Per il verso giusto. Mia zogia piena
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 14 del 11/04/2026
Fa che la morte mia,
Signor, la sia
comò ‘l scôre de un fiume in t’el mar grando,
comò la melodia
de la dosana che de quando in quando
a ridosso de un faro la pianzota
per un momento,
e la va via apena co’ un lamento
verso l’averto, sensa lota.
Fa che ‘l gno ultimo respiro
el se pusa sul mondo incòra ciaro (…).
Tégneme senpre vivo,
che posso ringrassiâte
de le ore de pena
e de quele beate
e de la luse, Signor, mia zogia piena,
d’ogni mio canto in te l’aria serena.
Biagio Marin
Sono affezionato a questa poesia di Biagio Marin, la sento come una poesia-preghiera, non cerimoniale, ma scritta dentro il breviario dei giorni. Parla della «morte mia» senza la pretesa del possesso, ma come espressione di fedeltà, di corrispondenza. Indica la morte proporzionata alla vita che ho fatto, al «me» che sono diventato camminando tra ore di pena e ore beate. Non è la Morte universale da manuale, è la “mia”, calibrata sul mio fiume, sulla mia lingua materna, sulla luce che il poeta ha chiamato piena. Andrea Zanzotto parlava del dialetto come fondo che conserva “scarti profetici” e Marin lo abita: «Tégneme senpre vivo» suona diverso da «Tienimi sempre vivo», più vicino al respiro, al corpo che non vuole separare dolore e gioia. Pasolini aveva chiamato questa dimensione «il non tempo del mare», una continuità che sottrae la poesia alla storia letteraria e la restituisce al quotidiano. Qui la fede è minima, quasi domestica: ringraziare Dio per tutto diventa un atto di resistenza, non di resa o, per evocare Bonhoeffer, di “resistenza e resa”.
Mi piace che questa poesia esca nella settimana santa, perché la trovo come un piccolo, naturale, laico e al contempo intriso di una religiosità nuda, “preconio pasquale”, liberato da orpelli dogmatici e moralisti. Una celebrazione della luce in fondo. Personalmente mi colpisce il verbo «tégneme»: tienimi vivo, sì, ma in gradese è più fisico, quasi appoggiarsi a un bordo. Marin non vuole salvezza escatologica; vuole presenza fino all’ultimo, per poter ringraziare. È una preghiera povera, non chiede miracoli, chiede coerenza: se la vita è stata unità, che lo sia anche la fine. La dolcezza non cancella la pena; la «luse» piena include il lamento della «dosana», quel pianto breve che il vento porta via. In questo senso la poesia è strumento civile: rifiuta la morte “monumento” e sceglie la morte processo, che sfoci nel mare, invece di ergersi a obelisco retorico. Questa «luse» che diventa «zogia piena» a me evoca Dante: «Noi siamo usciti fore / del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: / luce intellettual, piena d’amore; / amor di vero ben, pien di letizia; / letizia che trascende ogne dolzore» (Paradiso XXX, 40-45).
La luce, che nel poeta di Grado sfocia nel mare, suona come un “battesimo” della vita, un ritorno a casa del marinaio dopo tante tempeste e nostalgie.
In queste parole di vetro soffiato, è custodito l’ultimo respiro che si posa, dice il poeta, «sul mondo incòra ciaro». Commuove che il respiro, il fiato di noi, lo spirito che siamo, indugi su quel chiarore marino, come per raccogliere l’ultimo alfabeto della gratitudine e poi lasciarsi andare.
Conoscevo la poesia di Biagio Marin, ma me la fece riscoprire l’amico Meo Gnocchi, uomo di lettere e raffinato cultore della bellezza. Come presidente del SAE è stato anche un appassionato sperimentatore del dialogo e un grande tessitore di unità e fratellanza.
In questi giorni nel liceo in cui insegno è stato invitato il poeta Gian Mario Villalta. Ha parlato anche del dialetto, non come reliquia identitaria, ma come “fiato” che tiene sveglia la lingua spesso senza anima e orfana delle proprie radici e la tiene unita al corpo della terra.
«El dialetto el ze‘l mormorio antico che ancora insegna a l’italian come respirar». Questa poesia-preghiera di Biagio Marin, che oggi sento come un viatico pasquale, vorrei anch’io che, quando sarà il giorno della «morte mia», qualcuno me la sussurrasse nell’orecchio, per riempire il mio canto di aria serena, e così andare verso «el mar grando» ringraziando per la luce «mia zogia piena».
*Foto di Solène Desjardins da Pixabay, immagine originale e licenza
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