggio più problematico delle visioni di Chiara Lubich del “paradiso del ‘49”, proposto da Piero Coda come testo fondativo nello studio della Scuola Abbà “Trasmettere un carisma” è il capoverso 242:

«Io voglio che essi abbiano lo Spirito Santo zampillante come Dio lo diede a me. Non lo avranno direttamente, lo avranno per interposta persona, ma lo avranno vivo dalla viva bocca di chi lo trasmetterà vivendo ciò che Egli insegna per mezzo mio».

Prima di procedere con la mia analisi desidero esaminare possibili interpretazioni alternative della formulazione "Non Lo avranno direttamente, Lo avranno per interposta persona". Vorrei infatti considerare e confutare le letture più benevole del testo, per verificare se le problematicità individuate siano effettivamente presenti o derivino da una mia lettura forzata (non mi reputo esente da bias). Esaminerò quattro possibili interpretazioni alternative, valutandone la plausibilità alla luce del contesto e della dottrina cattolica.

4.1.1 Interpretazione 1: la mediazione comunitaria ed ecclesiale

Si potrebbe sostenere che l'espressione "per interposta persona" non si riferisca a una mediazione pneumatologica personale di Chiara Lubich, ma alla mediazione comunitaria ed ecclesiale attraverso cui ogni carisma viene normalmente trasmesso. In questa lettura, il testo affermerebbe semplicemente che lo Spirito Santo viene accolto e trasmesso attraverso la comunità dei credenti, secondo la dinamica ordinaria della vita ecclesiale.

Elementi a favore: la frase successiva parla di "chi Lo trasmetterà" (plurale implicito), non necessariamente di Chiara in persona; il riferimento a "Foco (l’onorevole Igino Giordani) che farà le parti di Maria" potrebbe indicare una funzione comunitaria, non personale; il parallelismo con la Pentecoste (apostoli "radunati" con Maria) enfatizza la dimensione comunitaria; la teologia cattolica riconosce legittimamente la mediazione ecclesiale nella trasmissione della fede.

Questa interpretazione, per quanto attraente, non regge all'esame del contesto complessivo per almeno cinque ragioni:

a) Il soggetto grammaticale è Chiara in persona. Il testo recita: "Io non voglio amare i miei posteri meno di me e perciò voglio che essi abbiano lo Spirito Santo zampillante come Dio Lo diede a me. Non Lo avranno direttamente, Lo avranno per interposta persona" (cpv. 242). Il pronome "me" stabilisce inequivocabilmente che il punto di riferimento è Chiara stessa, non la comunità in generale. Lo Spirito è stato dato "a me" in un modo specifico, e i posteri lo riceveranno "per interposta persona" rispetto a questo "me" originario.

b) La nota esplicativa di Chiara elimina ogni dubbio. Nella nota 219, Chiara stessa chiarisce: "Qui si dice che lo Spirito Santo, che è in me, cadrà sull'Opera, oltreché sulla nuova Presidente dell'Opera". Non dice "che è nella Chiesa" o "che è nella comunità", ma specificatamente "che è in me". Questa formulazione indica una concezione dello Spirito come presente in lei come fonte rispetto all'Opera.

c) La struttura del testo crea una gerarchia. Il testo stabilisce esplicitamente una distinzione tra Chiara che ha lo Spirito "direttamente" e "in tutta la sua pienezza" (cpv. 231) e i posteri che lo avranno "per interposta persona" (cpv. 242). Questa non è la normale dinamica della mediazione ecclesiale, dove tutti i battezzati ricevono lo Spirito direttamente nei sacramenti. Qui si configura invece una ricezione di "seconda mano" rispetto a un'esperienza originaria privilegiata.

d) Il parallelismo con Cristo è rivelatore. Chiara usa esplicitamente il linguaggio del Vangelo di Giovanni riferito a Gesù: "Non vi lascerò orfani, ma vi manderò lo Spirito Consolatore" (cpv. 232). Questo parallelismo non descrive la normale mediazione comunitaria, ma attribuisce a Chiara una funzione analoga a quella di Cristo nel trasmettere lo Spirito.

e) La Scuola Abbà conferma questa lettura. Nel documento che stiamo esaminando, Piero Coda interpreta il testo proprio nel senso di una mediazione personale: parla di "riferimento fondante al dono dello Spirito Santo fatto alla Chiesa tramite Chiara" e di "fedeltà viva al carisma così com'è stato dato a Chiara" come "presupposto indispensabile per la trasmissione viva del carisma a chi viene dopo di lei" (p. 28). La Scuola Abbà stessa, quindi, non legge il testo come semplice mediazione comunitaria, ma come mediazione personale attraverso Chiara.

Conclusione: L'interpretazione comunitaria, pur teologicamente più accettabile, non corrisponde né alla lettera né allo spirito del testo.

4.1.2 Interpretazione 2: il linguaggio mistico

Si potrebbe argomentare che Chiara Lubich, scrivendo in uno stato di particolare di presunta illuminazione mistica, abbia utilizzato un linguaggio poetico e impreciso che non va inteso in senso dottrinale rigoroso. Le esperienze mistiche, per loro natura, utilizzano spesso formulazioni paradossali o apparentemente problematiche che vanno interpretate nel loro contesto esperienziale, non come proposizioni dogmatiche.

Elementi a favore: il testo è scritto durante un'esperienza mistica intensa, non come trattato teologico; la tradizione mistica cristiana contiene molte formulazioni che, lette letteralmente, risulterebbero eterodosse; Santa Teresa d'Avila, San Giovanni della Croce e altri mistici usano linguaggio paradossale; la Chiesa distingue tra linguaggio mistico-esperienziale e formulazione dottrinale.

Anche questa interpretazione, pur contenendo elementi di verità, non può assolvere le problematicità del testo per diverse ragioni:

a) Chiara stessa conferisce valore normativo al testo. Non siamo di fronte a un diario spirituale privato. Chiara annota esplicitamente in nota: "Occorre tener presente questa pagina quando morirò: che tutti sappiano che io qui dico che ci sarà sempre l'Ideale, che si ripeterà quello che io ho detto e di più, che perciò si va avanti" (nota 221). Questa è una chiara intenzionalità normativa: il testo deve essere "tenuto presente" come guida per il futuro dell'Opera. Non è quindi solo linguaggio mistico spontaneo, ma indicazione programmatica.

b) Il linguaggio è sistematico, non estemporaneo. L'espressione "per interposta persona" non è un'esclamazione mistica isolata, ma è inserita in un ragionamento strutturato che stabilisce premesse (lo Spirito è in me in pienezza), descrive conseguenze (cadrà sull'Opera alla mia morte), definisce modalità (non direttamente, ma per interposta persona), specifica condizioni (dalla viva bocca di chi lo trasmetterà vivendo ciò che Egli insegna per mezzo mio). Questa è logica discorsiva, non linguaggio mistico ineffabile.

c) La Scuola Abbà lo tratta come testo dottrinale. Se fosse linguaggio mistico impreciso da non prendere alla lettera, perché la Scuola Abbà lo assume come testo fondante per elaborare una teologia della trasmissione del carisma? Piero Coda costruisce su questo passaggio un'intera ecclesiologia carismatica. Lo studio "Trasmettere un carisma" prende questo testo come base dottrinale, non come poesia mistica da relativizzare.

d) Il confronto con altri mistici è improprio. I linguaggi apparentemente problematici di Teresa d'Avila o Giovanni della Croce riguardano l'esperienza interiore dell'unione con Dio, non la struttura della trasmissione pneumatologica nella Chiesa. Quando i mistici autentici toccano questioni dottrinali (la natura della grazia, il ruolo dei sacramenti, la mediazione della Chiesa), lo fanno con ortodossia sostanziale, pur nella libertà del linguaggio.

e) La ripetizione sistematica nel tempo. Non si tratta di un'espressione isolata del 1949. Chiara tornerà ripetutamente, negli anni successivi, su questo tema della trasmissione del carisma attraverso la fedeltà a "chi ha iniziato", confermando che non era linguaggio impreciso ma convinzione radicata.

Conclusione: Il testo ha intenzionalità e struttura dottrinale, non è linguaggio mistico da relativizzare.

4.1.3 Interpretazione 3: la fedeltà alle intuizioni originarie, non alla persona

Si potrebbe sostenere che l'espressione "per interposta persona" non si riferisca a una mediazione attraverso la persona di Chiara, ma attraverso le sue intuizioni carismatiche originarie. In altre parole, i posteri riceverebbero lo Spirito "indirettamente" nel senso che devono rimanere fedeli all'ispirazione originaria del carisma, non nel senso che lo Spirito passi attraverso Chiara come canale necessario.

Elementi a favore: il testo parla di "fedeltà a chi ha iniziato" (cpv. 238), che potrebbe significare fedeltà alle intuizioni; ogni carisma ecclesiale richiede fedeltà alla visione originaria del fondatore; la continuità carismatica nella storia della Chiesa funziona così: Francesco d'Assisi, Ignazio, ecc.

Questa lettura sarebbe teologicamente ortodossa e pastoralmente sensata. Questa interpretazione, la più sofisticata e plausibile delle tre precedenti, rimane comunque insufficiente per diversi motivi:

a) Il testo parla di persona, non di intuizioni. L'espressione è letteralmente "per interposta persona", non "attraverso le intuizioni originarie" o "nella fedeltà all'ispirazione iniziale". La scelta lessicale è precisa e punta alla persona come mediazione.

b) Lo Spirito è detto essere "in me", non "nelle intuizioni". Il cpv. 231 afferma: «lo Spirito Santo che è in me in tutta la sua pienezza». Non dice "lo Spirito che ha ispirato queste intuizioni" o "lo Spirito che si manifesta in questo carisma", ma lo Spirito che è in me. C'è un'identificazione personale, non solo ideale.

c) La trasmissione richiede "vivere ciò che Egli insegna per mezzo mio". Il cpv. 242 specifica che lo Spirito sarà trasmesso "dalla viva bocca di chi Lo trasmetterà vivendo ciò che Egli insegna per mezzo mio". La formula "per mezzo mio" (non "secondo le intuizioni originarie" o "nella fedeltà allo spirito del carisma") indica che Chiara vede se stessa come il tramite necessario dell'insegnamento dello Spirito.

d) Il parallelismo con Cristo nella Scrittura. Chiara usa deliberatamente il linguaggio di Gesù nel Vangelo di Giovanni: "Non vi lascerò orfani, ma vi manderò lo Spirito Consolatore" (cpv. 232). Questo non è linguaggio di fedeltà a intuizioni, ma di mediazione personale nell'invio dello Spirito. Gesù non dice "rimanete fedeli alle mie intuizioni", ma "io vi manderò lo Spirito".

e) La struttura gerarchica della ricezione. Il testo distingue esplicitamente: Chiara: riceve lo Spirito "direttamente" (implicitamente, dal cpv. 242); i posteri: lo ricevono "per interposta persona". Questa distinzione non avrebbe senso se si trattasse solo di fedeltà alle intuizioni originarie. In quel caso, tutti (inclusa Chiara) riceverebbero lo Spirito direttamente da Dio e sarebbero tutti ugualmente chiamati alla fedeltà alle ispirazioni ricevute.

f) La Scuola Abbà come "interposta persona". La prassi attuale del movimento dei focolari conferma che l'interpretazione prevalente non è "fedeltà alle intuizioni" ma "mediazione attraverso interpreti autorizzati". La Scuola Abbà si pone esplicitamente come istanza necessaria per interpretare il carisma, non come semplice servizio di approfondimento. Questa è esattamente la realizzazione pratica di una "interposta persona" istituzionalizzata.

Conclusione: Per quanto teologicamente preferibile, questa interpretazione non corrisponde alla struttura del testo né alla prassi che ne è derivata.

4.1.4 Interpretazione 4: la distinzione tra carisma di fondazione e carisma vissuto

Si potrebbe distinguere tra il "carisma di fondazione" (dato una volta per sempre al fondatore) e il "carisma vissuto" (partecipato da tutti i membri). In questa lettura, Chiara avrebbe ricevuto lo Spirito "direttamente" nel senso del dono fondazionale originario, mentre i membri lo ricevono "indirettamente" nel senso che partecipano al carisma già costituito, non nel senso che passa attraverso Chiara come canale pneumatologico.

Elementi a favore: la teologia dei movimenti distingue effettivamente tra carisma di fondazione e partecipazione al carisma; ogni famiglia religiosa ha un'esperienza fondativa unica che i membri successivi non ripetono; questa distinzione è teologicamente ortodossa e presente nella tradizione; la lettera Iuvenescit Ecclesia (2016) parla di questa distinzione.

Questa è l'interpretazione più sofisticata e teologicamente informata, ma presenta comunque problemi insuperabili:

a) Non è questa la distinzione che fa il testo. Se Lubich volesse distinguere tra carisma di fondazione e partecipazione al carisma, avrebbe potuto scrivere: "Io ho ricevuto il carisma per prima, come dono di fondazione, voi lo riceverete partecipando ad esso nella comunione". Invece scrive esplicitamente che i posteri "avranno lo Spirito Santo zampillante come Dio Lo diede a me. Non Lo avranno direttamente, Lo avranno per interposta persona" (cpv. 242). Il "come" (lo Spirito zampillante in ugual modo) contraddice una distinzione di natura tra il dono.

b) "Zampillante" implica immediatezza, non partecipazione mediata. L'immagine dello "zampillare" (Gv 4,14; 7,37-38) nella Scrittura indica la sorgente interiore diretta dello Spirito nel cuore del credente. Se i posteri hanno lo Spirito "zampillante" in loro, lo hanno direttamente da Dio, non attraverso una mediazione personale. Il testo invece afferma simultaneamente che sarà "zampillante" (diretto) MA "per interposta persona" (mediato): questa è una contraddizione teologica, non una distinzione tra carisma di fondazione e partecipazione.

c) Il problema è nella formula "per interposta persona" riferita allo Spirito. Anche accettando la distinzione tra carisma di fondazione e partecipazione, rimane problematico dire che lo Spirito Santo viene ricevuto "per interposta persona". Nella teologia cattolica il carisma di fondazione è più intenso, più originario, più comprensivo, ma lo Spirito Santo rimane dato direttamente da Dio anche a chi partecipa al carisma fondato da altri; non esiste una "mediazione personale dello Spirito" nemmeno quando si distingue tra fondatore e membri.

d) La Chiesa non usa mai questa terminologia per i fondatori. Nessun documento ecclesiale su San Francesco, Sant'Ignazio, San Giovanni Bosco o altri fondatori afferma che i loro figli spirituali ricevono lo Spirito "per interposta persona" del fondatore. Si dice che: partecipano allo stesso carisma; sono fedeli allo spirito del fondatore; ricevono lo stesso Spirito che ha ispirato il fondatore; ma mai che lo Spirito passa attraverso il fondatore come mediazione necessaria.

e) Iuvenescit Ecclesia esclude questa interpretazione. La lettera della CDF (15/5/2016), citata nelle note, afferma esplicitamente al n. 18: «È necessario guardarsi dalla possibilità di prospettare un'"ecclesiologia del carisma" come distinta e giustapposta all'ecclesiologia sacramentale e gerarchica [...] la distinzione dei doni non deve portare ad una diversità di soggetti». In altre parole: non si possono creare due canali diversi di ricezione dello Spirito (uno diretto-sacramentale, uno mediatocarismatico). Tutti ricevono lo Spirito direttamente nei sacramenti, i carismi sono modalità specifiche di esercizio di questa unica grazia.

f) La prassi del movimento dei focolari contraddice questa interpretazione. Se fosse una distinzione teorica tra carisma di fondazione e partecipazione, non ci sarebbe bisogno: di tenere i testi segreti per 80 anni; di creare una Scuola Abbà come istanza interpretativa necessaria; di pubblicare l'interpretazione prima delle fonti; di parlare di "fedeltà a chi ha iniziato" come condizione per "proseguire l'Opera". Tutto questo indica che nella prassi concreta si è effettivamente creata una mediazione istituzionalizzata della comprensione e trasmissione del carisma, esattamente come il testo sembrerebbe suggerire.

Conclusione: Anche l'interpretazione più teologicamente sofisticata non elimina la problematicità del testo e della prassi che ne deriva. (segue) 

*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza 














 

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