Per il verso giusto. È stato un compagno
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 20 del 30/05/2026
[...] Scrivo per il popolo per quanto non possa
leggere la mia poesia con i suoi occhi rurali.
Verrà il momento in cui una riga, l'aria
che sconvolse la mia vita, giungerà alle sue orecchie,
e allora il contadino alzerà gli occhi,
il minatore sorriderà rompendo pietre,
l'operaio si pulirà la fronte,
il pescatore vedrà meglio il bagliore
di un pesce che palpitando gli brucerà le mani,
il meccanico, pulito, appena lavato, pieno
del profumo del sapone guarderà le mie poesie,
e queste gli diranno forse: «È stato un compagno».
Questo è sufficiente: questa è la corona che voglio. [...]
Pablo Neruda
In memoria di Andrea Bolelli “Bole”
Ho sempre amato Neruda, la sua poesia militante. Ne Il Postino Antonio Skármeta lo ricorda sotto la pioggia durante la campagna elettorale per Allende, davanti a contadini sprofondati nel fango. Il poeta sembra quasi sconfitto dall’impotenza, quando cominciano a scandire «Poesie, poesie, poesie». Allora Pablo si riaccende e canta…
Ho scelto “La grande allegria” perché racchiude il segreto dell’allegria del poeta, la sua gioia: dare il pane della parola al popolo e fare della propria parola un principio di rivoluzione, antitetico alle armi e alla violenza. La poesia fa alzare gli occhi al contadino, al minatore, all’operaio e al pescatore. «Scrivo», dice Neruda, non per i soliti intellettuali di mestiere, ma per quelli che chiedono «acqua e luna (…) scuole, pane e vino…». Questi sono i veri “poeti sociali”, non i “soliti noti” che riempiono le vetrine con i loro narcisismi intellettuali, ma i compagni di Neruda, quelli per cui il poeta scrive i suoi versi come leva di riscatto e di rivoluzione sociale. La sua è una “poesia-compagna”, perché sì, è pane e vuole esserlo per tutti e tutte, a cominciare dagli ultimi.
Scrivo queste parole pensando a un giovane uomo, Andrea Bolelli, critico musicale, che penso interpretasse la poesia e la bellezza come la intendeva Neruda. Andrea, il “Bole”, è morto in un incidente sul lavoro, a 39 anni, il 21 gennaio di quest’anno. Era uno dei redattori di Radio Città Fujiko di Bologna e conduceva la rubrica “If the kids are united”. Per lui musica e lotta per i Diritti, per la giustizia, erano un tutt’uno. Faceva la lotta attraverso la bellezza, dove estetica ed etica si baciano a lungo, con candore e passione. Voleva, come Neruda, che il pane della bellezza fosse per tutti, per tutte. Che smascherasse l’ipocrisia, i giochi del potere. È stato mio studente al Liceo classico Maffei di Verona. Alla fine dell’ultimo anno, come facevo sempre, ho scritto alla sua classe una lettera dove invitavo a vivere «l’amore politico», a non perdere lo «stupore», «a prendere posizione per i diritti degli altri come per i propri diritti». Valentina, con i suoi occhi chiari, sua compagna di classe, conserva ancora quella lettera, dopo vent’anni. Forse da qualche parte la conservava anche Andrea, chissà. Quando scrivevo queste parole non potevo immaginare il loro futuro, né sapere che Andrea sarebbe stato un uomo di frontiera, di lotta, un “poeta rivoluzionario”. Non potevo immaginare che sarebbe morto nel fiore degli anni e che a Bologna l’avrebbe salutato uno sconfinato popolo di giovani con le bandiere rosse. Però so quello che in mezzo a quei banchi abbiamo condiviso. E mi riempie di commozione il coraggio e la poesia di questo giovane uomo. Alla radio aveva portato la sua lotta tra ironia e voglia di poesia, come un altro poeta rivoluzionario, Peppino Impastato, nella sua Radio Aut, con “Onda Pazza”.
Ho incontrato i meravigliosi genitori di Andrea e mentre parlavamo di lui, come scrive Borges in una sua poesia, non eravamo tre, ma quattro, perché anche Lui era con noi. Penso ora a loro, a suo fratello, alla sua compagna. Ai suoi amici, a quelli della radio e ai compagni di classe del liceo. Alla meravigliosa terra del Salento in cui è nato e ora riposa. Credo che avrebbe condiviso le parole di Neruda in un’altra poesia: «Non ho comprato una porzione di cielo che vendevano i sacerdoti». Il Gesù che gli piaceva era quello di Pasolini, ne Il Vangelo secondo Matteo, lo stesso che piace anche a me. Il Gesù "compagno", quello del pane, che fa alzare gli occhi alle donne, ai bambini, agli scartati della terra: il poeta. Di Andrea “Bole” si possono dire alla fine le parole di questa poesia di Neruda. E possiamo dire di lui “È stato un compagno”. Chissà come risponderebbe. Immagino come il poeta cileno in questi versi: «Questo è sufficiente: questa è la corona che voglio».
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