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Lavoro di pace: le parole di don Tonino Bello nel messaggio dei vescovi per il 1° maggio

Lavoro di pace: le parole di don Tonino Bello nel messaggio dei vescovi per il 1° maggio

Tratto da: Adista Notizie n° 14 del 11/04/2026

42579 ROMA-ADISTA. È dedicato al lavoro e alle sue connessioni con la pace e con la guerra il messaggio dei vescovi italiani per la festa dei lavoratori del prossimo primo maggio. Si tratta di un testo che, nonostante l’occasione della festa simbolo del movimento operaio, esprime forte preoccupazione per un lavoro che sempre più si mostra a servizio del riarmo e delle guerre e rilancia l’appello all’obiezione di coscienza del vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi Tonino Bello: «Non ti esorto, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte», disse don Tonino rivolgendosi agli operai impiegati nelle fabbriche di armi. «Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita».

«Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra», si legge nel messaggio dei vescovi preparato dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace. «Non è una novità nella storia dell’umanità – prosegue il testo –. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace. Ma tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli». È per questo che, scrivono i vescovi, «costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano; le civiltà si smarriscono quando iniziano a confondere le costruzioni e le ricostruzioni, i lavori di chi costruisce le città e di chi le ricostruisce dopo le guerre, senza aver tentato tutto per poterle evitare». Soprattutto molti in Europa e nel mondo «si stanno di nuovo esercitando nel “mestiere della guerra”, coinvolgendo anche le attività industriali e informatiche», abituandoci alla «logica del riarmo e della deterrenza».

Ecco allora l’appello dei vescovi italiani a «orientare ogni attività umana alla pace», perché «il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della profezia di Isaia: “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra”». Con delle proposte concrete alla politica, peraltro già enunciate nella Nota pastorale “Educare ad una pace disarmata e disarmante” recentemente approvata dall’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (v. Adista Notizie n. 45/25): rafforzare la normativa in materia di produzione delle armi – proprio mentre il governo Meloni sta cercando di indebolire ulteriormente la legge 185/90 che regola il commercio di armi (v. Adista Notizie n. 9/26) –, «irrobustendo i vincoli al loro possesso personale e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici, anche indirettamente tramite triangolazioni, verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani»; e vigliare affinché «la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi».

Il richiamo finale, con le parole di Tonino Bello già ricordate, è alla «coscienza di chi lavora in questi ambiti e si chiede come contribuire a costruire la pace in tempi così difficili»: obiettare o perlomeno battersi per la riconversione dell’industria bellica a produzioni ci pace: «Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita». Concludono i vescovi: «Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo “gli aratri in lance”. Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno». 

*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza

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