L’attacco fallito alla Costituzione
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 14 del 11/04/2026
La vittoria del No è stata tanto netta e forte che nel giro di poche ore sono cadute le teste di Bartolozzi e Del Mastro, prima ritenuti inamovibili da Nordio, poi di Daniela Santanchè e Gasparri, e forse non è finita perché il sommovimento dentro alla maggioranza è profondo. Tutti gli scenari sono aperti.
Giorgia Meloni punta a limitare i danni, ha fatto le pulizie di Pasqua nella coalizione di governo per salvare sé stessa e il governo. Non basterà. Il sommovimento provocato dalla vittoria del No ha le dimensioni di una sconfitta politica e sociale.
Giorgia Meloni si è ben guardata di recarsi in Parlamento per una verifica politica, del resto i numeri parlamentari, grazie all’enorme premio elettorale del 2022, sono tuttora a suo favore ma ha scelto di essere il capo che mette a posto la squadra sulla quale scarica il risultato negativo, dimenticando di essersi spesa per il Sì con affermazioni gravissime e che la legge bocciata aveva solo due nomi: Meloni e Nordio.
Le destre hanno la possibilità di recuperare? Non sembra, visto che il ridimensionamento della magistratura era l’iniziativa pilota e il governo la considerava apprezzata dall’elettorato, tanto da tentare il colpaccio di ottenere un plebiscito nel referendum. Valutazione sbagliata.
Fallito l’obiettivo, è inevitabile che entri in crisi tutta la strategia istituzionale del governo che consiste nel colpire l’indipendenza della magistratura, nel via libera all’autonomia regionale differenziata che spaccherebbe l’Italia, nell’ottenere l’elezione diretta del capo del governo, preceduta da una legge elettorale maggioritaria su misura per le destre. Questo trittico era l’attacco alla Costituzione per stravolgere la democrazia italiana spingendola verso una deriva autocratica, accentratrice, di cui fa parte la deriva securitaria che ha moltiplicato i reati, la repressione, le pene.
L’opposizione se ne deve ricordare mentre discute su come costruire l’alternativa alla destra, perchè deve presentare una prospettiva opposta, fondata sui valori della Costituzione, che restituisca centralità al Parlamento, che è stato la prima vittima della legge Meloni/Nordio. Infatti la legge Meloni/ Nordio è stata decisa dal governo e imposta al Parlamento, che purtroppo l‘ha subita.
Il governo voleva accentrare nel governo le decisioni e quindi puntava a togliere di mezzo il controllo della magistratura – ricordiamo che lo stop al Ponte sullo Stretto è venuto dalla Corte dei conti, immediatamente punita con una legge – e la sua difesa dei diritti: dai migranti nei lager in Albania ai rider sfruttati dal caporalato e da condizioni di lavoro inumane.
Le destre non sono in grado di presentare risultati di governo accettabili, non hanno stravolto i conti pubblici ma hanno governato con pregiudizi ideologici che hanno dato risultati pessimi. Pensiamo alle politiche ambientali o di sviluppo, il nemico era il green deal, come se il cambiamento climatico non esistesse, con il risultato di uno stop and go che ha gettato Stellantis nella paralisi, rischiando di regalare alla Cina l’egemonia nell’auto elettrica dopo il fotovoltaico. Oppure l’incapacità di capire il valore di una politica industriale e di sviluppo, al punto tale che rischiamo di perdere l’ex Ilva mentre avremmo bisogno dell’acciaio per settori come l’eolico, che nell’off shore è paralizzato da questo governo.
Così l’energia, questione resa drammatica dalla guerra di Trump e Netanyahu all’Iran, a cui le destre reagiscono con il ritorno al nucleare, ignorando che la crisi è ora mentre il nucleare arriverebbe chissà quando, e ci renderebbe subalterni all’estero, mentre puntando sulle rinnovabili, sull’accumulo e sulla rete avremmo la possibilità di sganciare le esigenze dell’Italia dalle turbolenze mondiali.
Così l’erosione dei redditi a causa dei prezzi fuori controllo che stanno rilanciando l’inflazione che verrà pagata dai redditi più bassi e fissi, mentre il nostro Paese ha già un reddito al disotto degli altri Paesi sviluppati d’Europa.
Le destre in sostanza non hanno le basi culturali prima ancora che politiche per affrontare la crisi che stiamo vivendo e per di più c’è subalternità al sovranismo guerrafondaio di Trump che ha portato all’aumento dei dazi, alla difesa del potere dei monopoli hi-tech, a un folle aumento delle spese militari e al rischio che la Nato diventi il supporto alla politica di potenza americana nel mondo.
Da questo non viene nulla di buono per il futuro dell’Italia, in particolare per i giovani che si sono schierati per la pace, a fianco di Gaza, contro le guerre.
Le destre per riprendersi dovrebbero smentirsi.
Il governo Meloni ha ridotto il Parlamento a un ruolo di mero supporto al governo. È una modifica di fatto della Costituzione, che invece prevede un ruolo centrale del Parlamento.
Sarebbe tuttavia un errore sottovalutare Giorgia Meloni o dimenticare che deputati e senatori delle destre non sono sicuri di tornare in Parlamento in caso di elezioni e quindi sono per far durare questa legislatura.
Tuttavia il sommovimento provocato dal referendum è profondo; anzitutto è chiaro che parte degli astenuti può tornare al voto attivo se il suo voto conta e decide. Questo voto non è per sempre ma il referendum è una novità che può essere consolidata.
Si sono espressi per il No e per la Costituzione i giovani delle iniziative per la pace, per Gaza, contro le misure repressive decise da questo governo. Questo volto arcigno e repressivo non ha pagato, non è bastato una comparsata da Fedez per recuperare tra i giovani.
Nel Mezzogiorno il No ha prevalso nettamente mentre le destre non hanno convinto per il Sì. L’autonomia regionale differenziata, voluta dalla Lega, ha alienato simpatie e fiducia verso il governo che ne ha assunto collettivamente la responsabilità. Per quel referendum furono raccolte quasi 1.300.000 firme, poi la Corte costituzionale ha duramente sanzionato la legge Calderoli, ma ha bocciato il referendum abrogativo e il problema è tuttora aperto. Infatti Calderoli punta ad aggirare le sentenze della Corte, ha firmato intese con 4 regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria) che non debbono entrare in vigore perché provocherebbero una divaricazione tra Nord e Sud.
Il Mezzogiorno ha avvertito il pericolo che il Nord si allontani sempre più, rendendo tutte le regioni più deboli sia in Europa che nel mondo. Mondo che ribolle di guerre e competizione. Per questo il Mezzogiorno ha tolto la fiducia al governo.
I sommovimenti nel voto dicono che una parte del Paese che aveva dato fiducia alle destre oggi ha cambiato giudizio. Giorgia Meloni ha sottovalutato le sfide di fondo e si è dimostrata subalterna a Trump.
La vittoria del No segnala una crisi di fiducia nel governo e potrebbe precipitare per le conseguenze della guerra nel Medio Oriente.
Non è automatico che la crisi di fiducia verso il governo si trasformi in fiducia verso l’attuale opposizione, in particolare per i giovani e gli ex astenuti che hanno bisogno di essere conquistati, convinti.
Costruire l’alternativa alle destre partendo dalle primarie sarebbe un errore. Occorre definire anzitutto un programma alternativo alle destre, che comprenda la fedeltà all’articolo 11 della Costituzione “l’Italia ripudia la guerra”. Sugli obiettivi di fondo occorre una discussione di massa, in grado di decidere anche su aspetti non risolti.
La ricerca spasmodica del leader, a immagine della destra, è un’ottica sbagliata. L’opposizione non ha bisogno di un unico capo da contrapporre. Va contrapposto un gruppo plurale con un programma politico e una democrazia di coalizione. La nostra è una democrazia parlamentare, la Costituzione contiene i valori di fondo, l’opposizione politica e scoiale deve attuarla con un programma politico alternativo, partecipato e condiviso.
La vittoria del NO ha aperto la strada ma ora è tutta da percorrere con coraggio e offrendo una lettura alternativa per l’Europa, per le relazioni mondiali, rilanciando l’egualitarismo in alternativa all’esasperazione competitiva che concentra il potere economico e finanziario, rimettendo al centro il ruolo del lavoro.
Il No continua verso un mondo di subalterni, senza voce e possibilità di pesare.
Alfiero Grandi è del direttivo nazionale del Comitato della società civile per il NO, vicepresidente vicario del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale
*Foto presa da Flickr, immagine originale e licenza
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